19/02/17

L'attesa risposta di Carlo Gambescia: Tra modernisti e tradizionalisti



di Carlo Gambescia
Agli amici lettori,  e in particolare a coloro che hanno appena  divorato  Passeggiare tra le rovine, consiglio di andare subito  a  leggersi,  sul sito del “Corriere Metapolitico”  la recensione di Aldo la Fata e  relativi commenti (*). E  per alcune ragioni .
La prima è che  Aldo La Fata, che definirei un tradizionalista liberale (attenzione, non liberale tradizionalista),   espone  con grande chiarezza i contenuti del libro, e direi con una generosità, come nota  Carlo Pompei, che  per alcuni aspetti, solletica la mia vanità. Ma, per altri,  pone  quesiti, direi fondamentali e spiazzanti per qualsiasi studioso serio:  qual è il rapporto tra scienza e fede? Tra metodologie profane (sto semplificando),  come quelle usata dalla sociologia  e  i due universi scalari del sacro e del trascendente?   Grande questioni alle quali  - è vero, Aldo - il mio libro, tutto ripiegato sul mondo profano, "l' aldiquà",  non risponde. 
Devo però sottolineare che, per così dire,   sul versante  modernista,  in altre sedi,  mi muovono   critiche uguali e contrarie,  definendo la mia sociologia   fin troppo letteraria:  un realismo magico,   con pericolose e poco razionali  aperture verso l’ immisurabile (o l' incommensurabile, come tu, Aldo, forse preferiresti dire). Immisurabile che io invece riconduco allo  “specifico sociologico”,  riferendomi a quei processi impersonali, stretti tra il caso ( l’imponderabile) e la necessità (le regolarità o costanti sociali) che contraddistinguono   l'interazione tra individui e tra l'individuo e la società, di cui il sociologo deve tenere conto: i famigerati fatti.  In qualche misura, la mia sociologia studia le ragioni per le quali, stretto fra queste maglie (caso e necessità),  l’uomo non potrà mai essere totalmente libero e i motivi per cui certi fenomeni politici non potranno mai verificarsi,  almeno in questa vita e in questo mondo. Insomma, cerco di ricondurre l'irrazionale (il non prevedibile) nel quadro del razionale (le forme metapolitiche del sociale). E  la decadenza è una di queste regolarità, e come tale viene studiata, nelle sue varie manifestazioni, impiegando una "cassetta degli attrezzi". Sicché le forme restano (e sono misurabili, nel senso che si ripetono storicamente e sociologicamente), i contenuti storici invece mutano (e sono imprevedibili, nella loro interazione con le forme,  o comunque, se lo sono, con larghissimi margini di errore). Il sistema perciò  è sempre in tensione. Nulla di deterministico, insomma.  
Una fatica enorme però.  Un "progetto cognitivo", definiamolo così,  che,  ne sono perfettamente consapevole, mi ha alienato e mi aliena le simpatie dei tradizionalisti come dei modernisti (anche qui sto semplificando).  Ma anche del politico in genere: dal ministro, ben inserito nel sistema  all'attivista anti-sistemico, i quali vogliono certezze (i primi) e passioni (i secondi)  e men che meno, quindi, indicazioni di vincoli  sociologici, e quindi di  coerenza strutturale (quello che si può fare e non fare dal punto di vista infrasistemico e antisistemico). Tradotto:  vincoli  che non permettono (e promettono) di ottenere voti   o  attirare  militanti.  
Certo,  se ancorassi, pubblicamente, la mia sociologia a una qualche teodicea tradizionalista  o modernista,  guadagnerei sicuramente consensi,  ma preferisco andare per la mia strada.  Che è quella di uno studioso indipendente, se mi si passa l’espressione, da tutte le parrocchie politiche  e metodologiche. A differenza di certi, presunti non conformisti,  che scrivono saggi scientifici conformisti con un occhio alle commissioni universitarie, salvo poi atteggiarsi a guerrieri dello spirito o della materia in altre sedi, come dire, più ombreggiate.  Anche se, come dicevano i nonni,  il mondo è paurosamente piccolo.
