25/11/09

Attualità dell'Apocalisse secondo René Girard

Intervista a René Girard

«La cultura non sta forse evaporando in Europa e un po’ dappertutto altrove? Ho proprio paura di sì». René Girard, l’autore di autentici classici dell’antropologia culturale tradotti nel mondo intero come La violenza e il sacro (Adelphi), è giunto all’età venerabile dei bilanci intellettuali. Ma il grande saggio che riceve ancora nel suo appartamento parigino, dopo una vita di riflessione e insegnamento trascorsa perlopiù negli Stati Uniti, non si stanca di porre nuove domande.

In Francia, con un importante convegno che ha radunato intellettuali di ogni disciplina (dalla teologia all’ecologia, passando per la strategia militare e le scienze politiche), si è appena chiuso l’anno in cui Girard ha occupato la cattedra del neonato Collège des Bernardins. L’ennesima prova che la «teoria mimetica» di Girard, nata da folgoranti intuizioni sulla letteratura e poi concettualizzata per spiegare il nesso fra religioni arcaiche, cristianesimo e autocoscienza umana, irrora oggi campi della conoscenza fra loro molto lontani.

Il suo ultimo libro, «Portando Clausewitz all’estremo», si concentra sulla volontà di potenza degli Stati, interpretata in un’ottica «apocalittica». Perché questa scelta?
«Perché oggi vediamo apparire per la prima volta in assoluto dei temi autenticamente mondiali che guadagnano ogni giorno un po’ più di spazio. Si pensi in particolare al tema ecologico. Ma praticamente nessuno si è interrogato sulla relazione di questi problemi con i testi apocalittici, o comunque col fatto che il mondo possiede una religione che comporta un nucleo apocalittico. Eppure, sono convinto che oggi temi prima apparentemente lontani stanno avvicinandosi. I prossimi decenni saranno, da questo punto di vista, estremamente interessanti».

Sono passati 20 anni dal crollo del Muro e lei scrive che il comunismo ha rappresentato una «sequenza intermedia». Cosa intende?
«Gli aspetti antireligiosi del comunismo stanno ormai scomparendo. Innanzitutto, perché il comunismo non esiste più in quanto possibilità reale di occuparsi dei destini collettivi. Ma da un punto di vista intellettuale, i testi del comunismo paradossalmente ci appaiono molto più chiari proprio oggi. Questi testi apparivano assolutamente falsi perché mescolavano la natura e la cultura. In primo luogo, la cultura scientifica. Ciò appariva in effetti folle. Ma oggi ci rendiamo conto sempre più dei danni che l’azione umana può provocare sull’universo nel suo insieme e dunque sull’uomo. Anche se la maggioranza degli intellettuali sembrano ancora aver paura nell’affrontare il tema in modo diretto».

La caduta del comunismo ha suscitato nel mondo cristiano riflessioni abbastanza approfondite?
«In generale, non riusciamo ancora a comprenderne pienamente il senso, ma sono convinto che ciò non tarderà ad avvenire. Viviamo in un’epoca di compenetrazione fra uomo e natura mai prima neppure supposta. Solo certi spiriti che parevano del resto un po’ stravaganti avevano osato immaginare nei secoli passati il crollo del dualismo, del muro, fra uomo e natura. Ma oggi, di fronte a un uragano a New Orleans, non sappiamo più chi è davvero responsabile. L’uomo o la natura? Sospettiamo vagamente che vi è una parte di responsabilità legata all’uomo e un’altra legata alla natura. Ma ci troviamo chiaramente in una situazione d’indeterminazione. Ciò pone dei problemi abissali che l’uomo non si era mai posto prima e che del resto ancor oggi osa solo di rado porsi. Non è un caso, del resto, se si moltiplicano al contempo gli sforzi per tentare di rigettare questo problema. Ma prima o poi, non si potrà più sfuggirlo».

I testi apocalittici del cristianesimo si presentano sotto una luce nuova?
«Questi testi sono spesso apparsi in passato incredibili e del tutto inverosimili. Oggi, certi aspetti di questi testi cominciano invece ad apparire verosimili ed emerge anzi sempre più il loro carattere profetico».

Diversi intellettuali, in Francia ad esempio Michel Serres e Paul Virilio, tornano ad impiegare le immagini bibliche del Diluvio e di Babele. Che ne pensa?
«Si tratta dei temi più antichi della Bibbia. Quelli, al contempo, apparentemente più distanti da ogni verità. Ma queste immagini tornano oggi stranamente ad apparire compatibili col nostro mondo, alla luce di fenomeni del tutto nuovi».

