03/03/15

“L’arte ermetica” di Frau: incanto estetico contro il Kali Yuga


di Riccardo Rosati

In una epoca come la nostra, dove la conoscenza non sta solo sparendo, ma è già stata completamente rimossa per i ben noti fini politico-economici mondialisti, un libro come quello di Dalmazio Frau giunge come un moto di resistenza contro l’avanzare di quella età oscura che Julius Evola soleva definire con un termine indiano: Kali Yuga. L’arte ermetica è un testo che si rivolge agli “intelletti sani” (14), andando ben oltre il campo della semplice storia dell’arte e ricollegandosi in tal guisa alla tradizione dei dotti italiani, figli di quel pensiero universale tipico dell’uomo del Rinascimento. Dunque, arte e storia, ma anche esoterismo e varie acute riflessioni teologiche, tutto questo è presente nello scritto di Frau, così lontano, per fortuna diciamo noi, dalla scuola anglosassone, con i tanti epigoni accademici di Bernard Berenson: legioni di storici dell’arte, spessissimo di origine ebraica, che per decenni hanno spiegato a noi la simbologia cristiana. Non che la cosa sia di per sé sbagliata, chiaramente, ma riteniamo che l’afflato di un cattolico per la nostra arte sia difficilmente ritrovabile in uno studioso di una altra confessione.
L’arte ermetica è in sostanza un “quartetto” – come ama definire lo stesso autore il suo libro –  poiché composto da altrettanti studi/profili, dei quali il primo è su Hieronymus Bosch (1450 ca. – 1516 ca.) e i suoi mondi abitati da fantastiche creature (Il giardino delle delizie 1480 – 1490) ; il secondo su Jan van Eyck (1390 ca. – 1441), col suo Polittico dell’agnello mistico (1424 – 1432), pittore spirituale sospeso tra due periodi, nonché in perenne ricerca di un Graal che è tutto e di più; poi l’Opera al Nero di Albrecht Dürer (1471 – 1528), cavaliere malinconico di spettri e ombre e qui presente con la sua celebre Melancholia I (1514); per concludersi con il Trionfo della morte (1562 ca.), dipinto di Pieter Brueghel il Vecchio (1526/1531 – 1569).
Come Frau spiega bene nelle pagine del suo libro, questi personaggi non facevano solo gli artisti, ma erano dei sapienti completi e spesso membri di circoli iniziatici, come si presume sia capitato a Dürer durante il suo soggiorno a Venezia. L’autore non si piega al “malcostume” della critica artistica odierna, alla semplice analisi storica e stilistica, citando data dopo data, ma ricerca invece la “ragione simbolica” di queste quattro opere; le quali sono la quintessenza di quell’“Autunno del Medioevo” – per utilizzare la celebre definizione dello storico olandese Johan Huizinga – che altro non è stato che un Rinascimento fiammingo a cavallo tra il XV e XVI secolo. Frau ha in sostanza una visione positiva di questo secolo spirituale, che ricorda molto la visione dell’arte di John Ruskin, così lontana da quella fredda e cervellotica di oggi di stampo iconografico e filiazione del Warburg Institute. Nelle pagine di questo testo il Medioevo, nella sua parte finale, viene osservato con attenzione e senza il solito pregiudizio di stampo positivista. Anzi, Frau non cela affatto la sua fascinazione per questo periodo della storia europea, ma la sua è una “passione” sobria che non inficia la ricerca del dettaglio mistico presente nelle opere degli artisti di cui parla. Ad esempio Bosch, che Frau ricorda essere un “ermetista cristiano”, non era affatto folle o dedito all’uso di droghe, come erroneamente pensarono i surrealisti che sono stati i primi a riscoprirlo, bensì un raffinato conoscitore del linguaggio ermetico. Al tal proposito, sorprende notare come nel suo quadro analizzato nel libro, nell’Eden con Adamo ed Eva non vi sia Dio, bensì Cristo. Dobbiamo comprendere come in quella epoca tutto fosse un simbolo, ovvero un codice nascosto, interpretabile solo da coloro che erano stati iniziati a una antica sapienza.
Brueghel è presente con un quadro di grande potenza, dove egli manifesta in modo simbolico la morte, che era una costante nella Europa di quegli anni, a causa della pestilenza prima e la Guerra dei Trent’anni poi, e la stessa cosa vale per Bosch: “Ciò che Hieronymus poteva vedere intorno a sé era un mondo di tenebre” (22).
Per comprendere la valenza di questo studio, è sufficiente citare le parole di Claudio Lanzi, autore della prefazione: “Ogni manifestazione dell’Arte nasce perciò come Arte Sacra” (9). L’arte ermetica ci permette di colmare molte lacune, giacché ci spinge oltre la cinica e limitata visione delle cose, tipica della stragrande maggioranza degli studiosi di oggi. Inoltre, questo testo ricompone gli importanti rapporti tra l’Italia e gli artisti del Nord Europa; allora capiamo il perché della grande presenza di loro opere nei nostri musei, come nel caso della Galleria Doria Pamphilj a Roma o dei musei di Genova.
Trattasi di un lavoro dalla ottima qualità letteraria, colto, ma dal linguaggio avvincente. Una opera nella quale si auspica il ritorno a una visione spirituale dell’arte. “[...] quando il senso di una società decade, l’arte può conservare il segno della dignità dell’uomo, la sua ricerca di luce e di verità, di un significato che venga dall’interno, dall’Anima e dall’Alto” (20); quindi si parla della stessa elevazione nello studio e nella visione del Bello tanto cara ai preraffaelliti e al loro “protettore”: il sopracitato John Ruskin.
Ecco che dall’Italia arriva un libro che ci racconta in modo diverso quella Europa del Nord alla quale oggi guardiamo con sospetto e diffidenza. Attraverso la riflessione su queste quattro opere e sui loro autori, Frau ci ricorda perché il Vecchio Continente, tutto, un tempo venisse chiamato “Cristianità”, e ciò a uno come Ruskin avrebbe fatto assai piacere.

* L’arte ermetica di Dalmazio Frau, Edizioni Arkeios, 2014

Fonte:

Il nuovo libro di Giuseppe Cognetti su René Guénon presentato a Firenze


28/02/15

La nuova edizione di "Dio è nato in esilio" nel centenario della nascita di Vintilă Horia

Vintilă Horia, Dio è nato in esilio
pagine 240, Castelvecchi Editore, prezzo € 17.50

Esiliato da Augusto ai confini orientali del nascente Impero Romano, sull’attuale Mar Nero, Publio Ovidio Nasone affida la propria amarezza alle pagine di un diario. Le Metamorfosi, il suo capolavoro, hanno lasciato un vuoto nella coscienza, e gli dèi sembrano aver abbandonato il mondo. Ma proprio qui, nella terra dei Geti, il poeta coglie i primi bagliori di un nuovo culto e prepara il suo spirito a un ultimo, imprevisto cambiamento. Attraverso la figura di Ovidio – diviso tra la disillusione e il sarcasmo, il desiderio e la poesia – Vintilă Horia tenta di elaborare l’angoscia dell’esilio a cui lo aveva costretto il regime comunista in Romania. L’intreccio di esperienza personale e dimensione letteraria rendono Dio è nato in esilio un’opera in cui la scrittura diventa testimonianza, il lirismo denuncia politica e la singolarità di un’esistenza storica assume un significato universale. Nel 1960 il libro vinse il Premio Goncourt, che Horia rifiutò in seguito a una campagna denigratoria orchestrata contro di lui dal governo romeno.