25/07/16

Interruzione estiva


Cari Amici lettori e collaboratori,
 
il «Corriere metapolitico» va in vacanza e tornerà a settembre. Per tutto il periodo, la casella alafata@yahoo.com  rimarrà attiva e chi volesse può intervenire  e commentare i post di suo interesse.
Auguro a tutti buone vacanze estive, terroristi – reali o presunti tali - e psicopatici permettendo.

A.L.F.

“Ma quando? Presto? Questo non si deve chiedere. Solo: pazienza, verrà, deve venire il sacro tempo della pace perpetua, in cui la nuova Gerusalemme sarà la capitale del mondo; e fino ad allora siate sereni e coraggiosi nelle avversità del tempo, compagni della mia fede, annunciate in parole e azioni il Vangelo divino e restate fedeli alla fede vera, infinita, fino alla morte.”

Novalis,  La Cristianità o Europa

17/07/16

Il nuovo libro di Antonello Colimberti: "Metafisica Sperimentale delle Arti"

Descrizione

Un excursus sulla metafisica nell’Arte a partire dall’esperienza musicale, che tenta di rispondere alla domanda se si possono proporre forme nuove che incarnino principi immutabili.
Questo è il cammino che si propone Antonello Colimberti, antropologo del suono e del gesto, in un incontro fra tradizioni arcaiche e forme di sperimentazione contemporanea.


Profilo dell’Autore

Nato a L’Aquila nel 1962, compie i propri studi musicali al Conservatorio di Musica “Alfredo Casella”, diplomandosi in pianoforte con Sergio Calligaris e seguendo i corsi di musica elettronica di Michelangelo Lupone. A seguito di un carteggio iniziato qualche anno prima, nel 1986 segue a Firenze un corso di musica ambientale con Albert Mayr, con il quale inizia una lunga collaborazione, che darà vita al volume L’ascolto del tempo. Musiche inudibili e ambiente ritmico, Mpx2 Editore, Firenze 1995.
Negli stessi anni segue i corsi di canto armonico di Roberto Laneri, divenendo performer e insegnante di questa tecnica vocale.
Compie studi universitari, conseguendo una prima laurea al DAMS di Bologna in semiologia della musica (relatore Gino Stefani), discutendo una tesi su una ricerca interdisciplinare sui codici di rappresentazione temporale, condotta in quegli anni con una équipe diretta da Albert Mayr. In seguito consegue una seconda laurea alla Facoltà di Magistero di L’Aquila in antropologia culturale (relatore Valerio Petrarca), discutendo una tesi sulla figura dello sciamano. Sulla scia di quest’ultimo lavoro pubblica, sotto la sua curatela, il volume Musiche e Sciamani (con CD allegato), Textus Editore, L’Aquila 2000, ed inizia una lunga collaborazione con la SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza), entrando anche a far parte del suo Consiglio Direttivo.
Nel 2001 consegue un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno in storia del teatro moderno e contemporaneo (relatore Lorenzo Mango), discutendo una tesi sul mimodramma di Marcel Jousse. Sulla scia di quest’ultimo lavoro inizia a curare una serie di volumi su e di Marcel Jousse: dapprima Marcel Jousse: un'estetica fisiologica, numero monografico della rivista di studi filosofici "Il cannocchiale", n.1-3, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2005, poi Marcel Jousse, La sapienza analfabeta del bambino. Introduzione alla mimo pedagogia, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2011, infine Marcel Jousse, Il contadino come maestro. Lezioni alla Sorbona, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2012.
Fra antropologia del suono e antropologia del gesto sono la cura del volume Ecologia della musica. Saggi sul paesaggio sonoro, Donzelli Editore, Roma 2004, dove Marcel Jousse è presentato come un precursore dei soundscape studies e della musica ambientale, e la traduzione e cura di Jacques Viret, La musica occidentale e la tradizione. Metamorfosi dell’armonia, Simmetria, Roma 2012, dove è proposto un incontro fra filosofia perennialista e nuova musica. Infine, nel 2016 per la Luni Editrice, traduce e cura il testo di Jean Thamar (pseudonimo del diplomatico e orientalista svizzero Jacques-Albert Cuttat) La musica tradizionale.
Collaboratore alla cultura di vari periodici (Europa, Arel), testate radiofoniche (Radiotre) e televisive (RAI, TV2000), insegna presso l’Accademia di Belle Arti e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Fides et Ratio” di L’Aquila.

antonello.colimberti@gmail.com
http://www.overtone.cc/profile/AntonelloColimberti

