18/05/16

Maometto e i cristiani: una storia inedita

Philip Khuri Hitti, "Storia degli Arabi", Ed. Odoya


Philip Khuri Hitti, cristiano maronita nato in Libano nel 1886 e morto nel 1978 negli Stati Uniti, è considerato uno dei più grandi orientalisti di tutti i tempi. Ha insegnato alla Columbia University e a Princeton, dove è stato anche presidente del dipartimento di lingue orientali. La casa editrice bolognese Odoya ha recentemente mandato alle stampe, in ottava edizione “Storia degli Arabi. Dall’antichità al Novecento”, la sua opera più nota. Si tratta di un imponente volume di oltre ottocento pagine, pubblicato per la prima volta nel 1937, frutto di dieci anni di lavoro, che ripercorre in maniera completa e documentata la storia degli arabi dalla fase nomade dell’era pre-islamica fino ai primi decenni del Novecento, caratterizzati dalla caduta dell’impero Ottomano. Culla dell’intera famiglia semitica, la penisola araba nutrì tutti quei popoli che man mano migrarono nella Mezzaluna fertile: i babilonesi, gli assiri, i fenici, gli ebrei. Popoli che, scrive Hitti «gettarono le basi del nostro patrimonio culturale… nel Medioevo nessun popolo contribuì al progresso umano quanto gli Arabi e i popoli di lingua araba». Nel suo libro Hitti ripercorre le vicende di numerose figure bibliche quali Mosè e Giobbe, facendo emergere particolari sconosciuti ai più, come tante notizie sulla grandezza delle popolazioni arabe, soffermandosi anche sulla nascita della religione islamica.


Nel narrare tale storia, Hitti evidenzia la potenza distruttiva causata dall’aggiunta del cosiddetto Sesto Pilastro agli originari cinque prescritti da Maometto: all’unicità di Allah, alla preghiera, al digiuno, all’elemosina, al pellegrinaggio, la setta dei Kharigiti aggiunse infatti la jihad, la guerra santa. A tal proposito, Hitti scrive che la jihad consiste «nell’obbligo del califfo di allontanare la barriera geografica che divide il dar al islam (il territorio dell’islam) dal dar al harb (territorio di guerra). All’introduzione di questo Sesto Pilastro, l’islamismo deve la sua ineguagliata espansione come potenza mondiale». Il libro non giunge, per ovvi motivi, fino ai giorni nostri ma fornisce inevitabilmente le chiavi storiche e culturali per comprendere le dinamiche attuali. Sfogliando le sue pagine, pertanto, si incontrerà la storia di Palmira, città siriana oggi sottoposta all’attenzione internazionale. E si scoprirà che essa da sempre rappresenta un punto di equilibrio fondamentale nell’incontro tra civiltà occidentale e araba, e che a ridurla quasi totalmente in macerie fu, nel 273, l’Occidente, per mano dell’imperatore romano Aureliano.
Grazie al prezioso volume si potranno approfondire, per esempio, le vicende che portarono alla nascita e all’ascesa politico-spirituale dell’islam. E proprio queste pagine svelano un episodio importante nella vita di Maometto: infiammato dal compito che si sentiva chiamato ad adempiere come messaggero di Allah, Maometto scese fra il suo popolo, e cioè la tribù dei Quraysh alla Mecca, a insegnare, a pregare e a diffondere la profezia di un Dio unico, creatore dell’universo.
Eppure all’inizio della sua predicazione, Maometto trovò ben pochi seguaci: sua moglie Khadigia e un paio di cugini. Al contrario, un altro suo parente, Abu Sufyan, che rappresentava il ramo omayyade, l’aristocrazia dei Quraysh, si mostrò assai ostile alla nuova religione. Per lui e per tutta la tribù, quella professata da Maometto era una pericolosa dottrina che avrebbe ostacolato gli interessi economici della tribù in quanto custode della Ka‘ba, pantheon di una moltitudine di divinità che attirava pellegrini provenienti da ogni parte d’Arabia.
A mano a mano che nuove reclute, soprattutto schiavi e membri delle classi inferiori, andavano ad aumentare i fedeli di Allah, il ridicolo e il sarcasmo furono le armi che i Quraysh misero in campo contro Maometto e i suoi seguaci. Quando ci si rese conto della loro inefficacia, si passò alla persecuzione attiva. I provvedimenti persecutori causarono l’emigrazione in Abissinia di undici famiglie della Mecca, seguite nel 615 da altre ottantatré famiglie circa. È in questo momento che s’inserisce l’episodio che determinerà la sopravvivenza di Maometto e della nuova fede: gli emigranti trovarono asilo presso il negus cristiano, che fu irremovibile nel suo rifiuto di consegnarli nelle mani dei loro nemici.