Lei si è sempre opposto al relativismo culturale. È ancora così?
«Soprattutto oggi! Tutti i fenomeni più diversi e talora strani si stanno globalizzando. In fondo, ciò che chiamiamo globalizzazione va esattamente contro le tentazioni relativiste, nonostante queste abbiano in passato contagiato anche grandi spiriti come Pascal».

La generazione odierna sta già dotandosi dei primi «attrezzi» per affrontare le sfide della globalizzazione?
«Per definizione, conosciamo male i grandi problemi che abbiamo di fronte. Sul fronte ecologico, ad esempio, non sappiamo esattamente quali sono i veri rimedi. Non sappiamo neppure se questi rimedi esistono senza trasformare la vita economica in un modo tale da spingere la maggioranza della popolazione alla rivolta contro gli stessi rimedi. Al momento, è evidente che se si cercasse di ridurre considerevolmente l’impatto dell’attività economica sul pianeta, si minaccerebbe ciò che vi è per così dire di più sacro nella politica attuale, ovvero il livello di vita. Per prendere delle misure che forse sono già indispensabili da anni, si attende che la situazione appaia in modo molto più evidente nella sua gravità. In ogni caso, si tratta di sfide che gli Stati potranno affrontare seriamente solo assieme».

Daniele Zappalà (Avvenire, 24/11/2009)

24/11/09

La Sindone di Gesù nazareno

«In base ai confronti svolti, oggi sono convinta che le tracce di scrittura identificate sul lino della Sindone possano appartenere ad un testo derivato direttamente o indirettamente dai documenti originati fatti produrre per la sepoltura di Yeshua ben Yosef Nazarani, più noto come Gesù di Nazareth detto il Cristo». È questo il sasso lanciato nello stagno della scienza della Sindone, il celebre (e discusso) sudario di Cristo conservato a Torino, da una storica di recente balzata agli onori delle cronache per i suoi saggi medievalistici. Già il volume I Templari e la sindone di Cristo (Il Mulino), uscito a inizio anno, di Barbara Frale, funzionaria dell’Archivio Segreto Vaticano, aveva diviso gli esperti. Ora, con La Sindone di Gesù nazareno (Il Mulino, pp. 254, euro 28), la Frale – nata a Viterbo nel 1970 – lancia un’altra ipotesi suggestiva: che sul lino custodito all’ombra della Mole si annidino alcune scritte multilingue vergate da un funzionario addetto alla sepoltura dei condannati a morte nella Gerusalemme del I secolo. Qui Barbara Frale interpreta un’iscrizione compatibile con la tradizione che vede nel sudario il telo che avvolse il corpo di Gesù di Nazareth, che nella primavera prossima verrà di nuovo mostrato in pubblico: a Torino si recherà pellegrino anche Benedetto XVI.

La Frale ha interpretato la seguente scritta: «Gesù Nazareno deposto sul far della sera, a morte, perché trovato» colpevole. Il tutto scritto con termini di tre idiomi: latino, greco ed ebraico. E al profluvio di critiche che si preannunciano, la giovane addetta dell’Archivio vaticano risponde così nelle conclusioni del suo volume, anticipato ieri da Repubblica: «L’ipotesi che le scritte siano state messe da un falsario per avvalorare l’autenticità della Sindone è da scartare: infatti questo truffatore avrebbe dovuto inventare un sistema complicato per lasciare sul telo certe tracce che sarebbero divenute visibili ai posteri solo tanti secoli dopo, con l’invenzione della fotografia; inoltre qualunque falsario avrebbe usato le diciture del titulus crucis, quelle descritte dall’evangelista: non certo quelle strane parole che con i Vangeli non c’entrano proprio nulla».

E la discussione si infiamma. «Sono molto stupito». Monsignor Giuseppe Ghiberti, vicepresidente del Comitato per l’ostensione della Sindone, non nasconde la sua perplessità, sebbene metta le mani avanti: «Prima di tutto bisogna leggere l’opera. Sono stato di fronte alla Sindone ore e ore e mai ho avuto sentore di nulla del genere. E nemmeno l’hanno avuto professori competenti in elaborazione di immagini». Circa il carattere multilinguistico della ricostruzione, Ghiberti afferma: «L’unico precedente che può dare peso a questa ipotesi è il titolo della croce di Gesù, che era in più lingue». Ma alla domanda se ritenga realistica la tesi della studiosa laziale, Ghiberti risponde con un eloquente sospiro. E riprende: «Quando non si conoscono bene gli argomenti altrui, si preferisce sospendere il giudizio. Ma tutto questo non mi convince».