10/07/16

Benedetto XVI si racconta


Dobbiamo ringraziare Roberto Regoli, che, con il suo libro sul pontificato di Benedetto XVI Oltre la crisi della Chiesa (Lindau, pp. 512, e 29,50), ci porta a riflettere su una transizione decisiva del mondo cattolico nel nostro XXI secolo. Avverto un certo imbarazzo nel trattare di persone viventi, così vicine, talune presenti. A volte lo storico contemporaneo viene definito un «giornalista» (in modo talvolta poco lusinghiero), ma qui siamo davvero a una distanza ravvicinata dagli avvenimenti, dopo solo tre anni dalla conclusione del pontificato. Indubbiamente Regoli ha mostrato non solo equilibrio nel trattare il tema, ma anche molto coraggio.
È anche significativo che alcune carte siano disponibili grazie alla fuga di notizie dalle stanze vaticane (e questo rappresenta già un fatto) oppure dalle intercettazioni da fonte americana (anche se ho qualche dubbio sull’attendibilità di questo tipo di fonte). Ma, per il resto non vi è accesso alle fonti. E, d’altra parte, non oso auspicare l’apertura degli archivi del pontificato di Benedetto XVI, anche se resto convinto che la chiusura degli Archivi vaticani così a lungo sia un danno per l’indagine storica, ma anche un male per l’istituzione vaticana ed ecclesiale, su cui si fa storia — chiudendo le questioni — senza potersi documentare sui fondi archivistici principali. Ma va accettata questa realtà, si fa la storia dei pontificati dell’età contemporanea senza consultare gli Archivi vaticani. Con il suo volume Roberto Regoli va oltre questa problematica, scrivendo una storia così contemporanea da essere prossima: una storia del tempo presente.
Con il gesto delle sue dimissioni, Papa Ratzinger ha fatto un atto di grande umiltà. Molti l’hanno criticato e giudicato. Si è, in questo modo, sottoposto alla critica storica e della storiografia, oltre che alle opinioni e agli umori di tutti. Parlare di lui è trattare dei grandi capitoli del suo governo, del magistero (come fa molto bene Regoli), ma anche dell’uomo e del suo carattere. Per tradizione secolare, l’uomo-Papa si nasconde e si confonde nel pontificato, anche perché l’accesso alla persona del Papa è in qualche modo schermata e filtrata. Ci sono pagine su Pio XII in questo senso: i diplomatici accreditati in Vaticano notarono una sua trasformazione nel passaggio da segretario di Stato a Papa, come un’identificazione con il nuovo ruolo. Lo stesso Paolo VI, nonostante i riflettori mediatici fossero accesi su di lui, era per molti aspetti nascosto nel pontificato. Il distacco dalla propria terra d’origine e dal proprio ambiente era un esempio chiaro di questo nascondimento. Pio XII parlava agli italiani dicendo la «vostra patria» e Paolo VI mai tornò a Brescia. Il «noi» maiestatico simboleggiava proprio questo nascondimento della persona.
Con Wojtyla, possiamo dire che l’«io» entra apertamente nel pontificato: la terra natale, la personalità, il carattere, la storia giovanile… Cambia irreversibilmente il rapporto tra l’uomo e il papato, che non nasconde più o non protegge più la persona del Papa. Per questo si deve parlare del carattere di Ratzinger, così importante nelle sue scelte: della sua timidezza e riservatezza professorale. Direi che Benedetto è il primo Papa la cui umanità è stata sondata e giudicata senza alcuno schermo. Bisogna però notare che l’uomo Ratzinger, divenendo Papa, si è profondamente trasformato nel contatto con la gente — inusuale per lui —, divenendo affettuoso, popolare, paterno. Non è poco, anzi dice molto sul «senso del dovere» che ha accompagnato il suo governo. È quel senso di responsabilità che gli ha fatto accettare l’elezione a Papa, che non desiderava ma cui non si è sottratto. Infine, il Papa timido ha preso una decisione che richiedeva un coraggio inaudito, nonostante il parere contrario di chi veniva consultato: abdicare. Niente di più fermo —diceva una volta monsignor Gänswein — che la fermezza dei miti. Del resto è lo stesso coraggio del libro intervista con Seewald, il primo del genere per un Papa.
Vorrei però accennare all’elezione, da parte di un collegio di cardinali che in larga maggioranza non si era mai riunito per scegliere un Papa, a causa del lunghissimo pontificato di Wojtyla «Papa eterno», il Papa di sempre per molti di noi. Morto Giovanni Paolo II, i cardinali spaesati e incerti guardano al «fratello minore» dello scomparso, saldo nella dottrina, suo collaboratore, anche se non altrettanto carismatico… Fu un conclave molto preparato, più di quelli di Wojtyla, di Montini, di Roncalli o di Bergoglio. Da questa «preparazione» che ad alcuni parve eccessiva, nasce un grande equivoco sui motivi per cui fu eletto Joseph Ratzinger e sulla sua immagine come Pontefice.
Fu eletto da chi voleva assicurare una rilettura rigorosa del pontificato di Giovanni Paolo II che, con il suo stile carismatico e una spiritualità alla Soloviev (se così possiamo dire), lasciava spazio alla possibilità di essere interpretato in vari sensi, anche molto «aperti». Si pensi, ad esempio, allo «spirito di Assisi», l’esperienza voluta fortemente da Wojtyla, che aveva riunito, nel 1986, leader di tutte le religioni a pregare per la pace, in un dialogo interreligioso molto allargato, e che aveva lasciato perplesso il teologo Ratzinger.
Tra i grandi elettori di Benedetto XVI, bisogna fare il nome di López Trujillo, che fu tra i principali organizzatori della maggioranza al conclave, con un’intensa attività di colloqui. Il cardinale Martini disse di averlo sentito dire: «Non sai quanti pranzi e cene mi è costato questo Papa!». Niente di scandaloso (del resto, se i cardinali fossero andati al conclave in ordine sparso e senza un’idea, sarebbero stati ugualmente criticati). In ogni modo, la sistematica preparazione fu espressione della volontà di votare un Ratzinger come «carabiniere della Chiesa» — per usare l’espressione cara al cardinale Ottaviani, in altri tempi.
Questa era l’immagine di Benedetto XVI, che la stampa gli attribuiva: duro, illiberale, restauratore… Del resto, proprio insieme a López Trujillo, Ratzinger aveva fatto la battaglia contro la teologia della liberazione, per volontà di Giovanni Paolo II. È nato come «Papa della restaurazione». L’omelia del cardinale Ratzinger, nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, del 18 aprile 2005, sembrava confermare questa qualificazione: la piccola barca della Chiesa naviga nel mare agitato del secolarismo e del relativismo, secondo una visione di sfida della modernità secolare che dura da due secoli.
