05/02/16

Giuseppe Gorlani interviene su Raphael



Ringrazio gli amici Aldo La Fata e Antonello Colimberti per aver sollecitato il mio modesto parere su Raphael.
Leggo ininterrottamente il Periodico Vidya sin dal 1978 e nella mia libreria compaiono tutti i volumi pubblicati dalle edizioni Asram Vidya. Da ciò si deduca quanto apprezzi il lavoro di divulgazione di Raphael, che ha contribuito non poco a rendere accessibile all’Occidente l’Advaita Vedanta di Sri Shankaracharya.
Una quindicina di anni fa ebbi pure il piacere e l’onore di incontrare Raphael di persona, all’Eremo di Monte Leone, trascorrendo con lui un pomeriggio.
Ne trassi l’impressione di una grande armonia, unita ad intelligenza, gentilezza, mancanza totale di sicumera. Mi disse in sintesi le uniche parole degne di essere dette o ascoltate: “Morire all’ignoranza [che essenzialmente è identificazione nell’apparenza, dispersione nella nescienza] è la sola realtà da meditare”.
Quando, a trent’anni, al ritorno definitivo dal mio ultimo viaggio indiano, cominciai a leggere i suoi primi libri (“Di là dal dubbio”, “La filosofia dell’Essere”, ecc.) rimasi colpito dalla precisione e dalla profondità con cui le sue riflessioni aderivano alla mia fame di tradurre in consapevolezza intellettuale quanto avevo vissuto nella Terra dei Bharata. E dire che il lignaggio dello shivaismo tamilico, a cui appartengo, e quello vedantico-shankariano non possono definirsi propriamente identici.
Solo in alcune occasioni sono nate in me perplessità; le elenco sinteticamente:
1 – Nell’edizione del ‘93 di “Autoconoscenza – Psicoenergetica armonicale”, compare l’appendice (che nelle edizioni precedenti mancava) “Dinamica di un’evoluzione planetaria (Una crisi mondiale di crescita)”. Come il titolo stesso indica, in essa si leggono le vicende del mondo in chiave evolutiva; dalla coscienza individuale elementare, cioé separata, si passerebbe poco a poco, anche per merito del progresso scientifico, alla coscienza universale: una sorta di mondialismo coscienziale. Tale visione è in netto contrasto con quanto sostiene il sapere tradizionale perenne (Sanatana-Dharma): l’umanità – affascinata dalle facoltà di sperimentare le proprie indefinite potenzialità distruttive – sta sprofondando nelle barbarie, verso il capovolgimento completo del Dharma; una volta che il fondo sarà stato toccato, l’Intelligenza divina interverrà per restaurare il Rita, l’Ordine cosmico. La Via della Conoscenza, in particolare, non promuove alcuna acquisizione, semmai sottolinea la necessità di una radicale purificazione fisica, mentale, animica, affinché emerga l’in Sé.
2 –  Nel pomeriggio che trascorsi con lui incontrai gli sguardi estremamente intensi di persone impegnate in vari lavori di giardinaggio o di orticoltura. Negli anni successivi però conobbi altri suoi discenti, i quali, pur manifestando eccellenti doti mentali, mi parvero caduti nell’ennesima dualità in nome della non-dualità, separando il mondo Manifesto dall’Immanifesto. Tale atteggiamento, se assolutizzato, spinge verso un totale disinteresse nei confronti della dimensione fenomenica, che viene così consegnata al disastro. Certo si sa come a partire dal discepolo non sempre sia lecito dedurre la qualità del Maestro. Inoltre, la Via metafisica può facilmente sfociare in una forma di ateismo sterile e superbo, poiché sembra attribuire ad Ishvara, Dio, il principio dell’ignoranza. Per contro, la Tradizione insegna che è soltanto attraverso la devozione ad Ishvara che si svela l’Ineffabile. Soltanto attraverso il Sole si può andare oltre il Sole. Uno tra i milleotto nomi di Shiva è infatti Murtijia, ovvero Anuttara (il Senza Superiore) che per Amore assume una forma accessibile all’uomo.
3 – In alcune opere della Collezione Vidya si utilizza il linguaggio scientifico per illustrare verità spirituali. Secondo me, ciò può alimentare l’illusione che la “nuova fisica” si avvicini alla metafisica, finendo col coincidervi, quando invece tra le due vi è un abisso. Il Silenzio è l’Abisso; per la scienza riconoscerlo significherebbe porgere pranam all’Ineffabile, ammettendo i propri limiti e ritornare così in seno all’Ordine.