«Non voglio essere ironico né polemico», esordisce Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’università di Bari. «Ma secondo me Barbara Frale si è avventurata in qualcosa di molto insidioso». Per lo studioso barese «la ricchezza di particolari nascosti nelle fibre di lino fa pensare a una vera falsificazione». Canfora qualifica come errata l’ipotesi della Frale in base a due elementi: la ricchezza di dettagli e il poliglottismo della scritta decifrata. «Si presenta tutto ciò come una gigantesca novità, ma così non è. La prima, forte perplessità è la presenza di tre lingue nella scritta ritrovata. La Frale spiega tale riscontro con il pluriculturalismo della Gerusalemme del tempo. Ma un conto è l’ambiente culturale di una città – annota Canfora -, altra cosa un documento che racchiude tre lingue. È come se oggi un taxista di origine indiana a Londra, per scrivere una ricevuta, utilizzasse tre idiomi diversi».

Canfora sottolinea un altro particolare per spiegare la sua disapprovazione: «Tutto si basa sull’idea che al collo del condannato vi sia il verbale del giudizio di Caifa su Gesù». L’affermazione che si trattasse di uno scritto fatto da un becchino trova l’antichista pugliese nettamente scettico: «Non è ovvio che esistesse una figura del genere. Non abbiamo ancora una trattazione sistematica sulla figura di funzionari addetti alla sepoltura dei condannati a morte nella Giudea del I secolo: vi sono testimonianze contraddittorie al riguardo». Canfora stabilisce un parallelo tra il papiro di Artemidoro e la Sindone, o meglio tra la contestata autenticità della seconda e la dimostrata falsità del primo: «I numerosi dettagli, che vogliono avvalorare l’autenticità, indicano invece che questi elementi scritturistici sono aggiunte tardive. Com’è stato constatato dalla polizia scientifica per il papiro di Artemidoro». Canfora riconosce che Barbara Frale non propone una tesi: «Lei dice: io ho trovato questo. Ma ha riscontrato cose tutt’altro che univoche!».

A Canfora replica Franco Cardini, medievalista e docente all’università di Firenze: «Primo: dobbiamo difendere Barbara Frale dai sindonologi che si scagliano con durezza contro quanti sostengono ipotesi troppo forti. La sua non è ancora una tesi ma un’ipotesi, ragionevole e affascinante, basata su indizi. Si tratta di una pista interessante. Ritengo che gli indizi che lei individua siano troppo coerenti per poterli considerare frutto del caso. Si è limitata a riempire dei vuoti di documentazione come solitamente si fa nella ricerca storica. La sua è un’interpretazione con forti basi storiche, niente a che fare con la fantastoria di Dan Brown». Insomma, per lo storico fiorentino siamo davanti a «un lavoro serio, da prendere in considerazione, in cui ci sono osservazioni geniali». È poi singolare che Cardini giudichi in maniera opposta il particolare del plurilinguismo rinvenuto dalla Frale sul lino di Torino, cosa che Canfora bolla come «artefatto»: «Se si trattasse di un documento di ambiente caratterizzato da un forte monolinguismo, capirei l’obiezione. Ma la Gerusalemme del I secolo era un luogo di straordinario incrocio linguistico: il latino era la lingua ufficiale ma il greco rappresentava il “basic english” del tempo. Poi c’erano il caldeo, l’ebraico, e altre lingue che poggiavano su una grande tradizione grafica». Cardini guarda all’oggi per suffragare la plausibilità dell’interpretazione plurilinguistica della Frale: «I ragazzini arabi dei suk della Gerusalemme attuale, quando scrivono, passano tranquillamente dalla grafia araba a quella latina dell’inglese. Il plurilinguismo della scritta della Sindone non mi sorprende affatto».