L’«opposizione» viene chiamata «gruppo di San Gallo» (ma la recente biografia, con la regìa autobiografica del cardinale Daneels, mostra l’esiguità del gruppo episcopale di San Gallo) . In realtà il gruppo era coordinato dal cardinale Silvestrini, un grande diplomatico, che non partecipava al conclave per limiti di età e portava avanti la figura del cardinale Martini. E qui bisogna dire che i rapporti tra quest’ultimo e Ratzinger furono sempre di chiara divergenza sui grandi temi, ma anche di grande stima, come Ratzinger dichiara, nel libro in onore dell’arcivescovo di Milano: un rapporto tra professori dalle idee differenti, ma che si riconoscevano mutuamente un alto livello accademico e culturale .
Così non credo all’ipotesi di un trasferimento dei voti del gruppo di Silvestrini, che aveva scelto Martini, sul cardinale Bergoglio, bensì su Benedetto XVI (con qualche eccezione). Si dice che Martini, gesuita anche lui, non considerasse Bergoglio all’altezza del compito. Dal mito dei «voti di Martini» riversati su Bergoglio nasce l’idea che l’elezione di Francesco sarebbe in continuità con l’ipotesi di Martini, formulata nel 2005. Ma credo che senza Benedetto XVI e le dimissioni, non ci sarebbe stato Francesco. Su Ratzinger ci fu una larga convergenza di voti: Ruini lo appoggiò in seconda battuta, da esterno rispetto al gruppo di Trujillo, probabilmente perché considerato troppo italiano o politico. La candidatura alternativa, Bergoglio, era invece quella di un latinoamericano, che raccoglieva gli incerti e gli oppositori alla soluzione Ratzinger. Non si tratta di un blocco organizzato, come mostra bene Regoli.
Il grande equivoco dell’elezione di Benedetto XVI fu l’immagine dura del Papa eletto «carabiniere della Chiesa», presto smentita dai fatti. Giustamente Regoli scrive: «Vuol convincere e non imporre. Qui appare una caratteristica di Ratzinger, che è allo stesso tempo la forza e la debolezza del suo pontificato». La sua forza «gentile» è un magistero articolato e convincente, esaminato con attenzione nel volume di Regoli, ma che credo meriterà in futuro un ulteriore approfondimento anche di carattere teologico. Ratzinger si rivela l’uomo della grande tradizione, argomentato, chiaro, che vuol essere persuasivo. Per certi aspetti, non rispondente alla figura di chi deve mettere ordine nella Curia, secondo le aspirazioni di chi l’aveva eletto. Se c’era in lui un desiderio di ordine, si collocava sul piano ideale e teologico.
Lo «spirito di Assisi», caro a Giovanni Paolo II, come si è detto, non lo aveva mai convinto; Ratzinger non cambiò visione, ma non corresse l’eredità del suo predecessore. Fece alcuni interventi puntualizzanti, oltre a recarsi ad Assisi nel 2011 per celebrare i 25 anni dell’incontro dell’86, curando direttamente l’evento con un suo stile peculiare. Anche la riforma liturgica di Paolo VI non lo aveva proprio convinto, perché gli sembrava archiviare la tradizione con un rapido gesto di governo: provò a far evolvere la liturgia attraverso l’esempio di quella papale, proposta alla Chiesa, poi con il recupero della Messa di Pio V (Regoli si chiede se fu una concessione ai lefebvriani o un’intenzione personale di reintrodurla). Ma tutto questo in uno stile di riflessioni teologiche e con un metodo persuasivo, non imperativo.
Proprio la riforma liturgica era stata emblematica del modo di governare di Paolo VI, quello di un sovrano illuminato e riformatore, che non rinunciava al «potere del Papa», ma era consapevole delle opposizioni presenti: «Un Papa bolla e l’altro sbolla; bisogna far presto!», diceva a mons. Bugnini, segretario della commissione per la Liturgia del Vaticano II, su quale ora è uscita una biografia in francese. Montini aveva una chiara coscienza dell’opposizione interna di destra e di quella pubblica e chiassosa progressista.
Basterebbe rileggere la personale e indifesa lettera di Benedetto XVI ai vescovi dopo il caso Williamson (Richard Williamson, vescovo lefebvriano era stato riammesso nella Chiesa cattolica da Benedetto XVI nonostante le dichiarazioni negazioniste sulla Shoah). «Ma che è un Papa questo?», disse duro uno degli organizzatori della sua elezione, manifestando lo scarto tra i motivi per cui era stato eletto e le scelte da Papa. Ratzinger deluse chi lo aveva portato al soglio, perché — al di là di scelte puntuali — non si prestò all’opera di restaurazione nel senso richiesto. Non fu un «carabiniere».
Ratzinger nomina in prevalenza personale conservatore e sicuro (perché la chiarezza dottrinale gli sembra prioritaria), ma sceglie pure il cardinale Hummes, che si era dichiarato favorevole all’ordinazione dei viri probati prima di venire a dirigere la congregazione del clero. Lo chiama come collaboratore per riavvicinare la Chiesa brasiliana, che aveva vissuto una crisi nei rapporti con Roma all’epoca di Wojtyla.
Ratzinger non può essere considerato un tradizionalista, se si guarda allo spessore teologico e culturale del suo pensiero. Rende però scontenti anche i suoi sostenitori. Nel 1966, Joseph Ratzinger affermava acutamente: «Il Concilio segna il passaggio da un atteggiamento di conservazione a un atteggiamento missionario, ed il concetto conciliare contrario a “conservatore’”non è “progressista”, ma ”missionario”». Ma missionario in che mondo? E il Papa contemporaneo non deve essere il primo missionario?
Ratzinger guarda al secolarismo e all’Occidente, come scenario su cui agire per riaffermare un orizzonte cristiano, dove vuol quasi compiere l’operazione che portò Wojtyla a cambiare gli equilibri nell’Est Europa: vuole confrontarsi con l’illuminismo mediante le armi del dialogo. Si pone in continuità con la lettura di Giovanni Paolo II sul secolarismo, che Wojtyla conquistava anche con il suo carisma. Ratzinger può contare sulla simpatia dei russi ortodossi, che hanno grande stima del Papa della tradizione, e sappiamo della disponibilità del patriarca Kirill ad incontrarlo, se le dimissioni non avessero troncato la trattativa.
Questa visione del secolarismo è una chiave di lettura che Francesco non respinge del tutto, ma integra in una visione della modernità globale e liquida, in cui uomini e donne vivono da spaesati. Bergoglio sa che la cultura, cui Ratzinger si era rivolto, da grande, affrontandola in modo articolato — si pensi al discorso ai Bernardins a Parigi sulla scia dell’antico libro di Jean Leclerq, Cultura umanistica e desiderio di Dio — non muove i mondi, specie nelle dinamiche globali. Vangelo e carisma sono al centro del discorso di Francesco, e provocano un capovolgimento del modo con cui il papato affronta la modernità e il secolarismo: qui la novità.