Riferendomi ai commenti, non credo sia necessario leggere in chiave negativa il disinteresse di Raphael nei confronti del Cristianesimo; egli semplicemente segue un’altra Via. Del resto c’è da dubitare circa i buoni risultati raggiunti all’interno del dialogo interreligioso. Anni fa, alla Cittadella di Assisi, l’antropologo di casta brahminica Dipak Raj Pant, rivolse pubblicamente a Raimon Panikkar la seguente considerazione: «Lei ha una scarsa comprensione della nostra Tradizione». Panikkar resta ovviamente un grande, ma la citazione testé riportata ci spinge a interrogarci sulla possibilità di essere contemporaneamente hindu e cristiani.
Ritengo altresì che la distinzione tra esoterismo ed exoterismo permanga all’interno del Cristianesimo, purché non si veda opposizione tra i due termini, bensì un giusto rapporto gerarchico. Un’exoterismo che non si lasci guidare ed ispirare dall’esoterismo sfocia nel nulla. L.M.A. Viola (importante autore delle Edizioni Victrix, del quale inspiegabilmente quasi nessuno parla) ritiene che il Cristianesimo iniziatico, gnostico, si sia ritirato ancora nel III sec. Tuttavia, ciò non porta né Viola né Raphael a svalutare il discorso religioso che, anzi, essi continuano a ritenere provvidenziale ed essenziale ai fini di un corretto orientamento. In proposito, L.M.A. Viola ha pubblicato un’opera notevole “La Gnosi Cristica integrale”.
Condivido le precisazioni di “Eremita” sull’"io" del Liberato in Vita, il quale semplicemente smette di identificarsi ciecamente nel soggetto contigente. Soltanto un Liberato (o un destinato alla Liberazione) riconosce un Liberato; agli occhi di un profano egli appare il più delle volte come una persona normale o un pazzo.
E infine, coglie nel segno Aldo La Fata laddove scrive che in Oriente la pratica spirituale tende a predominare sulla dottrina, mentre invece in Occidente la pratica si deve adattare alla dottrina. Ne deriva, tra l’altro, una minore o maggiore distinzione tra ortodossia ed eterodossia. In India incontrare un autentico Maestro e praticare la sadhana che egli ci suggerisce è fondamentale, in Occidente lo è meno.
Certo, oggi viviamo in tempi assai bui ed è difficile trovare punti di riferimento sicuri. Persino le principali Religioni sono lacerate da dissidi interiori – dottrinali, esegetici, etici – che ne offuscano la luce.
Non solo mettere a confronto diverse Tradizioni tra loro (il che implica conoscerle e viverle dall’interno), ma innanzitutto orientarsi nel labirinto contemporaneo è “missione quasi impossibile”; in ogni caso non c’è la benché minima saggezza nel disperare ed è un’imperativo insistere con onestà, sincerità e modestia, avvalendosi dei mezzi validi a nostra disposizione, nel perseguire il Supremo Bene.      

02/02/16

Raphael alla Bompiani

Mandukyakarika Upanisad, Bompiani, p. 216, prezzo: 20.00 €

Mandukyakarika Upanisad è tradizionalmente considerato un trattato autorevole per l’interpretazione della Sruti, comprende il commento in versi (karika) di Gaudapada e riassume tutta la visione metafisica della dottrina vedica. È a partire da Gaudapada che la tradizione advaita diventa storicamente evidente quale manifestazione visibile di una tradizione già esistente. Egli è stato il primo maestro umano a ricevere la conoscenza dell’advaita e a impartirla ai suoi discepoli e per questo gli viene attribuito il massimo rispetto in seno alla tradizione advaita. Gaudapada è indicato come il Maestro di Govinda Bhagavtpada, a sua volta Maestro di Adi Sankara. Esistono ben poche notizie sulla sua persona. La pubblicazione di quest’opera colma un vuoto nel panorama culturale-filosofico, perché di questo importante testo mancava un’edizione integrale con il sanscrito a fronte. La traduzione e il commento di Raphael sono di grande aiuto per lo studioso occidentale non introdotto nella vasta tematica induista e buddista. Le note, alla fine di ogni capitolo, apportano un notevole contributo alla tematica metafisica e utili chiarimenti dottrinari.

