09/01/19

La lusinghiera recensione del "Corriere metapolitico" di Carlo Gambescia

“Il  Corriere Metapolitico”  compie un anno
Parlare al mondo senza essere del mondo

Crediamo che “Il Corriere Metapolitico” rappresenti qualcosa di unico nel panorama italiano delle riviste di alta cultura. Esageriamo? No. Per comprenderne l’originalità dell’approccio e l’apertura metodologica riteniamo basti prestare attenzione  al suo sottotitolo: “Rivista escatologica di studi universali”. Che ci ricorda - altra cosa importante -  che la metapolitica, piaccia o meno,  ancora non ha conseguito lo status di  disciplina accademica. Ciò significa  che essa  resta libera (e al sicuro) da specialismi  e virtuosismi da concorsi a cattedra. Un clima ancora avventuroso e di grandi speranze euristiche,  di cui "Il Corriere Metapolitico" approfitta magnificamente. 
Il merito dell'iniziativa editoriale, che ha un Direttore onorario nel valoroso Primo Siena,  crediamo però  sia  dell'instancabile Aldo La Fata, uomo mite e coltissimo, che per  certi aspetti, non solo intellettuali,  rinvia alle creative  aperture caratteriali e cognitive di un Giano Accame. Anche La Fata sembra animato  da una sana  retorica della transigenza, come del resto prova il policromo, intellettualmente policromo, ma non per questo decorativo, comitato di redazione.
La Fata,  giustamente,  ritiene che una rivista di cultura, pur non essendo del mondo, nel senso di non riconoscersi in certo devastante nichilismo contemporaneo, debba tuttavia parlare al mondo, mettendosi innanzitutto in ascolto.  E per fare ciò servono cultura, umiltà e coraggio, doti di cui La Fata non manca.
Attenzione, coraggio, non temerarietà:  atteggiamento sbagliato, quest'ultimo, che rinvia alla sfrontatezza di coloro che di regola sono in torto. Ad esempio, di chi, nel quadro di una  metafisica, cristiana e anti-cristiana insieme,  metta in discussione, seguendo le orme di Lucifero, il potere di Dio:  Quis ut Deus?, come recita il battagliero sottotitolo del fascicolo n. 5,  appena uscito, che chiude il primo anno di vita della rivista. In fondo,  il problema è quello di come confrontarsi con il ruolo del Male nel mondo. Anche per un laico. Nella  Presentazione  si legge, che

“di fronte a un quadro a dir poco  sconfortante, non  basta cullarsi nella speranza fideistica di una ricetta universale magari preconfezionata da qualche improbabile istituzione politica nazionale o sovranazionale, né abbandonarsi a lamentazioni o a bizzarre e nebulose fughe dalla realtà che tendono a risolversi in un rimedio peggiore del male. Occorre, al contrario, promuovere -  in tutti i campi -  una mobilitazione eccezionale delle coscienze. Di contro alla convenzionalità  e alla massificazione dei comportamenti, opporre la coltivazione dell’intelligenza e del pensiero e la pratica della rettitudine e della virtù, rivendicando al tempo stesso e senza falsi pudori l’attualità e la perennità dello spirito”.

Come non essere d’accordo con La Fata?  La prima rivoluzione, autentica, non può che iniziare  dentro di noi,  nel fondo delle nostre coscienze, liberando l’interiorità, per poi educarla meglio alla scuola della volontà. 

Si dirà formule, solo formule astratte… In realtà,  un grande filosofo liberale, come Benedetto Croce, parla  della necessità di cogliere, dentro di noi,  l’elemento profondo di ogni filosofia, per poi educarlo alla  severa riflessione. Croce si riferisce a un processo di introversione-estroversione, che riguarda il singolo e la sua interiorità.  L’éskatos è dentro di noi e al tempo stesso fuori di noi. Un legame che non va mai spezzato, sicché ogni politica non può non essere anche metapolitica, come studio delle cose ultime, ma anche delle forme costanti della politica, o meglio del politico, del primum politico. Insomma, l'éskatos, come sintesi di ciò che è dentro (il primo) e fuori di noi (l'ultimo). E forse questo era ed è il senso  profondo del crociano "perché non possiamo non dirci cristiani".
In definitiva, l’ascesa verticale, che ha un suo senso, imprescindibile,  non può d'altra parte ignorare lo studio  dell’orizzontalità delle forme politiche e viceversa.  Qui, tuttavia,  ci fermiamo, perché il discorso si farebbe lungo. 
Del  ricco  sommario  del fascicolo,  ricordiamo  l’eccellente articolo di Nuccio D’Anna, su San Francesco fra mistica e sufismo (pp. 7-12), accostamento a prima vista ardito, ma in realtà congruo. Non  meno curiose, ma non per questo meno  interessanti, le “riflessioni” della  misteriosa “Dama del Lago” sull’ “enigma del tempo” (pp. 28-48):  un'affascinante galoppata  tra storia, algoritmi, teoria del caos:  da l' I’Ching a Bush figlio, passando per Prigogine e Chirac. Infine, miracoloso sotto il profilo della sintesi,  il ricordo  del giurista Emilio Betti di Roberto  Russano (pp. 82-87). 
Auguri per il primo genetliaco. Ad maiora. 