Si dovrebbe approfondire l’idea di Chiesa come minoranza: la «minoranza creativa» ratzingeriana, quella del discorso di Subiaco, non è la stessa idea di minoranza del cardinale Danneels o di una minoranza-lobby per i valori non negoziabili. Ma non è nemmeno l’idea di Chiesa di popolo di Bergoglio. Come si realizza l’idea di Chiesa propria di Papa Benedetto?
Ma torniamo al tema centrale. Ratzinger comincia con il malinteso di Ratisbona, ricostruito molto lucidamente da Regoli: una dotta citazione diventa una bomba, con gravi conseguenze anche per la vita di alcuni cristiani in Oriente. Ma il Papa non è solo un intellettuale o un professore, che peso hanno le sue parole? L’attacco mediatico internazionale, violentissimo, saggiò la fragilità della posizione di Papa Ratzinger. Si può dire che, in varie riprese, a partire dal quel settembre 2006, non è stato più risparmiato: Benedetto XVI ha avuto costantemente contro la grande stampa internazionale, almeno fino alle sue dimissioni. Non credo alle congiure, ma c’è stata una dinamica di coincidenze e una sinergia che ha mostrato come, fino alle dimissioni, Ratzinger sia stato visto come chi ha «somatizzato» la crisi o l’agonia del cattolicesimo. Si poteva andare oltre la crisi? Sì, con il suo pensiero e la sua fede indicava una via per il futuro della Chiesa, ma la sua stessa figura diventa la crisi, tanto da pensare che il declino fosse insito in questa stagione della Chiesa.
A questo si aggiunge il problema del governo. Il Papa è scrupoloso e il suo senso del dovere fortissimo: basti pensare ai tanti viaggi nel mondo di un uomo che non amava viaggiare, fatti con attenzione e serietà. Ma la macchina curiale non funzionava molto. Paolo VI l’aveva architettata dopo il Concilio, rafforzando la Curia romana in un cattolicesimo più plurale, associando i vescovi, facendo della Segreteria di Stato il perno del governo con una scelta innovativa. Era la Segreteria da cui Montini veniva e che, da Papa, mise alle sue dirette dipendenze, essendo in pratica il segretario di Stato di se stesso, attraverso l’azione di un forte sostituto, monsignor Benelli. Paolo VI, come principe riformatore, voleva guidare la recezione conciliare attraverso i cambiamenti nella Curia.
Ma il sistema vaticano non funzionava alla perfezione. Le classi dirigenti, come quelle degli Stati europei, scendono di livello e le vocazioni scarseggiano. Anche il governo di Giovanni Paolo II fu molto criticato. Ma la realtà era che, con il suo carisma, Wojtyla suppliva ai problemi di governo. Benedetto XVI non è un carismatico e nella gestione della Curia non gli fu perdonato nulla, pur avendo all’attivo un’importante e dolorosa operazione di purificazione della Chiesa dagli scandali sessuali, che costituivano un grave problema ereditato dai pontificati precedenti. Del resto, come si vede anche oggi, la riforma del governo vaticano va avanti lentamente e non è facile tracciare un diverso profilo della Curia. Il governo è deficitario, ma il carisma lo compensa.
Un altro esempio è la diplomazia vaticana: gli Stati non l’apprezzano molto — come scrive Massimo Franco in La crisi dell’impero vaticano… — mentre in passato, all’epoca della guerra fredda era importante. Quando era guidata dal cardinale Casaroli o da monsignor Silvestrini, e da Papa Wojtyla con la sua geopolitica profetica, si erano coperti i vuoti di un sistema diplomatico che aveva varie mancanze. Si pensi all’irrisolta questione cinese (malgrado la bella lettera di Papa Benedetto ai vescovi della Cina) e la partenza di monsignor Parolin dalla Segreteria di Stato. Del resto Benedetto non riceve frequentemente i nunzi.
Ma non è solo la diplomazia ad avere difficoltà: il problema è la Segreteria di Stato e la criticata nomina del cardinale Bertone, non proveniente dalla diplomazia. Ma il problema non è solo il cardinale Bertone. Senza una Segreteria capace, la Curia montiniana non funziona. Regoli ricorda come gli amici di Ratzinger gli avessero chiesto di cambiare segretario di Stato con un passo collettivo, ma lui lo difese, coprendolo in questa e altre occasioni (ma il cardinale Casaroli affermava che è il segretario di Stato che ha il dovere di couvrir la couronne). Molti pensano che questa scelta sia stata dettata semplicemente dal desiderio di una continuità di lavoro con un collaboratore di vecchia data come il cardinale Bertone. Ma c’è di più.
Progressivamente Benedetto XVI, uomo di integrità cristallina, che tanto puntava sulla parola e sulla persuasione, sulla comunicazione colloquiale nella Chiesa, si rende conto che è soggetto a pressioni e forse non vuole essere ridotto a Papa-pensatore, che lascia il governo «personale» ad altri. Non è un caso che un’ultima inchiesta secretata — ma trasmessa al nuovo Papa Francesco in modo ben visibile — chiude il suo pontificato. Bertone gli era apparso un presidio per evitare di essere sopraffatto. Se così dev’essere, se mancano le forze, se si è già detto e insegnato tanto di quello che si poteva dire, perché restare? Qui la scelta delle dimissioni che illuminano la forza dell’uomo, l’accettazione dell’ignominia del giudizio di tutti, insomma la sua umiltà e il non tradire la sua missione.
Benedetto XVI non è l’immagine della crisi, della fine del pontificato di origine europea come sembra esaurito quello di nazionalità italiana (addirittura, nel conclave del 2013, l’ipotesi di un Papa italiano sembra a molti un incubo); non è una parentesi, anche se la sua figura non si impone. Basta rileggere oggi i suoi testi e ci si trova di fronte a un pensiero limpido e profondo, non unilaterale (basta menzionare la coraggiosa Esortazione apostolica sulla Parola di Dio). Un Padre della Chiesa, non un Papa missionario o carismatico. Oggi il Papa può essere tale?
L’uomo Ratzinger non ha voluto imporsi alla storia e alla Chiesa, ha percorso la via della mitezza, della fede e dell’intelligenza. Non emerge con evidenza e qui la storia avrà il compito di mettere in rilievo la sua figura. Un brano della Caritas in veritate mi è sembrato autobiografico, quando parla della «presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo e non noi. Noi gli presteremo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché egli ce ne dà le forze. Fare però quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo…».
È la visione di chi si è definito umile operaio della vigna del Signore. Ringraziamo Roberto Regoli che ha avuto il coraggio e l’intelligenza di cominciare a scrivere da storico su questa figura.