29/01/16

Nuccio D’Anna e la Porta Ermetica di Roma

Nuccio D’Anna, La Porta Ermetica di Roma.
Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia, 110 pag., ill.b/n, Simmetria, Roma 2015,18 euro

Nei suoi multiformi interessi Nuccio D’Anna è ritornato ad occuparsi delle dottrine ermetiche con un piccolo, ma prezioso libro appena edito per la casa editrice romana “Simmetria”. Il titolo del nuovo saggio è La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia con l’aggiunta di alcune illustrazioni d’epoca barocca. Molti sono i libri che sono stati scritti su uno dei resti più misteriosi ancora presenti nell’Urbe, non sulle antiche vestigia classiche, ma su ciò che rimane di un ben più complesso sito che era la villa secentesca del marchese di Palombara e che noi oggi conosciamo come “La Porta Ermetica” di Piazza Vittorio, ma il volume di Nuccio D’Anna ne tratta in maniera più esaustiva e particolareggiata di tanti altri e con più di un excursus attraverso le varie declinazioni dell’Ermetismo e dell’Alchimia, dalla più remota antichità a quel particolare momento che fu la Roma barocca, dove agì il Marchese e il cenacolo di Cristina di Svezia, tra il Papato controriformista e le eresie, le guerre tra ugonotti e cattolici e gli intrighi di palazzo. È da poco tramontato l’astro alchemico del Cardinal Francesco Maria Del Monte, il protettore artistico di Caravaggio, il suo mentore in un gioco di spie come raramente se ne videro nel teatro europeo che percorre la Londra elisabettiana di John Dee fino alla Malta dei Cavalieri di San Giovanni, dalla Praga del rabbino Loew – quello del Golem - all’Inquisizione spagnola e al rogo di Giordano Bruno. Sono trascorsi alcuni decenni ma il panorama dove opera il Marchese Ermetista è ancora un elaborato e complesso labirinto nella Roma barocca; e la Porta Magica di Piazza Vittorio è stata edificata proprio in quell’irripetibile tempo nel quale cardinali, nobili e uomini di lettere, si incontravano e confrontavano sul mistero dell’Alchimia operativa e spirituale al tempo stesso. È il periodo aureo di straordinari gesuiti come Athanasius Kircher e di artisti come Salvator Rosa e le sue streghe, sabba e “dimoni”. Magia, Alchimia e Scienza fluiscono l’una nell’altra senza limiti ben precisi in un milieu che raramente ha avuto pari in una città che pari non ha.
Si costruiscono in molti luoghi, sia nei paesi sia nel resto della penisola, giardini alchemici progettati sapientemente con l’ausilio di famosi architetti; luoghi destinati a vere e proprie dispute filosofali tra i dotti dell’epoca e talvolta teatro di misteri di corte tra le nobili casate. Uno tra questi posti misteriosi e affascinanti sarà proprio quello voluto dal  marchese Palombara all’interno della cui villa erano contenute sei strutture ermetiche comprendenti il Casino di Caccia e quelle dell’ingresso secondario, oggi tutte perdute. L’unica rimasta è proprio la notissima Porta Magica della quale tratta il libro di D’Anna che ci conduce perciò in un viaggio attraverso i segreti ed i misteri delle Soglie e i loro Sigilli Magici, le “parole di passo” ed i loro terrifici Guardiani che essi siano Dei, santi, angeli o démoni presiedenti alla guardia dei passaggi tra i Mondi, in un gioco di riscoperta dell’immenso e variegato mondo degli alchimisti e degli spagiristi e – anche – dei “soffiatori di carbone”.
Puntualmente descritto e analizzato con dovizia e precisione ogni simbolo nelle sue declinazioni magiche, astrologiche ed ermetico-alchemiche, il saggio suggerisce senza azzardi ma con intelligenza cosa realmente potesse essere il luogo custodito dalla Porta Magica. È l’antichissimo simbolismo della “porta” stessa ad essere il centro fondamentale dell’opera, il suo locus terribilis che segna il passaggio tra i Mondi e attraverso il quale soltanto l’Eroe, l’Iniziato, colui che ha conseguito la dignità di poter passare, osa porre l’orma del proprio piede, pena la perdita della sua stessa vita e forse anche della sua anima. Luoghi di transito come quello descritto nel libro sono diffusi in molti posti del mondo, in templi e “dimore filosofali”, occultati o esposti allo sguardo pubblico, ognuno con le proprie caratteristiche uniche e irripetibili.
Così è la Porta di Piazza Vittorio, vestigia della Villa del Marchese Massimiliano Palombara della quale struttura originaria ci rimangono soltanto la cornice, l’architrave e la soglia, mancando del tutto i gradini, il luogo ove essa conduceva e nulla possiamo dire della natura del suo portone, facendo sì che il suo ideatore si ponga al fianco di numerosi altri Signori del suo tempo, come i Farnese o gli Este in una sorta di gara a chi creava le maggiori “meraviglie”. La selva incantata di Bomarzo, il Palazzo di Caprarola, i giardini estensi e tanti altri – come la Casina dell’Aurora del già nominato cardinal Del Monte e - sì anche loro sebbene non lo si dica in giro – una parte dei Giardini Vaticani, partecipano della medesima geografia magica ove compare l’inusitata Villa del Marchese Massimiliano Palombara. Il Seicento sfumerà  poi a Napoli, con gli ultimi bagliori d’un crepuscolo alchemico, nella Cappella voluta da Raimondo di Sangro, il Principe di Sansevero, prima che tutto o quasi vada perduto nella follia giacobina che ha distrutto tutto o quasi ciò che era sacro agli dèi.
L’Autore riesce così ad offrirci nel suo testo un documentato e ricco apparato astrologico e alchemico, ancora riscontrabile da parte del visitatore – non del banale turista – in Piazza Vittorio, tra una colonia felina e i numerosi piccioni, a dimostrazione ancora una volta di come i gatti riconoscano sempre e amino i luoghi ove la Magia sia ancora attiva e potente. Inoltre da Nuccio D’Anna viene esaminata la quasi totalità esistente di testi e scritti vari su questo tema, confrontando differenti fonti sul senso riposto dei glifi incisi sugli stipiti della Porta che lasciamo però scoprire al fortunato e coraggiosamente avveduto Lettore, ricordandogli di presentarsi “armato” innanzi al Guardiano della Soglia, nell’ora propizia e con il cuore puro d’un bambino.
Dalmazio Frau