Caro Aldo,  prendo atto delle tue critiche, fondate.  Spero di approfondirle in un prossimo  libro, come dire meta-metasociologico, o se preferisci  meta-metapolitico. Ma non sarà cosa di domani.
      
E, vengo al secondo punto: cosa dire  degli altri commenti ? Intanto ringrazio Nibbio.Angelo  per le critiche, E' vero esiste il rischio classificatorio, che io chiamo  entomologico:   del  sociologo-morfologo che seziona  gli “insetti sociali” ( neppure Jünger,  si parva licet,  ne fu indenne, ma è altrettanto vero che non era un sociologo… o se lo fu, lo fu a  metà, come ho scritto in Sociologi per caso ).  Tuttavia esiste anche il pericolo  del romanticismo politico, ben studiato da Carl Schmitt e quindi  dell'azione per il gusto dell'azione, che non può essere ignorato.
Insomma, so benissimo di muovermi  tra Scilla e Cariddi: fredda impotenza e torrido azionismo. Spero di  "barcamenarmi" e  non andare a fondo  o  "impattare" a causa dei forti venti contrari, per così dire, da destra come da sinistra...   Certo, su questo  blog,  assumo posizioni più "politiche", nei termini del minor male possibile però.  Ovviamente,  secondo il mio punto di vista, che è quello di un osservatore politicamente moderato. Di centro?  Forse.  Che, di riflesso,  non potrà piacere a chi, eccetera, eccetera.  Sono un  osservatore che teme gli eccessi: "immagina il disastro" (come scrive Molina), ma teme anche il "culto del disastro",   perché sa che, al di là delle ideologie (le famigerate "derivazioni" studiate da Pareto), che ci consegnano una visione deformata della realtà,   le costanti o regolarità delle metapolitica  finiscono sempre per vendicarsi,  perché sono ancorate alla realtà  così com'è, ( delle forme come dicevamo più sopra) e non come dovrebbe essere, la realtà, secondo il costruttivismo utopistico di varia estrazione ideologica. Almeno su questo pianeta. E mi assumo la responsabilità di quel che vi scrivo.  Sul blog. E pure sul pianeta. Come? Anche firmando con il mio nome e cognome.
Ringrazio  Arvo,  che mi ricorda, e giustamente, i pericoli della “critica  asettica” di  certo oggettivismo che viene evocato dai modernisti   come foglia di fico ideologica: è vero:  per così dire,  c’è chi ci  marcia.  Non io però. E se erro, erro in buon  fede.  Mi si provi a leggere, magari iniziando dai  libri  dedicati  a  Pitirim Sorokin e  Augusto  Del Noce. 
Ringrazio  Buffagni, Pompei, Molina,  il leale Ciccarella, per i giudizi nei miei riguardi e del libro. Fin troppo generosi.

Un ultimo punto, il liberalismo.  Non ho mai nascosto le mie simpatie politiche.  Né  mi devo scusare con nessuno.  Noto però, lasciando da parte alcuni pregiudizi gravi  che affiorano tra i commenti (ai quali  potrei opporre solo ragioni che verrebbero definite dai miei interlocutori altrettanto viziate da "pregiudizi"). Notò però, dicevo,  che  si continua a considerare il liberalismo come una specie di blocco unico, un monolite ideologico.  In realtà non è così: esistono almeno quattro tipi di liberalismo (archico, an-archico, mini-archico, macro-archico). In molti pensatori liberali, ad esempio gli “archici” (Burke,  Tocqueville, Pareto, Mosca, Ferrero, Croce, Weber, Ortega, de Jouvenel, Röpke, Aron, Berlin), i tradizionalisti, o quantomeno alcuni tra di loro ( penso ad Aldo, ma  ricordo anche lunghe conversazioni con il compianto Gian Franco Lami, nonché con il caro amico Giuliano Borghi e altri ancora), potrebbero trovare molti punti di sintonia sull'importanza delle istituzioni, dei valori, dell'idea di patria, delle aristocrazie politiche e sociali, del "politico".  Però bisogna leggerli. E ancora meglio, studiarli.