Fonte:

28/06/16

Medjugorje: la menzogna in atto



E’ allo scopo di meglio chiarire la posizione del Corriere metapolitico sulla controversa vicenda di Medjugorje che abbiamo deciso di scrivere quanto segue. L’argomento si presterebbe a innumerevoli altre valutazioni che per ragioni di spazio rimandiamo ad altra occasione.

La Chiesa

Per quanto riguarda la posizione ufficiale della Chiesa, si sono dovuti attendere una decina d’anni per un primo responso (ricordiamo che la prima apparizione risale al 1981). Il 10 aprile 1991 i vescovi dell’allora Jugoslavia, riuniti a Zara, emisero la seguente dichiarazione: “sulla base di quanto finora si è potuto investigare, non si può affermare che abbiamo a che fare con apparizioni e rivelazioni soprannaturali”. Vent’anni dopo, esattamente nel marzo 2010, la Santa Sede istituisce, per volontà di Benedetto XVI, una “Commissione internazionale di inchiesta” per indagare sui fatti, composta da vescovi, teologi ed altri esperti e presieduta dal cardinale Camillo Ruini. I lavori della Commissione sarebbero terminati già un anno fa, ma stranamente ancora non se ne sa nulla.

I Papi

I tre papi che si sono succeduti sul trono di Pietro dalla fatidica data della prima apparizione non hanno, come d’altronde è prassi, dichiarato pubblicamente la loro posizione, anche se è confermato da testimoni autorevoli che in via privata e confidenziale Giovanni Paolo II si dicesse certo della sua autenticità. C’è, tra l’altro, una distanza temporale di poco più di un mese tra l’attentato cruento del 13 maggio a Sua Santità e la presunta apparizione del 24 giugno. E’ sicuramente possibile che la coincidenza non sia del tutto casuale, ma non nel senso immaginato da Antonio Socci secondo il quale “le apparizioni iniziarono all’indomani dell’attentato al papa, come per accompagnare e sostenere la seconda fase del suo pontificato. Nell’ipotesi che le apparizioni, come noi riteniamo, non siano vere ma “artefatte”, anche la scelta della data deve rispondere a una logica umana di pura convenienza.
Tornando a Giovanni Paolo II, non si può non ricordare che  “Totus Tuus”, “Tutto Tuo”, era il motto apostolico del suo pontificato, espressione efficace della sua fortissima devozione mariana.  Questa “passione” per la Madre di Gesù e della Chiesa, lo rendeva forse meno obiettivo e distaccato  nei confronti del fenomeno delle “apparizioni”, quasi sempre assai difficili da discernere. Per lo stesso motivo si convinse di essere lui il misterioso personaggio descritto da Lucia di Fatima nella famosa visione apocalittica, contro l’evidenza di una descrizione che poteva anche far pensare ad altro. Il “riconoscervi il suo proprio destino” (Il messaggio di Fatima, Congregazione per la dottrina della fede, giugno 2000) finì con lo svuotare di ulteriori significati quella visione che così sarebbe stata presto dimenticata e messa da parte. Quel che accadde in seguito lo sappiamo: Medjugorje prese in tutto e per tutto il posto di Fatima senza più nessuno a impedirlo (lo schema adottato fu il seguente: A e B procedono dalle stesse cause, ma siccome B viene dopo A, allora B che deve contenere per forza qualcosa di più di A, sostituisce definitivamente A).
Per quanto riguarda la posizione di Benedetto XVI,  non risultano indiscrezioni, né confidenze fatte a Tizio o a Caio. Socci riteneva e forse ancora ritiene, che anche lui sia segretamente convinto dall’autenticità delle apparizioni, ma nulla nelle sue azioni e nelle sue parole sembra farlo pensare. L’unica cosa certa è che a lui si deve la creazione della Commissione d’inchiesta. A nostro avviso, il vero scopo della Commissione, lo diciamo a tutti i medjugurjani entusiasti, non è certo quello di pronunciarsi in modo definitivo sulla natura delle apparizioni (cosa tra l’altro impossibile dal momento che a dire dei “veggenti” le apparizioni non sarebbero ancora terminate), ma solo un modo “pastorale” per cercare di recuperare una situazione ampiamente sfuggita di mano e per poterla in seguito gestire e governare dall’alto. Lo si vedrà.
Veniamo infine a Papa Francesco che, com’è noto, ha anche lui una grandissima devozione per la figura della madre di Gesù. Di Francesco I è documentata sia la venerazione per la Tilda, l’immagine della “Lupita” o Madonna di Guadalupe, sia per l’icona di Maria Salus Popoli Romani attribuita a San Luca e custodita nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, a cui il Papa porta i fiori al ritorno di ogni suo viaggio. Non risulta invece alcuna devozione per la Madonna di Medjugorje (“Gospa” in lingua croata), anzi. Qui ricordiamo solo alcune sue “battute” del tipo “la madonna non è un postino” e il “ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?”.