Invece Bruno Barberis, direttore del Centro internazionale di Sindonologia di Torino, non concorda con la Frale: «Premetto che devo leggere il libro per un giudizio completo. Comunque, già nell’opera precedente, questa studiosa faceva un accenno a tali ipotesi. Il nodo è che queste scritte sono tutt’altro che confermate. Non è mai stato fatto un rilievo fotografico che dia risposte definitive se sulla Sindone ci siano delle scritte. Del resto in molti vi hanno rinvenuto tantissime parole: sembra più un’enciclopedia che un sudario!». Barberis afferma che è prioritario «stabilire se queste scritte esistono. Che poi si giunga a conclusioni del genere della Frale, mi sembra fantascienza e fantastoria. Sono inoltre estremamente critico su queste ipotesi perché possono essere strumentalizzate dagli avversari della Sindone».

Fonte: http://www.avvenire.it/Cultura/sindone+firmata+polemica_200911211203050500000.htm


23/11/09

Il furto dell'anima

Non è necessario leggere mille libri per entrare in contatto con il nuovo mondo che ci circonda: basta leggere le pagine divulgative delle notizie scientifiche dei maggiori quotidiani. È già prossimo il tempo in cui ciascuno potrà ordinare via Internet tutte le protesi necessarie al buon funzionamento del suo corpo e tutti i farmaci che possono potenziare il suo apparato sensoriale e le sue funzioni cognitive. Ci saranno cliniche specializzate con medici ingegneri che applicheranno alla nostra massa cerebrale micro-chip che renderanno possibile suonare Beethoven senza aver studiato musica e che forniranno prodotti farmacologici "miracolosi" per stimolare le zone cerebrali, i neuroni e le sinapsi che presiedono alle sensazioni finora imputate alle persone umane. Votare in una cabina elettorale non sarà una scelta tormentata, ma l'effetto automatico di una reazione elettrochimica che trasmette stimoli a una parte del cervello. Ibridazione con le macchine e "sacrificio al dio protesi" sono le nuove parole che delineano il lessico della narrazione post-umana. Un libro che si propone di mostrare come l'illusione scientista tecnologica sia un ennesimo tentativo di cancellare la questione del "cosa è un uomo" dall'agenda del pensiero occidentale. Riusciranno gli esseri umani a sopravvivere al Grande Potere Tecnologico di manipolare il corpo e la psiche dei propri figli, reso ormai totalmente possibile dalla Scienza della Vita?

Pietro Barcellona, Garufi Tommaso, Il furto dell'anima. La narrazione post-umana, Dedalo 2008, p. 213, euro 16.

Addendum:

Pietro Barcellona (Catania, 1936) è docente di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania. È stato membro del Consiglio Superiore della Magistratura e in seguito deputato e membro della Commissione giustizia della Camera. È autore di molte pubblicazioni di notevole interesse e che si segnala anche per il suo percorso che dal marxismo più rigoroso sembra procedere sempre più spedito verso l'approdo cristiano.

20/11/09

ARBIL N. 123

Tra i tanti articoli segnaliamo in particolare i seguenti:

Acceso al conjuno de todos los artículos

http://www.arbil.org/arbilhttp.htm

17/11/09

Esce il IV volume del carteggio Croce-Laterza

Esce in questi giorni per i tipi della Laterza il quarto volume (l'ultimo) del carteggio “Croce-Laterza”. In totale circa seimila lettere trascritte una per una con eccezionale perizia e certosina pazienza da Antonella Pompilio, studiosa dell'Archivio di Stato di Bari, l'organismo che, insieme con l'Istituto italiano per gli studi storici, fondato a Napoli nel 1946 dallo stesso Croce, ha reso possibile la pubblicazione del carteggio. Sempre alla Pompilio si deve la cura di una dotta introduzione e la redazione di un consistente apparato di note critiche e note.

In breve

Benedetto Croce e Giovanni Laterza costituiscono un binomio esemplare nella storia della cultura italiana, punto di riferimento per chiunque voglia approfondire la comprensione dell’epoca in cui vissero. Questo carteggio, il quarto della serie, conclude l’edizione integrale del corpus della corrispondenza tra loro intercorsa e offre sulla vicenda una prospettiva privilegiata e di inestimabile valore documentario. Il periodo interessato – dal 1931 all’agosto del 1943, data di morte dell’editore – riveste straordinaria importanza e densità per i drammatici avvenimenti che segnano l’evoluzione politica e culturale della nazione, l’eco dei quali affiora in modo esplicito nelle lettere dei due protagonisti. In un’Italia che vede il regime fascista al culmine della propria parabola, il carteggio testimonia le misure restrittive e i condizionamenti imposti all’attività intellettuale, alla sua produzione e diffusione attraverso l’editoria e la stampa. Un minaccioso susseguirsi di episodi lascia intendere come e quanto la casa editrice sia ormai, principalmente a causa del legame con l’‘oppositore’ Croce, nel mirino delle autorità. Eppure il rapporto di reciproca fedeltà e amicizia, ormai quarantennale, tra il filosofo e il suo editore non ne risulta minimamente offuscato, anzi il legame che li unisce si manifesta semmai in modo più intenso lungo le aspre vicissitudini degli anni della guerra.