La lettera di Maometto

All’episodio descritto da Hitti riguardo la magnanimità del negus cristiano nei confronti di Maometto e dei suoi seguaci, fa eco un’antica tradizione araba secondo la quale esisterebbe una lettera scritta dal profeta di Allah conservata e custodita per molto tempo come una cosa sacra nell’antichissimo eremo di Santa Caterina nel Sinai d’Egitto, edificato nel IV secolo da sant’Elena, madre di Costantino. In tale documento Maometto avrebbe difeso il culto cristiano e i suoi fedeli.
Nel corso del VII secolo, il monastero era divenuto un luogo di culto anche per l’Islam proprio in virtù della presenza di quella lettera. All’interno delle sue mura i monaci fecero costruire persino una moschea per garantire ai musulmani che lo visitavano un luogo ove pregare. Una moschea che però non fu mai aperta al culto perché, per errore, non era stata orientata verso la Mecca. La conservazione di questo manoscritto sarebbe stata determinante per la sopravvivenza dell’eremo durante la dominazione musulmana.
Sempre secondo la tradizione, però, la lettera di Maometto oggi non si troverebbe più lì: durante la conquista ottomana dell’Egitto, nel 1517, il documento originale sarebbe stato trafugato dai soldati ottomani e trasferito al palazzo del sultano Selim I a Istanbul e ora sarebbe conservata nel museo Topkapi, sempre a Istanbul.
Il documento è conosciuto come Achtiname di Muhammad, noto anche come il Patto o Santo Testamento del profeta Maometto. La lettera è un ahdname (atto o accordo dal valore giuridico in uso all’epoca) e sarebbe stato scritto dal profeta quale concessione della sua protezione e di altri privilegi a favore dei monaci del monastero di Santa Caterina sul Sinai e di tutti i cristiani del mondo. Il documento si chiuderebbe con un’impronta che rappresenta la mano di Maometto.
Vi sono diverse traduzioni della lettera. Quella curata nel 1902 da Anton F. Haddad, intitolataIl giuramento del Profeta Maometto ai seguaci del Nazareno”, è ritenuta la migliore, tanto da essere stata riproposta nel 2004 in uno scritto pubblicato dall’associazione internazionale H-Bahai, un ente di studio scientifico che favorisce la discussione accademica della cultura e della storia delle tradizioni religiose millenarie. Ad occuparsi del documento anche due importanti studiosi indiani di religione islamica, autori di una voluminosa biografia di Maometto, A. Zahoor e Z. Haq, nel loro saggio “Prophet Muhammad’s charter of privileges to chistians letter to the monk of St. Catherine Monastery”.