Gli intellettuali cattolici

Veniamo alla posizione degli intellettuali cattolici più in vista, relativamente al nostro paese. Vittorio Messori, ad esempio, ha parlato di una “catastrofe”, addirittura di un pericolo “scisma” nel caso in cui la citata Commissione si pronunci sulla non autenticità delle apparizioni (è quello che nel gergo dei disinformatori si chiama “lo schema del pendio scivoloso”: un fatto deve essere per forza vero, perché se non lo fosse le conseguenze sarebbero terribili). Un intervento il suo, che è sembrato a molti osservatori quasi un ricatto o comunque un tentativo di forzare la mano alla Chiesa, cercando di orientarla verso un giudizio positivo. Ora, come apologeta, scrittore cattolico e “storico delle apparizioni”, Messori ha senza dubbio dei grandissimi meriti che non vanno dimenticati e di cui gli siamo debitori, ma certi suoi ragionamenti che costringono la Madonna dentro uno schema quasi obbligato di “rivelazioni progressive” e scadenzate a noi francamente sembrano del tutto fuori luogo. Perché non ammettere invece la possibilità che la Madonna non si curi delle false apparizione (come ha sempre fatto), o che smetta di manifestarsi per un lungo periodo di tempo? Non si possono rinchiudere dentro uno ragionamento umano, per quanto logicamente e teologicamente cogente, i “disegni di Dio”! In questo senso, sembra che in Messori ci sia un eccesso di razionalizzazione del mistero mariano che proprio a partire dalla dottrina cattolica è inaccettabile.
Altra autorevole voce molto ascoltata nel mondo cattolico è quella del già citato Antonio Socci.  Sul tema il nostro ha scritto un libro-inchiesta dal titolo “Mistero Medjugorje”. Socci sostiene ormai da qualche tempo che mentre a Medjugorje si avverte una sicura presenza dello Spirito, a Roma ormai è la catastrofe. Quindi giù critiche a non finire al Papa e alla Chiesa di Roma (e ben vengano, per carità, se sono giuste e ben ponderate), ma totale acritica accondiscendenza rispetto a tutto quello che proviene da Medjugorje. Il 17 agosto 2014 il veggente Ivan rende noto che la Madonna chiede di “pregare per l’amatissimo Santo Padre”, di pregare “per la sua missione, la missione della pace” (quindi prendiamo atto che il papa non è più un pastore di anime, ma…un pacifista!). Questa aberrazione teologica e spirituale messa in bocca alla Madonna non disturba per niente il defensor medjugorjae  Antonio Socci, che, contro il parere della voce che lui reputa autentica della Madre di Dio, mantiene ferma la sua posizione “anti-Bergoglio”. Quindi, delle due l’una: o Socci fa “orecchie da mercante”, oppure pensa che il veggente, almeno in questa occasione, abbia mentito. Tertium non datur. In tutte e due i casi Socci è messo piuttosto male e se fosse intellettualmente onesto dovrebbe come minimo prendersi una lunga pausa di riflessione. Ma niente, Socci va avanti come un treno tra articoli e libri venduti in tutto il mondo. The show must go on.
In verità, di altri intellettuali cattolici non c’è molto da dire. Franco Cardini, ad esempio, non sembra interessato neanche un po’ a Medjugorje (ne deduciamo che non ci creda). Massimo Introvigne invece, da buon sociologo delle sette, si limita genericamente a “mettere in guardia dai falsi veggenti” e si affida al verdetto della Commissione, ma anche lui non sembra per niente convinto. Cosa pensi infine un Maurizio Blondet francamente non l’abbiamo ancora capito. Il nostro pur non pronunciandosi si chiede: “può il diavolo consigliare digiuno e preghiera”? Quindi per lui l’evento straordinario c’è e si tratta solo di stabilire se viene dal Diavolo o da Dio. Esclude quindi la frode di origine umana. Sembra che Blondet, almeno una volta sia stato in pellegrinaggio a Medjugorje e che non voglia ferire la sensibilità di tutti quelli (e sono moltissimi) che ci credono. Una posizione che francamente non riusciamo proprio  a condividere e che, a conti fatti, fa il paio con quel tipo di ragionamenti che giustificano il male perché vi intravedono la possibilità di un bene maggiore. Insomma, il tradizionale fine che giustifica i mezzi. Cosa che può funzionare fino a un certo punto quando si parla della politica di uno Stato, ma che non funziona affatto nell’ambito di una religione e soprattutto della religione cristiana dove mezzi e fini devono coincidere sempre. Sennò, tanto vale tornare al paganesimo e già che ci siamo, reintrodurre pure il sacrificio rituale. 
Chiudiamo l’orizzonte con l’opinione dello storico cattolico Alberto Melloni. Invitato a una puntata del noto programma “Il tempo e la storia” condotto con brillante intelligenza da Massimo Bernardini dedicata alla storia delle “apparizioni”, fa capire chiaramente di non credere al carattere soprannaturale di considerarle fenomeni folkloristici o al più di religiosità e devozione popolare, un po’ sulla falsariga di un Ernesto de Martino, degni di rispetto e attenzione sì, ma senza che gli si debba attribuire eccessiva importanza. Il Vangelo, dice, è una cosa molto più seria e soprattutto più impegnativa per un cristiano rispetto a dei “messaggi” che devono per soprammercato essere interpretati con la massima prudenza dalla stessa Chiesa. Per quanto riguarda Medjugorje, preconizza  “un giudizio prudente” del Magistero, aggiungendo che secondo lui la Commissione capeggiata da Ruini indicherà “una soluzione a più livelli, articolata” e insomma, politically correct.