Comunque sia  - e chiedo scusa per l’ ennesima autocitazione -  ho approfondito l' argomento in Liberalismo triste. Libro, per riallacciarmi al mio, socialmente improvvido juste-milieu,  che,  ad esempio,  ha scontentato i  liberali  mini-archici e an-archici,  non indifferenti all'utopia dei mercati perfetti,  i quali per contro hanno apprezzato le mie critiche ai liberali macro-archici, che  inclinano invece verso il socialismo liberale, un ircocervo ideologico per dirla con un grande filosofo liberale italiano. 
Grazie ancora a tutti e un abbraccio al caro Aldo.


11/02/17

Passeggiando tra le rovine





di Aldo La Fata

L’ultimo libro di Carlo Gambescia  “Passeggiare tra le rovine” (Edizioni Il Foglio, Piombino, Novembre 2016) che porta come sottotitolo “sociologia della decadenza” è un saggio estremamente interessante e godibile su una materia vastissima e conturbante, ma trattata, fortunatamente, con leggerezza di penna e chiarezza espositiva. L’Autore ha voluto confrontarsi con la decadenza nel nome di un “realismo non magico” (p. 50) e idealmente immedesimandosi con il calmo e lento passeggiare di un visitatore che prende semplicemente atto di ciò che vede e cerca di capire le cose per quello che sono, “quale memoria di una grandezza che non c’è più (pessimismo) e che pure c’è stata (ottimismo)” (p. 50).  Al lettore poi il difficile compito di tirare le somme che preferisce. D’altronde le idee presentate sono molte, molti i rimandi bibliografici e moltissime le letture affrontate. Si tratta intanto di coglierle nel loro insieme e in seguito di utilizzarle per un percorso di studi ad hoc. 
Gli studenti e gli studiosi di sociologia apprezzeranno, ma anche tutti quelli che credono nel valore della ricerca e nel pluralismo culturale. Un po’ meno forse i lettori che, aderendo alle idee dei “filosofi della crisi”, non sono facilmente disponibili a un cambio di paradigma, pur se temporaneo. Per questi ultimi il libro di Gambescia potrebbe essere un pugno nello stomaco o una pietra d’inciampo, oppure rivelarsi come una buona occasione per ampliare i propri orizzonti e costringere a ripensare in maniera più rigorosa le proprie idee e convinzioni senza dovervi rinunciare, semplicemente cominciando a vederle con maggiore chiarezza e con quella necessaria distanza che mette in salvo la mente da ossessioni e pensieri fissi che possono derivarne, anticamera di più gravi patologie mentali e comportamentali. Cosa che in certi ambienti ad alto indice di ideologizzazione, tanto a destra come a sinistra, si fa fatica a comprendere.
Da qui la necessità di prendere in esame tutto con occhio freddo e distaccato prima di aderire a una qualsivoglia idea. Certo, la controparte di un simile atteggiamento è il neutralismo (lo smettere di prendere parte a qualsiasi cosa) e forse persino l’omologazione, ma è un rischio da correre se si vuole entrare nell’agone della competizione culturale dove a vincere sono sempre i più intelligenti e preparati. Gambescia è senza dubbio tra questi ultimi, ma è uno che non sembra aver rinunciato per niente alle proprie idee. La sua posizione, come ho già detto, è quella di un realista, cioè di uno che pensa, giudica e agisce con concretezza e pragmatismo e che ragiona di conseguenza, con stretta aderenza alla realtà fattuale.