Croce-Laterza, Carteggio 1931-1943, a cura di Antonella Pompilio, edizione Laterza, pp. 1584, € 68,00

16/11/09

Lo políticamente correcto y la metapolítica

di Alberto Buela

En estos días nos ha llegado desde varios lados un reportaje al militar franco-ruso, ahora devenido ensayista, Vladimir Volkoff sobre lo políticamente correcto. Las respuestas que da Volkoff son acertadas pero insuficientes, pues él limita lo políticamente correcto a un problema del decir: “circula a través de nuestro vocabulario. El vocabulario políticamente correcto es el principal vehículo de contagio”.

Es cierto que lo políticamente correcto, en inglés denominado political correctness, tiene que ver con una forma de decir; por ejemplo a un negro llamarlo "hombre de color", hablar de interrupción del embarazo en lugar de aborto, invidente en lugar de ciego. Pero hay que dar un paso más en busca de su fundamento, sino simplemente nos quedamos en la descripción del fenómeno.

Así lo políticamente correcto es todo eso que dice Volkoff: el "todo vale", el cristianismo degradado, el socialismo reinvindicativo, el freudismo antimoral, el economicismo marxista, el igualitarismo como punto de llegada y no de partida, la decadencia del espíritu crítico, lo practican los intelectuales desarraigados, confunde el bien y el mal. Pero todo ello no alcanza para asir su naturaleza, esencia y fundamento. Incluso Volkoff afirma que: es de imposible definición.

Además, está el hecho bruto e incontrovertible de que existen temas y problemas políticos de mucho peso en la historia del mundo que no son tratados por ser políticamente incorrecto hacerlo, por ejemplo: el poder judío en las finanzas internacionales y en los medios masivos de comunicación o el poder de las sectas e iglesias cristianas al servicio del imperialismo. Vemos con estos solos ejemplos como lo políticamente correcto no se limita al decir o al dejar de decir, como sostiene Volkoff.

Además hay temas y muchos, que no son tratados ni mediática ni privadamente por ser políticamente incorrectos: la jerarquía, el disenso, la disciplina, el arraigo, la pertenencia, las virtudes, el deber, el heroísmo, la santidad, la lealtad, la autoridad, etc.

Nosotros sin embargo creemos que lo políticamente correcto se apoya y tiene su fundamento en el denominado pensamiento único. Pensamiento que encuentra su justificación en los poderes que manejan y gobiernan este mundo terrenal y finito que vivimos hoy.

Podemos definir lo políticamente correcto como la forma de hacer y decir la política que se adecua al orden constituido y al statu quo reinante. Es por ello que el simulacro y el disimulo, la amplia calle de la acción y el discurso político contemporáneo, tiene en lo políticamente correcto su mejor instrumento. Hoy la política es entendida y practicada como “un como sí” kantiano. Se piensa y se actúa “como si ” se pensara y se actuara de verdad. Es por ello que los gobiernos no resuelven los conflictos sino que, en el mejor de los casos, los administran. Nos tratan de mantener siempre en una pax apparens como agudamente ve Massimo Cacciari, el filósofo y actual intendente de Venecia.

¿Y por qué hablamos de pensamiento único? Porque hay una convergencia de intereses de los distintos poderes que manejan este mundo que necesita ser justificada y su justificación se halla en el pensamiento único, que está constituido por el pensamiento social, política y académicamente aceptado. Esto prueba como lo han demostrado intelectuales "políticamente incorrectos" como Michel Maffesoli, Massimo Cacciari, Danilo Zolo, Alain de Benoist, Günter Maschke, y tantos otros, que existe una "policía del pensamiento" (los Habermas, Eco, Henry-Levy, Gass, Saramago -en nuestro país los Aguinis, Sebrelli, Verbisky, Feinmann, Grondona, etc.-) que determina en forma "totalitariamente democrática" quienes son los buenos y quienes los malos. A quien se debe promocionar y a quien denostar o silenciar. Es le totalitarisme doux propre des démocraties occidentales del que nos habla Mafffesoli.