Lettera di Maometto in difesa dei cristiani

«Questa è una lettera che è stata rilasciata da Mohammed, Ibn Abdullah, il Messaggero, il Profeta, il fedele, che viene inviata a tutte le persone come una parola da parte di Allah per tutte le sue creature.
In verità Dio è l’Eccelso, il Saggio. Questa lettera è indirizzata agli ambasciatori dell’Islam, come alleanza data ai seguaci del Nazareno in Oriente e Occidente, a quelli vicini e lontani, agli arabi e agli stranieri, al noto e all’ignoto. Questa lettera contiene il giuramento dato loro (e chi disobbedisce a ciò che vi è scritto, sarà considerato un disobbediente e un trasgressore di quella Fede alla quale egli è comandato. Egli sarà considerato come uno che ha corrotto il giuramento di Dio, o il Suo testamento, che ha respinto la Sua Autorità, disprezzato la Sua religione, e si è fatto meritevole della Sua maledizione, sia fosse un sultano o qualsiasi altro credente dell’Islam)».
«Ogni volta che monaci, fedeli e pellegrini si riuniscono, sia in una montagna o valle, o tana, o luogo frequentato o semplice, o la chiesa, o in luoghi di culto, in verità Dio è su di loro e li protegge, e protegge le loro proprietà e la loro morale, anche da me stesso, dai miei amici e dai miei assistenti, perché sono dei soggetti sotto la mia protezione. Io li esento da atti che li possano turbare; degli oneri che sono pagati da altri come un giuramento di fedeltà».
«Essi non devono dare nulla del loro reddito, ma ciò che piace loro, non devono essere offesi, o disturbati, o costretti o obbligati. I loro giudici non devono essere modificati o impedito loro di realizzare i propri uffici, né i monaci disturbati nell’esercizio del loro ordine religioso, o la gente di clausura essere arrestata dalla dimora nelle loro celle. A nessuno è permesso di saccheggiare i pellegrini, o distruggere o rovinare una delle loro chiese, o case di culto, o di prendere una qualsiasi delle cose contenute all’interno di queste case e portarlo alle case dell’Islam. Colui che toglie da essa, sarà uno che ha corrotto il giuramento di Dio, e, in verità, disobbedisce al Suo Messaggero».
«Le tasse non dovranno essere messe sui loro giudici, sui monaci, e quelli la cui occupazione è il culto di Dio; né qualsiasi altra cosa potrà essere presa da loro, che si tratti di un bene, una tassa o un diritto ingiusto. In verità devono conservare la loro compattezza, ovunque si trovino, in mare o sulla terra, in Oriente o Occidente, da nord o da sud, perché sono sotto la mia protezione e il mio testamento dà loro la mia sicurezza contro tutte le cose che vanno aborrite. Nessuna tassa o decime devono essere ricevute da coloro che si dedicano al culto di Dio in montagna, o da chi coltiva la Terra Santa».

La morte di Maometto – manoscritto ottomano del Siyar-i Nebi – 1595

«Nessuno ha il diritto di interferire con i loro affari, o portare qualsiasi azione contro di loro. In verità questo è per altri e non per loro; piuttosto, nelle stagioni delle colture, dovrebbe essere data una Kadah per ogni Ardab di grano (circa cinque quintali e mezzo) come fondo per loro, e nessuno ha il diritto di dire loro che questo è troppo, o chiedere loro di pagare alcuna imposta. Per quanto riguarda chi possiede proprietà, i ricchi e i commercianti, le tasse che possono essere prese da loro non devono superare i dodici Dirham a testa all’anno». «Non può essere imposto a chiunque di intraprendere un viaggio, o di essere costretto ad andare in guerra o usare armi per i musulmani, chiunque deve combattere per la sua ragione, non per quella di altri. Il seguace dell’islam non deve fare nessuna disputa o discutere con loro, ma accordarsi secondo il verso registrato nel Corano. Essi non devono essere costretti a portare armi o pietre; ma i musulmani devono proteggerli e difenderli contro gli altri».
«Qualora una donna cristiana è sposata con un musulmano, tale matrimonio non deve avvenire se non dopo il suo consenso, e a lei non deve essere impedito di andare nella sua chiesa per la preghiera. Le loro chiese devono essere onorate e non devono esserci impedimenti nella costruzione di luoghi di preghiera o per la riparazione dei loro conventi. Spetta a ognuno della nazione dell’Islam non contraddire e rispettare questo giuramento fino al Giorno della Resurrezione e della fine del mondo».

Abbiamo pubblicato tale documento non per ricondurre gli storici, e troppo spesso contraddittori, rapporti tra islam e cristianesimo a un vacuo irenismo. E però, si tratta di dar conto di come i rapporti tra le due religioni siano più articolati e complessi di quella semplicistica, quanto perversa, contrapposizione creata, da una parte e dall’altra, dalle forze oscure che stanno alimentando l’attuale scontro di civiltà. 