Per passare a qualche osservazione sui contenuti del libro in esame, direi subito che è soprattutto in conseguenza delle due guerre mondiali e relative devastazioni che molte teste pensanti si sono lasciate catturare dalla forza attrattiva del pessimismo storico finendo col generare una sterminata e variopinta produzione letteraria non solo saggistica sull’argomento. Infatti, i romanzi di intrattenimento su apocalissi, catastrofi, estinzioni di massa e simili, abbondano. Per non parlare della produzione cinematografica che ha fatto di questi argomenti un tema ricorrente, un evergreen dalle molteplici sfaccettature e chiavi di lettura.
Gambescia da par suo ha delimitato il campo al solo fenomeno della “decadenza” nel più ristretto orizzonte (si fa per dire, perché questo orizzonte è comunque vastissimo) della letteratura storica e sociologica. La tesi di fondo è che un tale studio possa essere utile se condotto in modo empirico e scientificamente distaccato, senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Il concetto stesso di “decadenza”, come anche il suo omologo arcaico “declino”, rimandano da una parte a una percezione soggettiva della realtà e dall’altra all’effettiva oggettività di un cambiamento che sta nell’ordine delle cose. Soggettivamente si può essere convinti di un reale processo di graduale deterioramento del mondo nel quale si vive, mentre nella realtà le cose possono stare diversamente e possono darsi anche percezioni in positivo dei cambiamenti in atto. Ciò significa che la decadenza o la sua idea non è per nulla un fatto certo e assodato, ma una semplice  “credenza sociale”, diciamo l’equivalente di un’ideologia e come tale suscettibile di essere condivisa o respinta a seconda dei punti di vista che si assumono. Chi la rifiuta ad esempio, vede nella decadenza il suo esatto opposto, e cioè un progresso. C’è naturalmente anche la possibilità che si valutino diversamente i processi di cambiamento e di trasformazione in atto e che si guardi ad essi con maggiore realismo e senza far intervenire giudizi di valore. Una tale varietà di posizioni ha suggerito a Gambescia l’opportunità di una classificazione dei diversi tipi umani in relazione ai rispettivi punti di vista. Ne è venuto fuori un geniale quadro d’insieme, assai efficace per la sua schematica semplicità. Per cui Nietzsche, De Maistre, Donoso Cortés, De Bonald sarebbero dei Neofobici; Marx, Engels, Schumpeter, Weber, Sombart delle Cassandre; De Gobineau, Gumplowcz, Evola degli Etnofobici; Chaunu un Demosociografo; Bouthoul un Demopolemografo; Huntington, Naess, Heidegger dei Tecnofobici; Guénon, Berdjaev, Maritain, Del Noce dei Devoti; Spengler, Sorel, Adorno, Horkheimer, Sorokin, Toynbee, Schweitzer, Ortega y Gasset dei Cultural-declinisti; Ferrero, Mosca, Pareto, Michels, Schmitt, Freund, von Hayek dei Realisti. Da buon sociologo e storico delle idee, Gambescia è riuscito con un semplice aggettivo a indicare la linea di pensiero di questi autori in rapporto al solo problema della “decadenza”. 