27/01/16

SIMMETRIA: Prossimi Appuntamenti

CONVEGNO

"Il silenzio cristiano e il silenzio pitagorico"

 Sabato 6 febbraio 2016
ore 16:00
Sala Conferenze
Via S. Lucia, 5 (fronte Hotel Clodio)
Roma
 
Il silenzio, quell'ineffabile e misteriosissima fessura tra le vibrazioni del suono, quella modalità dell'anima che a volte spaventa e a volte folgora la coscienza di chi è alla ricerca di se, ha sempre affascinato mistici, ermetisti, filosofi; primi fra tutti i padri del deserto che, come i Pitagorici dell'esichia andavano a cercare la Vera solitudine dove incontrare se stessi. Il silenzio, perciò, come modalità dell'essere è così lontano dal suono e dalla musica? Su questi temi si incontreranno una teologa (Roberta Simini), uno storico delle religioni (Enrico Montanari) e un ingegnere (Claudio Lanzi).

 


21/01/16

"Tempi ultimi e Restaurazione finale": pubblicati gli atti del convegno

Un’opera unica, un saggio affascinante che mette insieme, per la prima volta, contributi di studiosi cristiani e musulmani sul tema della fine dei tempi. La crisi finale e i segni della Fine, l’allontanamento dal Divino e la Grande Apostasia, l’attesa del Mahdi e il ritorno di Cristo, la resurrezione dei corpi in chiave teologica e nell’ottica metafisica. Contributi di Paolo Rada, Nuccio D’Anna, Gianluca Marletta, Alberto Perani, Demetrio Giordani, Eduardo Ciampi, Mario Polia, Giuseppe Aiello, Ali Reza Jahali, Ghorban Alì Pourmarjan.

Indice dell’opera:  

Paolo Rada
Regressione delle caste e dissoluzione finale


Edoardo Ciampi
Orizzonti ecumenici di fine Kali Yuga


Nuccio D’Anna
La IV Egloga di Virgilio e il rinnovamento del mondo


Gianluca Marletta
Fine dei Tempi e Resurrezione dei morti nella Rivelazione cristiana


Alberto Perani
Cieli e Terra Nuova: l’escatologia cristiana in Silvano Panunzio


Demetrio Giordani
Il Mahdi e Gesù figlio di Maria. I segni della fine dei tempi nelle fonti dell’Islam sunnita


Ghorban Alì Pourmarjàn
La dottrina del Mahdi nella storia politica contemporanea dell’Iran


Mario Polia
Apocalissi e libero arbitrio


Giuseppe Aiello
L’Attesa dell’Alba: l’uomo e la società alla fine di un mondo


Recensioni:
Ali Reza Jahali, I fanatici dell’Apocalisse (di Maurizio Blondet)
Eduardo Ciampi, L’ultima Notte del mondo (di C.S. Lewis)