07/12/18

In memoria di Giovanni D'Aloe

Un ritratto di Giovanni d'Aloe del pittore Sergio Ceccotti

Il 28 ottobre ultimo scorso ha lasciato questo nostro mondo l’amico fraterno e autentico metapolitico Giovanni D’Aloe. Avvocato civilista del Foro di Roma, conoscitore di segreti, studioso di simbolica tradizionale, germanista, nasce nell’omonima città eterna il 1935. Nel 1976, insieme a Silvano Panunzio e Primo Siena, è tra i fondatori della rivista “Metapolitica”, della quale in seguito sarà condirettore. Nel tempo presterà la sua collaborazione a prestigiose riviste di studi tradizionali tra le quali “Carattere” di Verona, “Zeitschrift für Ganzheitsforschung” di Vienna e “Cielo y Terra” di Barcellona. Due i libri che portano il suo nome: “I colori simbolici. Origini di un linguaggio universale” (Il Segno dei Gabrielli Editori, 2004) e “Chiarificazioni ideali. Tre decenni di messe a punto” (un florilegio di suoi articoli curato dal sottoscritto e stampato per i tipi di “Metapolitica” nel   2010). In qualità di traduttore dal tedesco D’Aloe cura la celebre opera di Matthias Vereno Vom Mythos zum Christos (“Dal mito al Cristo. Dimensioni della consapevolezza”, Il Segno dei Gabrielli Editori, 2004) e un’antologia di poesie scelte del poeta ceco Rainer Maria Rilke. Più di recente aveva in progetto un terzo libro sul simbolismo tradizionale di Santa Claus, ma purtroppo gliene mancò il tempo.  
Giovanni D’Aloe era un uomo riservato, schivo, per niente incline alle confidenze. Difficilissimo sapere qualcosa del suo privato e men che meno della sua vita più intima. In uno dei nostri ultimi incontri, prima che i suoi ricordi cominciassero a sbiadire, conversammo a lungo sul misterioso tema delle “apparizioni mariane”. In quella occasione, Giovanni mi confessò candidamente che da qualche tempo aveva smesso di prestarvi fede. Il suo negazionismo però, in verità alquanto empirico e razionale, da “filo raziocinante d’animo tranquillo”, contrastava vistosamente con quelle certezze metafisiche che da sempre avevano nutrito il suo cuore e la sua mente. «Come puoi - gli replicavo - proprio tu che a San Giovanni Rotondo, hai avuto l’esperienza dei “sensi soprannaturali” e assistito alla trasfigurazione di Padre Pio, non credere alla possibilità che un essere celeste possa liberamente apparire agli uomini e persino dialogare con loro?». Silenzio. Ma dai suoi bellissimi occhi azzurri scintillava una luce di assenso. Come dire che molto spesso, davvero “il cuore ha ragioni, che la ragione non conosce” (Pascal). D’altronde, Giovanni, per quanto di sicura fede cattolica, si era formato su autori algidi come Spengler, Bachofen, Nietzsche e Jünger e aveva inclinazioni metafisico-conoscitive, poco o null’affatto sentimentali. Panunzio che lo conosceva intimamente e gli voleva bene, gli aveva assegnato come nome di penna per la rivista, quello dell’eroico Parsifal, uno dei pochi cavalieri del ciclo arturiano ad avere il privilegio della visione del santo Graal. Giovanni ne era al tempo stesso lusingato e divertito, ma è evidente che Panunzio lo ritenesse assolutamente degno di tale nome.
Molto altro ci sarebbe ancora da dire e da ricordare di Giovanni d’Aloe, ma ciò contrasterebbe con la sua natura proverbialmente riservata. Quindi mi limito a concludere che con lui se ne va non solo un caro e generoso amico, un compagno di strada, un cavaliere dell’Alleanza Trascendente Michele Arcangelo, ma anche uno degli ultimi anelli viventi di quell’aurea e misteriosa catena ininterrotta di “testimoni della Tradizione”. Voglia Iddio accogliere l’anima sua e rivelargli tutte quelle verità che con intelletto d’amore egli ricercò fino all’ultimo dei suoi giorni.