Un altro aspetto importante preso in considerazione dall’Autore è quello della manipolazione e strumentalizzazione dell’idea di decadenza (o di progresso) in chiave politica, ma anche dell’impatto psicologico e di quella gamma di sentimenti che vanno dalla paura all’ansia, dal disagio all’angoscia, dall’insicurezza alla paranoia che inevitabilmente vengono suscitati principalmente in chi ha scarso senso critico, oppure in chi ha serie problematiche psicologiche ed esistenziali. Le reazioni poi si diversificheranno in base ai soggetti, a quello in cui credono, al contesto in cui vivono, ecc. ecc. E’ quest’ultimo un aspetto di solito non messo a fuoco a sufficienza, ma rilevantissimo e assai attuale. Si pensi al catastrofismo ecologista o eco-catastrofismo e al modo in cui viene usato per scopi politici, imprenditoriali e commerciali, e dunque tutt’altro che disinteressati; o a quella critica della modernità senza speranza che paralizza qualsiasi umana iniziativa e dispone l’individuo a perdere progressivamente fiducia negli altri e in se stesso, con casi che sconfinano nella patologia psichica. A questo genere di condizionamenti non sfuggono neppure elementi della cosiddetta “destra culturale” (vecchia e nuova), compresi certi “tradizionalisti” vittime del “mito incapacitante” della “fine del ciclo” annunciato con profondità di dottrina dal metafisico francese René Guénon e ripreso con diverso vigore e furore ideologico da un Julius Evola. Su questo punto, Gambescia fa notare che un certo pensiero della decadenza ha fatto confondere gli Eterni che dovrebbero riguardare l’Aldilà, con il Mondano che invece riguarda l’Aldiquà. Ma questo è un punto difficile e controverso. Bisognerebbe comprendere bene cosa siano Dio, l’Anima, il Tempo e quella che chiamiamo Storia,  per esprimere un giudizio conclusivo. Stiamo parlando di realtà di cui, nonostante molti secoli di approfondimenti e riflessioni, abbiamo a mala pena imparato a balbettare qualcosa.
Gambescia onestamente preferisce non discettare su cose di cui persino gli addetti ai lavori (i “credenti”, per dirla sociologicamente) fanno fatica a comprendere. Il suo sguardo, ripeto, è quello dell’osservatore disincantato che ammira il passato senza nostalgie e guarda al futuro con sguardo sereno, vichianamente consapevole  dei “corsi e ricorsi storici” e del frequente ripetersi dell’uguale. Un modello interpretativo che il Nostro è andato chiarendo sempre meglio negli ultimi anni e che ha scelto di definire “metapolitico”. Ma attenzione, non nel senso di una “metafisica della politica” (Panunzio), e cioè di una dimensione dell’Eterno calata nella realtà storica e sociale della Polis, bensì in quello delle “costanti e regolarità”, ovvero dell’immutabile temporale della politica (quello che Tacito definiva “arcana impèrii”).
Leggiamo a pagina 132: “La decadenza, dal punto di vista analitico, rientra in pieno nello studio del ciclo politico e sociologico e perciò delle regolarità o costanti dell’agire politico e sociale. C’è un inizio e c’è una fine di tutte le cose non in senso teologico o filosofico (o non solo), ma in chiave sociologica di processi finiti all’interno di processi infiniti (o comunque non definiti), dei quali si ignora l’esito. Per conoscere ogni esito si dovrebbe inventare e possedere una macchina del tempo in grado di trasportare il suo equipaggio alla fine della storia umana”.
L’indeterminatezza dell’esito però non esclude che si possano anche azzardare precise previsioni. Ad esempio, osserva Gambescia, non c’è dubbio che i processi di caduta e decadenza di solito abbiano tempi lunghi:   la transizione verso un nuovo ordine sociale non può durare meno di 200 anni; mentre per un intero processo di caduta possono volerci anche 500 anni.
Con queste cifre risulta evidente, per parafrasare un Henri-Iréné Marrou pure citato da Gambescia, che la fine di questo mondo e di questa civiltà non  arriveranno di certo domani. Una conclusione quest’ultima, solo parzialmente condivisibile, a voler considerare la possibilità che imponderabili fattori extra-sociali intervengano ad accelerarne il processo. Il sociologo può senz’altro non tenerne conto, ma a prezzo di una riduzione importante della sua capacità predittiva. Al momento infatti, è assai difficile prevedere cosa ne sarà della civiltà occidentale e se essa sia destinata ad avere ancora un lungo tragitto davanti a sé o, al contrario, un breve torno di tempo. I normali processi storici possono avere battute di arresto che non dipendono né dall’uomo, né dalle sue consuete attività. Ad esempio, proprio considerando la storia dell’Impero romano analizzata da Gambescia come archetipo della “caduta” di una civiltà, dovremmo chiederci come sarebbe andata senza l’avvento del cristianesimo. Evento, quest’ultimo, assolutamente imprevedibile e giudicato al suo sorgere come irrilevante. Per quanto riguarda fenomeni non ascrivibili all’azione umana capaci non solo di deviare il corso della storia e imprimergli una diversa direzione,  qui si potrebbero ricordare  gli eventi catastrofici della preistoria, ma anche quelli più recenti e di cui in qualche modo è rimasta memoria, come il famoso e biblico Diluvio e altri.