René Laurentin e i “segreti”

Per completezza, qui non possiamo astenerci dal riferire la posizione di uno studioso cattolico autorevole che fu anche amico e lettore della rivista “Metapolitica”, il famoso mariologo padre René Laurentin. Il padre è stato sempre ben disposto verso il presunto miracolo(1), ma qualche dubbio è venuto anche a lui. Per esempio, in un suo documento degli anni Novanta si stupiva delle dichiarazioni poco convincenti della veggente Mirjana Dragicevic (la seconda veggente a vedere la Vergine Maria nella prima apparizione del 24 giugno e oggi sicuramente la più istruita del gruppo e anche quella più in vista) a proposito dei cosiddetti “dieci segreti”. Fin dal 1984 infatti, la nostra aveva predisposto in tutta fretta un loro piano di rivelazione pubblica, come se di lì a poco, gli avvenimenti in essi predetti dovessero avverarsi. Tuttavia, fino al 1990 non era ancora accaduto nulla e allora il P. Laurentin si domandava giustamente in modo alquanto perplesso “come mai?”.  [R. Laurentin, Dernières nouvelles de Medjugorje, n° 9. Vers la révélation des 10 secrets?, O.E.I.L., Paris, 1990, p. 18].
Ora, tanto per rimanere sul tema dei segreti, non ci sono solo le contraddizioni di Mirjana, ma anche quelle degli altri veggenti. Nel “diario” di Vicka Ivankovic-Mijatovic (1964),  la più grande dei veggenti e la più disponibile al pubblico, leggiamo: 27 agosto 1981: “Le (alla Madonna) abbiamo chiesto del segno e Lei ha detto: Presto, ve l'ho promesso”; 29 agosto 1981: “Ivanka ha chiesto se ci avrebbe lasciato presto il segno. La B.M.V. ha detto: Ancora un po' di pazienza”; 30 agosto 1981: “Ma Jakov ha chiesto subito del segno e lei ha detto: Ancora solo un po' di pazienza”; 3 settembre 1981: “Jakov ha chiesto di nuovo del segno e la Madonna ha ripetuto: Ancora solo un po' di pazienza”. In seguito molte persone chiederanno del “segno”, ma Vicka, evidentemente imbeccata, farà dire alla Madonna un tranchant “si saprà quando sarà necessario”. Tre anni dopo toccherà a Mirjana  riprendere l’argomento, affermando che  “il momento è vicino”.  Trascorrono altri due anni e il 30 novembre 1985, dopo una presunta apparizione straordinaria, incentrata sul primo segreto, la stessa veggente, incalzata dalle domande dei presenti, buttare lì un: “Accadrà tra poco tempo”. Evidentemente la Madonna non ha idea di cosa significhi per noi “poco tempo” e le sue risposte sembrano solo espedienti psicologici per alimentare la curiosità di quanti sono disposti a crederle. Cattolicamente siamo alla parodia dell’Apocalisse.
E’ solo un esempio tra i tanti, ma questo modo di fare non può non suscitare una reazione indignata in ogni cattolico degno di questo nome. Ma i medjugurjani sono  davvero cattolici?

La Scienza

Forse su questo fronte può bastare il parere di Marco Margnelli (Milano,1939-2005),  il noto medico neurofisiologo e psicoterapeuta che fu tra i pochissimi ad occuparsi dei presunti veggenti da un punto di vista scientifico. La sua prima conclusione, diciamo a caldo, fu che ci si trovasse di fronte a soggetti in buona fede pur se, aggiungeva, “è ancora molto azzardato trarre conclusioni” (in “Il corpo e l’estasi”, Ed. Segno, 2003). Sempre nello stesso documento troviamo la seguente dichiarazione: “lo studio andrebbe ripetuto meglio perché non si è raggiunta una certezza sufficiente a trarre conclusioni decisive”. Pare, infatti, che durante i controlli le presunte “estasi” fossero – ma guarda un po’! - di brevissima durata (un minuto o poco più: 75, 49 e 60 secondi) tanto da non lasciar capire veramente se si trattasse di una simulazione. Ma la conclusione definitiva di Margnelli, che per un lungo periodo ha evitato di ritornare sull’argomento, ce l’ha fornita il giornalista Giancarlo Bocchi in un suo valido articolo apparso su “Il Manifesto” del 27 giungo 2015, intitolato “Medjugorje, la fabbrica delle sante illusioni”. Bocchi riferisce che Margnelli era un po’ stufo di essere chiamato in causa come “lo scienziato che aveva accreditato Medjugorje” e che in realtà l’unica conclusione a cui era giunto era che si trattasse (bontà sua!) di un “fenomeno di autosuggestione”.

Questo lo stato dell’arte.