Autore: Pina Baglioni 

13/05/16

Maggio mese di Maria e le rose fiore di Maria

Pier Francesco Fiorentino, "Madonna delle rose"



  
Emilio Spedicato


Maggio e tradizionalmente il mese di Maria, Vergine e Madre di Gesù. Anche inquesto caso non ho trovato alcuna giustificazione che lo associasse a Maria. Motivo perduto con il passare del tempo o forse fatto dimenticare perché non conveniente. Facendo una ricerca con Google, il migliore motore di ricerca con accesso veloce a milioni di documenti, non ho trovato solo la motivazione, che a me appare banale, che il rifiorire di vita e i tanti fiori del mese di maggio farebbero pensare alla Madonna. Nel seguito propongo una diversa spiegazione, relazionata con un evento nella storia di Maria, su cui si e forse preferito tacere.

In Spedicato (2016a), si considera la visita dei Magi a Gesù, utilizzando varie fonti al di fuori del solo testo evangelico di Matteo, confermandone la validità all’interno del seguente scenario innovativo rispetto agli approcci tradizionale:

- I Magi sono originari della regione degli Altai, monti ricchi di oro e sacri per lepopolazioni locali costituite da turchi, magiari (un tempo) e mongoli, con ampie attività sciamaniche, ancora oggi esistenti.
- Partirono dopo avere osservato una stella luminosissima, assai probabilmenteuna nova, non visibile in occidente per la copertura nuvolosa del cielo; partirono seguendo una profezia di Zoroastro, forse originario di quelle terre.
- Arrivarono a Gerusalemme dopo un anno, e seppero dai saggi di Erode doveGesù allora si trovava (probabilmente ebbero l’informazione da Nicola di Damasco, il maggiore storico dell’antichità, ed amico di Erode).
- Gesù si trovava in Arabia, nel già citato Wadi Jalil, a circa 1300 km da Gerusalemme.