Tempo fa il noto archeofuturista Guillaume Faye ci ricordava che una semplice tempesta solare può distruggere tutta la nostra tecnologia nel giro di poche ore e che un evento catastrofico di origine astronomica può devastare il pianeta e, nella più ottimistica previsione, ripiombarlo nell’età della pietra.  L’irruzione nel nostro mondo di una civiltà extraterrestre (un tema fino a ieri trattato dalla sola fantascienza, ma ultimamente, e forse con qualche ragione, anche da scienziati seri e qualificati) farebbe implodere dal di dentro la nostra società, azzerando di colpo tutte le attuali credenze e certezze. E teniamo volutamente fuori da questo scenario la possibilità, per così dire, di un’“iniziativa divina” che né la storia né la scienza vogliono includere nel loro orizzonte valutativo. Tuttavia, se è vero quel che scrive Robert K. Merton, anche lui citato da Gambescia, a proposito del fatto che è sufficiente definire certe situazioni come reali perché poi lo diventino veramente, almeno nelle loro conseguenze (le profezie che si autoadempiono: la diceria del fallimento di una banca legato al passaggio della cometa di Halley, influì sul suo effettivo fallimento), è altrettanto vero che certe profezie si verificano senza che i diretti interessati ne siano stati minimamente informati. Tanto per fare un esempio, è noto che i tre protagonisti degli avvenimenti di Fatima riferirono che la Madonna aveva detto loro che un grande segno nel cielo notturno (“una notte illuminata da una luce sconosciuta” furono esattamente le sue parole) avrebbe preceduto una seconda guerra mondiale. Il 25 gennaio 1938 ci fu effettivamente un aurora boreale visibile in tutto l’emisfero settentrionale, compresa l’Europa e il Nord Africa, che così Albert Speer descriveva nelle sue “Memorie del Terzo Reich”: «Quella notte ci intrattenemmo con Hitler sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per un’ora circa, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’arcobaleno […]. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine”. Ora, è un fatto che Hitler nulla sapesse dei veggenti e di quella profezia e anche se ciò non è sufficiente a dimostrarne l’autenticità, ci suggerisce prudenzialmente di includerla tra quelle variabili, remote quanto si vuole, in grado di squadernarne i processi storici ordinari. Come a dire che tra gli “attori politici” si dovrebbero includere anche gli dèi immortali (su questo punto la metapolitica di Silvano Panunzio che crede, per così dire, in un “Dio interventista” si discosta notevolmente dalla metapolitica di Carlo Gambescia che occupandosi delle sole “regolarità sociali”, lascia Dio alla teologia o alla metafisica riducendolo sostanzialmente a un “inoperante”, almeno sul piano storico). E’ un punto questo assolutamente dirimente, in quanto uno scienziato che escluda Dio dal suo orizzonte, di fatto limita le sue stesse possibilità di comprensione. E se pure è vero che per ogni materia è bene, con Aristotele, utilizzare “lo strumento adeguato”, è altrettanto vero che uno strumento che venga privato del suo fondamento più intimo rischi per ciò stesso di essere inadeguato. Difficile, molto difficile, trovare un punto di sintesi.
Naturalmente, le considerazioni che precedono nulla tolgono al valore di questo libro, scritto (come tutti gli altri di Gambescia) con liberalità, intelligenza, cultura e apertura mentale.   Credo che si tratti del modo giusto di scrivere un libro, con l’idea cioè che chi ne entrerà in possesso e ne affronti la lettura, trovi in esso dei motivi non già per fermarsi, ma per andare avanti e oltre.