Conclusioni

Ora, quanto su esposto può fornire solo una vaga idea di ciò di cui si tratta, ma noi riteniamo che comunque sia più che sufficiente per inquadrare correttamente la questione.
Francamente troviamo stupefacente che un Antonio Socci o anche un Vittorio Messori che reputiamo persone intelligenti, scaltre e preparate, si siano bevute le favolette mal raccontate di questi presunti veggenti. Davvero si può credere che Gesù bambino in una visione “strizzi l’occhiolino al veggente per compiacerlo” come abbiamo sentito raccontare una volta dal Direttore di Radio Maria? Davvero si può credere a Vicka quando ci racconta che qualunque cosa le racconti la Madonna, “bella o brutta che sia” a lei viene sempre da ridere - in contrasto con la veggente Mirjana a cui invece viene sempre da piangere? Davvero si può credere al racconto di una Madonna che va incontro ai veggenti perché sono in ritardo all’appuntamento fissato? Davvero si può credere che in Paradiso ci sia una porticina d’ingresso, rigorosamente di legno e ovviamente  chiusa, che la Madonna apre con una chiave per farvi entrare i veggenti? Davvero si può credere che San Pietro se ne stia davanti a quella porta a ricevere le anime con in mano una piccola chiave (evidentemente quella di Maria è un paspartu), con la barba incolta, i capelli bianchi arruffati e qualche chilo di troppo? E infine, davvero si può credere ai veggenti quando ci descrivono un inferno in cui “c’è fuoco, diavoli e gente bruttissima con le corna e la coda? [Abbiamo pescato a caso le dichiarazioni dei veggenti dal libro-resoconto di J. Bubalo, Mille incontri con la Madonna].
E quando Vicka racconta le sue straordinariamente banali visioni ci si è accorti che recita una parte studiata a memoria, che ripete sempre le stesse cose, parola per parola, sillaba per sillaba (con pochissime varianti occasionali), per di più con lo stesso tono e persino con la stessa mimica facciale? 
E vogliamo parlare di quando alla Madonna i veggenti chiedevano di ritrovare oggetti smarriti, di vaticinare l’esito di esami scolastici di amici e compagni o di mostrare persone care lontane e altre simili amenità?
Cosa dire di quel tal Ivan Dragicevic, uno dei “veggenti”, che dopo aver arringato la folla dal pulpito con la solita falsa modestia e invitato come sempre alla preghiera e al sacrificio (sai che novità!), si allontana facendosi scortare da un valletto che lo copre con un parasole? (chi scrive lo ha visto in tivù poco tempo fa in un servizio Rai). Si è a conoscenza del fatto che questo signore ha sposato una bella ragazza americana (una certa Laureen Murphy, ex miss Massachusetts) e che vive sei mesi l’anno in una lussuosa villa con tanto di piscina a Boston? E ci si dovrebbe fidare di un personaggio simile? Capiamo che non sono più i tempi di Bernadette e di Lucia, ma che distanza abissale da quelle straordinarie umili e sante figure!
E non entriamo nella faccenda del business dei pellegrinaggi e dei sovraprezzi documentati per quanti vengono ospitati nelle pensioni di  proprietà dei veggenti e dei loro parenti e amici più stretti. Quando si dice “riconoscere l’albero dai suoi frutti” che in questo caso sono indubbiamente pepite d’oro.
Tanto per non farsi mancare niente, da un po’ di tempo a Medjugorje si parla della scultura in bronzo del Cristo Risorto che trasuderebbe acqua miracolosa (e già, proprio come l’acqua di Lourdes!). Lo scienziato di turno ha già sentenziato: “il fenomeno è inspiegabile”, ma chi ha un po’ di sale in zucca sa che si tratta di un normalissimo fenomeno di condensa agevolato dalla struttura cava della statua e delle varie micro-fessure in essa presenti.
E poi c’è il progetto di un futuro ospedale (sempre per fornire una valida alternativa a Lourdes e magari anche a San Giovanni Rotondo) per il quale si è iniziata da qualche tempo una raccolta fondi. Si sono dovute aspettare fatti incresciosi che per carità cristiana preferiamo non riferire per farsi venire questa magnifica idea. In passato non ce n’era stato alcun bisogno e i poveri pellegrini con qualche infermità dovevano affrontare gravi rischi per la loro salute nella pressoché totale indifferenza dei veggenti (che evidentemente tutto sono fuorché persone sensibili alle sofferenze altrui) e delle amministrazioni locali.

Un’ipotesi alternativa

Tra il miracolo e l’imbroglio organizzato da un gruppo di ragazzi, a nostro giudizio, forse esiste una terza possibilità, quella cioè di un esperimento di “guerra psicologica”. In questo caso dobbiamo immaginare che, almeno all’inizio, i ragazzi coinvolti fossero gli strumenti inconsapevoli di una macchinazione. Un anno prima era scomparso il maresciallo Tito (sotto il suo governo una cosa del genere sarebbe stata impensabile) e la situazione politica locale era in grande fermento. Difficile dire chi possa aver organizzato la messinscena, se qualche potenza straniera occidentale o i servizi segreti o altri gruppi locali.
Una volta inscenato il miracolo e sottoposti i ragazzi a una qualche forma di suggestione e condizionamento psicologico, la “regia” è stata probabilmente trasferita ai famigerati francescani locali tra i quali naturalmente dovevano esserci già degli infiltrati.
Si trattò di un’operazione “cavallo di troia” con lo scopo, alla distanza, di destabilizzare la Chiesa cattolica e inquinarla dall’interno? O l’obiettivo era squisitamente geopolitico? Difficile dirlo, ma quel che è certo è che ormai la gioiosa macchina da guerra del miracolo medjugorjano procede a pieno regime e i suoi tentacoli hanno raggiunto quasi tutti i continenti a presenza cattolica con la complicità e il sostegno propagandistico di Radio Maria e uno stuolo di scrittori e religiosi a fare da supporter. Sarà dunque il caso di cominciare ad aprire gli occhi e soprattutto a farli riaprire a quei molti che sembrano averli chiusi definitivamente.

A.L.F.

(1)   Proprio a Vittorio Messori, il Padre ebbe a dire: “Non so se, all’inizio, la Madonna ci fosse davvero, a Medjugorje. Ciò che constato, vedendo queste folle devote che l’hanno invocata e l’invocano da più di trent’anni, ciò che vedo è che ora c’è, che non può non esserci”. Che però è un cavarsela a buon mercato. A Medjugorje infatti, non è in gioco la fede (quella non può dipendere né può scaturire dalla credenza in “fenomeni” veri o presunti), ma l’idea stessa di Chiesa con una Gerarchia che non conta più nulla e una dottrina ridotta a banalità insignificanti. Chiediamoci piuttosto se un carismatismo mariolatrico con venature politiche filoccidentali possa definirsi cattolico.