Tenuto conto della distanza fra Gerusalemme ed il Wadi Jalil e del fatto che Erode certamente fece passare del tempo prima di informare i Magi su dove era Gesù, e alquanto probabile che i Magi arrivarono alla casa di Gesù nel mese di maggio.Sappiamo che portarono a Gesù, o meglio a suo padre Giuseppe, oro, incenso emirra, in quantità certo notevole, visto che stando ad un apocrifo i Magi eranoaccompagnati, alla partenza almeno, da 12 capi, forse delle 12 tribù turche (deiGhuz), ciascuno con mille uomini. Incenso e mirra sono materiale utilizzato nellaproduzione di gioielli di oro granulato, in cui erano famosi gli Etruschi, anch’essi di probabile origine dagli Altai, fatto che fa pensare che Giuseppe oltre che architetto (significato corretto di technon, errato quello di falegname o carpentiere, Giuseppe costruiva palazzi per ricchi a Cesarea Marittima…), fosse anche gioielliere; lavoro che forse gli servi per mantenere la famiglia negli anni passati in Egitto.
Doni quindi a Gesù via Giuseppe. Ma e possibile che i Magi dimenticassero Maria? Che non sapessero quello che si diceva probabilmente a Gerusalemme
sulla sua maternità virginale e sulla spada che le avrebbe trafitto l’anima, come nel Tempio le disse Simeone, citato da Luca? Magi che venivano da una terra dove le donne erano importanti, potevano divenire imperatrici, come la Wu cinese cosi importante nella diffusione del buddismo, dove potevano essere sciamani capi. E’ ben difficile che Maria venisse dimenticata dai Magi. E il dono che ipotizziamo lei abbia avuto fu di rose rosse, profumatissime, spinosissime, difficili a trapiantare, provenienti da una tomba molto speciale, forse quella di Zoroastro, per la cui profezia i Magi erano partiti, passando poi da dove era lui era morto ed era stato seppellito.
A tale ipotesi si perviene leggendo lo straordinario Voyage d’un faux derviche enAsie centrale, 1862-1864, del viaggiatore ungherese Armin Vambery. Vamberyera partito, oltre che per suo interesse antropologico e storico, per raccogliere informazioni per l’impero inglese, allora preoccupato da una possibile espansione russa verso l’India. Fra le città da cui Vambery passò ci fu Mazar-i-Sharif, attualmente in Afghanistan, nella provincia di Balkh, questa considerata una delle città più antiche del mondo, ed i cui Budda giganti sono stati distrutti qualche anno fa dai talebani. Mazar-i-Sharif significa nella locale lingua afgana nobile santuario. Al centro della città si trova la grande moschea blu, dedicata al quarto califfo e primo iman, Ali ibn Abi Talib, parente di Maometto. Tale dedica è tuttavia tarda e non corretta, in quanto Ali fu ucciso nel sud dell’ Irak, a Kufa, e sarebbe seppellito nella vicina Najaf, una delle più sacre città degli sciiti e degli ismaeliti.
Quando Vambery arrivo a Mazar-i-Sharif, trovò che la città era famosa non perl’hashish di oggi, ma per le rose rosse meravigliose, chiamate Goul-i-Sourkh. Tali rose crescevano sulla cosiddetta tomba di Ali,– anche Vambery dichiara che non poteva essere tomba di Ali. Vambery dichiara di non averne mai viste di più belle e più profumate. Riferisce l’opinione locale che quelle rose potevano crescere solo a Mazar, e solo sulla tomba, molti testimoniando che non era stato possibile trapiantarle altrove, e nemmeno fuori della zona della tomba. Si noti che la maggiore varietà di rose si trova tuttora nella Cina occidentale, ovvero Sinkiang, zona associata a quella di provenienza dei Magi. Da citazione di Confucio risulta che erano molto coltivate nei giardini imperiali.
Da Mazar-i-Sharif passano le strade commerciali che, venendo dall’occidente (Persia, Turchia…) vanno o nel Turkestan cinese e poi verso la Cina, o nel Kashmir e poi in India. Non è noto quale itinerario facessero i Magi nei 10.000 km circa fra gli Altai e Gerusalemme. E tuttavia probabile che passassero per la più comoda Via della Seta meridionale e quindi da Mazar-i-Sharif. Ora Zoroastro, stando a documentazione in Filippani Ronconi (2007), a un certo momento abbandonò l’Iran dove aveva predicato, per tornare alla sua terra, muovendo in direzione nord est. E’ quindi probabile che sia passato dall’attuale Mazar-i-Sharif, e possa esservi morto, la sua tomba in periodo islamico venendo attribuita ad Ali. E’ probabile che i Magi sapessero di questo fatto, motivo ulteriore per passare da Mazar. E che abbiano pensato di portare a Maria delle rose dalla tomba di Zoroastro, la cui profezia li aveva messi in moto, rose che loro, come sciamani ed esperti di piante medicinali ed altro, sapevano come mantenere vive.

Quindi rose rosse a Maria, belle e profumate, ma anche colore del sangue e conspine forse simili a quelle che perforarono il capo di Gesù, le cui tracce sono cosievidenti nella Sindone. Un dono altamente simbolico, per una donna, Maria, ai vertici come recettrice di un dono, un figlio associato al Padre Nostro, e per la sofferenza che poi subì, e forse non solo per la sua morte in croce.

Si legge in un apocrifo, citato in internet ma non in Moraldi (1971), che Giuseppe e Maria, diretti verso l’Egitto, vennero fermati da soldati. Maria nascose Gesù sotto il mantello, e quando le fu chiesto che cosa portasse, rispose di portare fiori. Aprì il mantello e apparvero delle rose. Se Maria diceva solo la verità, allora e da ritenere che portasse con se anche delle rose, forse speciali per lei.

Rose rosse di Maria, dove siete finite?

Se e vera la nostra ipotesi, che i Magi arrivarono alla casa di Gesù nel mese di maggio e donarono a Maria delle rose rosse in vita, è allora naturale chiedere se ci sia una discendenza di tali rose. Quanto segue e molto speculativo, ma la realtà può andare oltre le speculazioni più spinte.

