26/12/10

Qualcosa sulla Fede

La Santa Trinità (Andrej Rublev)

di Alberto Buela

Diversi anni or sono, viaggiavo da una campagna all’altra sulla desolata strada 40, quella che passa lungo tutto il territorio argentino, proprio attaccata alla cordigliera delle Ande e proprio nella parte più solitaria e ostile (qui il paesaggio ferisce), all’altezza di Puelén nel deserto della Pampa. Laggiù dove il diavolo perse il poncio, dove la scarsissima acqua che si trova contiene arsenico e dove nemmeno l’austero guanaco riesce a vivere. In un’immensità coperta di sabbia e spine di alpataco, l’unico albero al mondo che cresce all’ingiù. Dove la recinzione di filo spinato non esiste e gli immensi campi rimangono aperti (gli è che il fil di ferro e i pali valgono più dei campi). Lì, legato a un vecchio copertone di automobile a sua volta appeso a un palo, stava il cartello: Fattoria la poca fede. Subito ci venne in mente il titolo dell’omonimo libro del filosofo peruviano Wagner de Reyna nel quale si sostiene che la fede è sempre insufficiente; insufficiente perché l’apporto da parte dell’uomo risulta essere minimo se paragonato alla grandezza della verità promessa. (1)

E’ noto che la definizione di fede più puntuale fin dal tempo dei Padri della Chiesa, si trova nell’Epistola agli Ebrei 11,1, nella quale si afferma: la fede è sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi. (Est autem fides sperando rerum substantia, rerum argumentum non apparentium).

Questa definizione è formata da due parti; la prima si muove sul piano ontologico, la seconda, sul piano gnoseologico. Così, quando si afferma che la fede è “sostanza di cose sperate”, ci si riferisce al fondamento ultimo delle cose a venire. Qui ci muoviamo sul piano ontologico. La fede sotto questo riguardo ci rende presenti le cose future, e qui si viene a radicare la speranza, altra virtù teologale, che intende il futuro come avvenire=adventus e semplice futurum, alla maniera dell’uomo precristiano, il quale vedeva le cose future come semplice attesa. (2)

Quando invece si afferma essere “argomento delle non parventi”, ci si muove sul piano della conoscenza che ci dà la certezza di quello che non possiamo vedere. Così la fede in quanto adesione a ciò che Dio ci ha rivelato, ci conferisce una conoscenza privilegiata, poiché Dio può dire solo la verità e nient’altro che la verità. “Ma il filo della fede dal quale dipende tutta la certezza rispetto all’essere trascendente-divino e al suo messaggio, è molto sottile”, afferma con ragione il filosofo tedesco Eric Voegelin. (3) Gli è che la vera fede apre il dubbio. E’ come un faro nella nebbia che pur non perdendo la sua luce, non arriva lontano. L’opacità è l’essenza delle circostanze che attorniano il credente conscio dei suoi limiti e della “pochezza della sua fede”.

Orbene, da dove vengono all’uomo il fondamento e la prova dell’invisibile? Alcuni, come i volontaristi, dicono: dalla forza della propria volontà. Ciò che spinge il credente a credere è il suo stesso voler credere, la sua stessa volontà. Ma, osservano giustamente tanto un pensatore pagano come Alain de Benoist che un pensatore cattolico come il succitato Wagner: non si crede perché si dice di credere né si ha fede perché si afferma di averla. Ciò che si crede per fede non dipende dall’atto di credere ma da quello che questo atto dimostra: il trascendimento delle cose che possiamo sperimentare e misurare.

All’estremo opposto troviamo i fideisti, fondamentalmente il mondo protestante, per i quali la fede è un dono soprannaturale che dipende esclusivamente dalla volontà di Dio.

Quindi la fede è un dono, una grazia di Dio. E della fede del credente è Dio il responsabile ultimo. La fede si chiede, è poca e quasi sempre viene meno. L’uomo la deve chiedere con un atto libero della propria volontà ed è libero di accettare o rifiutare questa grazia di Dio.

Ci sono persone che vogliono avere fede e non ci riescono perché, sebbene il conferimento sia un atto dovuto esclusivamente alla bontà di Dio, è necessario possedere fermezza di spirito per sostenerla, e non tutti gli uomini ne sono capaci. La maggior parte di essi necessita dell’aiuto istituzionale e cerca appoggio nella Chiesa.

Alla fermezza di spirito si giunge solo dopo un lungo esercizio nella pratica quotidiana di tutto quanto conforma l’integrità intellettuale, spirituale e fisica dell’uomo. E’ necessario ricordare che l’essenza della fermezza consiste maggiormente nel sapere sopportare=sustinere, piuttosto che nel poter aggredire=agredere.

E sebbene la fede sia, innanzi tutto, un dono gratuito di Dio, che la può concedere anche senza previa richiesta, l’uomo deve preparare il recipiente della fede, che è egli stesso. Con ragione diceva Ortega che le idee si hanno e le credenze non si hanno. Le idee sono ferenze, le credenze sono preferenze.

In latino fede si dice fides e in greco pistis; entrambe partecipano della stessa radice pith del verbo peitho che significa ascoltare, mettere al corrente, convincere, confidare. Pisteuo, dalla medesima radice, significa credere, dal latino credo dove è presente la radice do (dare), così chi dà (creditore) crede e confida che gli sarà reso quanto prestato.

L’aggettivo pistos (degno di fede, affidabile) partecipa della stessa radice dell’originario pith. E il confidente, colui col quale si comparte la fede è lo stesso con cui si comparte il segreto, ciò che è occultato, e che in greco si dice lethes, che è il contrario di a-lethes (non occulto o evidente). Così, proseguendo in questa sequenza etimologica la fede si mette in relazione con la verità.

In tal senso gli antichi teologi realizzavano il sillogismo seguente: la fede è l’adesione a quanto insegnato da Dio attraverso il dato rivelato e Dio non può che dire la verità; questo lo ha detto Dio, dunque è vero.

O credere o scoppiare, direbbe mia nonna.

Così, ciò che era iniziato come un’impostazione ontologica: la sostanza delle cose sperate, e gnoseologica: la prova delle cose non parventi, è passato dalla dialettica richiesta-disposizione-grazia, per andare a finire nella convergenza di fede e verità.

NOTE

(1)Wagner de Reyna, Alberto: La poca fe, Ipec, Lima 1993, pp.168 a 172.

(2)E’ curioso il suggerimento che ci arriva dall’etimologia, poiché futurum=ciò che sarà, è il participio presente del verbo fuo, che a sua volta viene dal greco phyoo=generare, il cui sostantivo è physis=natura. Così ci si aspetta che questo futuro dell’uomo prima di Cristo accada all’interno di un normale processo fisico, vincolato più che altro alla speranza quotidiana e mondana di un avvenire determinato dalla natura.

(3) Voegelin, Eric: El asesinato de Dios y otros escritos politico, Ed. Hydra, Buenos Aires, 2009, p.179.

(traduzione dallo spagnolo di Aldo La Fata)


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