Il paese di Taurisano si trova in Salento, vicino a Ugento, cittadina antichissima.
Fu forse fondata, da un passo di Tucidide, da Minosse il cui inseguimento di Dedalo fu terminato dalla tempesta associata al diluvio di Deucalione. A Taurisano sino a pochi anni fa si trovava una edicola dedicata alla Madonna davanti alla quale crescevano delle rose rosse, profumatissime, spinose, impossibili da trapiantare altrove. Notizia che ho avuto casualmente dalla proprietaria dell’edicola, che ha ora portato le rose in altro luogo, il trapianto avendo avuto successo con lei.

Quanto sopra potrebbe avere una relazione con le rose di Maria? Una possibilitàsegue osservando che quando Pietro lasciò la Palestina per l’Italia, probabilmente portò un ricordo di Maria, forse proprio un vaso di rose. Secondo tradizione, Pietro predicò ad Antiochia di Siria fra il 30 e il 64. Si sarebbe recato a Roma in un primo viaggio nel 44, stando ad Eusebio di Cesarea, II, 14-6, dopo essere evaso dalla prigione, i cui due carcerieri furono giustiziati. Pietro era inviso agli erodiani, e quindi ai loro amici romani, dovette lasciare la Palestina per non essere ripreso, andando a Roma per qualche tempo. Sarebbe poi tornato a Roma definitivamente nel 64, per morire crocifisso a testa in giù. Nel 44 Maria doveva essere in vita, avendo circa 66 anni di età (se Gesù nacque nel 8 AC e se lei partorì a 14 anni…),, mentre nel 64 doveva essere morta. Non e noto con certezza dove Maria, affidata da Gesù sulla croce a Giovanni, passasse l’ultima parte della sua vita. Forse a Gerusalemme o nella casetta a lei attribuita sulla montagna dietro ad Efeso, indicata dalla veggente Caterina Emmerick, e dove secondo una tradizione sarebbe morta. Stando agli Atti12-12, vedasi anche Eisenman (2007), Pietro visitò Maria, definita madre di Giovanni detto Marco, prima del viaggio a Roma del 44; potrebbe in quell’occasione avere avuto le rose da lei. Si noti che la città dove Pietro predicava, Antiochia, è abbastanza vicino ad Efeso.

Pietro sarebbe partito per l’Italia in nave, raggiungendo il Salento. Nel primo viaggio, per ragioni di sicurezza, non approdo, riteniamo, nei porti soliti di Brindisi, Otranto, Gallipoli o Leuca, ma in un tratto forse allora paludoso fra Gallipoli e Marina di Taviano, dove si trova tuttora la chiesetta murata detta di
San Pietro dei Samari. Nome, quello di Samari, che potrebbe indicare una presenza di samaritani, che avrebbero potuto aiutare Pietro, essendo anch’essi opposti sia agli erodiani che ai maggiorenti farisei e sadducei. Pietro doveva evitare di essere riconosciuto, dopo la fuga dal carcere, dopo il suo terzo arresto da parte di Erode Antipa I, che fece giustiziare le due guardie che non lo avevano vigilato bene. Vedasi gli Atti degli Apostoli e Eisenman (2007). Dal luogo dove era approdato, potrebbe essere andato a Taurisano, luogo di allevamento di bestiame, non solo di tori, per acquistare un cavallo o un asino, il tratto finale sino  Roma venendo effettuato di solito via terra. A Taurisano potrebbe avere avuto un incontro che lo portò a donare o lasciare parte delle rose… sarebbe anche passato da Leuca, dove stava un grande tempio In finibus terrae. Qui si praticava probabilmente la prostituzione sacra. Un centro raccolta di donne per tale attività si trovava probabilmente nella vicina località di Lucugnano, Lo Cognano nei testi del Cinquecento, vedasi Rizzelli (2006), nome che associato al latino cunnus, e a simili parole in altre lingue, chiaramente indica, citando la pars nefanda mulieris, vedi Monti (1856), la suddetta professione. Pietro sarebbe arrivato durante una festa e, forse compiendo un miracolo, avrebbe convertito cinquemila persone, secondo locale tradizione, Sarcinella (2007). Che nel mondo classico esistessero enormi centri di raccolta di donne da avviare alla prostituzione lo vediamo nel Deipnosofista di Ateneo, secondo cui Corinto ed Egina avrebbero ospitato centinaia di migliaia di tali donne.