Esta policía del pensamiento es una, como es uno el pensamiento único y como lo es también uno el sistema de intereses de los poderes mundiales, más allá de sus aparentes diferencias ideológicas. Perón a esto lo llamaba sinarquía, que el pensamiento políticamente correcto se encargó de negar y burlarse.

No se puede hablar en profundidad de lo political correctness sin estudiar aquello que constituye la pensée unique tan bien descripta por Alain de Benoist, Ignacio Ramonet o Vitorio Messori. Y no se puede hablar del pensamiento único sin hacer referencia a la unitaria madeja de intereses que sostiene el funcionamiento de los poderes indirectos, en muchos casos más poderosos incluso que los mismos Estado-nación. Todo ello a su vez tiene una fuerza coercitiva que es "la policía del pensamiento" que funciona en forma aceitada hasta en el último pueblito de la tierra.

Esta tenaza poderosa de dinero, poder político y prestigio intelectual es la que presiona sobre la vida de los pueblos para el logro de la homogenización del mundo y las culturas en una sola. Esta tenaza es la expresión acabada de un mecanismo perverso de alienación existencial de las naciones que pueblan la tierra. Y es en vista a la denuncia de este mecanismo perverso, donde se juntan lo políticamente correcto, el pensamiento único, los poderes indirectos y la policía del pensamiento, que buscamos hacer una observación crítica a lo sostenido por Volkoff.

La tarea de desmontaje de lo políticamente correcto es una tarea correspondiente stricto sensu a la metapolítica pues esta disciplina con el estudio de las grandes categorías que condicionan la acción política de los gobiernos de turno es la que nos brinda las mejores condiciones epistemológicas para el conocimiento de aquello que nos hace padecer lo políticamente correcto como vocero del pensamiento único impuesto a su vez por la policía del pensamiento. Lo políticamente correcto al transformar sus propuestas y temas en “el lugar común”, puede ser desarmado con el uso de la metapolítica que para Giacomo Marramao convierte a la divergencia en un concepto de comprensión política ”.

Con lo cual llegamos finalmente a constatar que para comprender acabadamente la política y lo político estamos obligados a desmantelar el andamiaje de este círculo vicioso conformado por lo políticamente correcto, el pensamiento único, los poderes indirectos y la policía del pensamiento que se retroalimentan entre sí en una totalidad de sentido, que en nuestra opinión produce ese gran sin sentido que caracteriza a la política mundial de nuestro tiempo.

(*) alberto.buela@gmail.com


13/11/09

Simboli della regalità

L'opera. Un’indagine sulla complessa relazione tra sacralità e regalità nell’Europa cristiana e nel mondo islamico. Mettendo a frutto la ricca storiografia a disposizione, M.A. Visceglia indaga la stretta corrispondenza tra i mutamenti delle pratiche cerimoniali e l’evoluzione dell’idea stessa di sovranità, dal Medioevo all’età moderna. Il potere regale, fondato sul concetto comune della Maiestas, assume nel mondo cristiano e nel Mediterraneo islamico formule retoriche e rituali diversi, che sono espressione di un diverso grado di “sacralità” accordato a sultani e sovrani europei: in primo luogo, i riti di passaggio dal funerale del predecessore alla elevazione del nuovo re, le effigi, gli emblemi regali (lo scettro e la corona per i sovrani europei, la lancia e la scimitarra per i sultani), le formule di giuramento (capitolo I e II); poi, la composizione e lo stile di vita dell’entourage del sovrano dei regni d’Europa e del Mediterraneo islamico (capitolo III), indici anch’essi di concezioni differenti della regalità. L’ultimo capitolo è dedicato al rilievo politico, cerimoniale e simbolico della regalità femminile.

L'autore. Maria Antonietta Visceglia insegna Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.

Visceglia Maria Antonietta, Riti di corte e simboli della regalità. I regni d’Europa e del Mediterraneo dal Medioevo all’Età moderna, Salerno Editrice, 232 pagg., 14 euro.


11/11/09

Misteri e Simboli della Croce

di Claudio Lanzi

La seconda edizione di questo testo (rilegato e con sovracopertina a colori) si affianca, con lo stesso impegno tipografico e la stessa eleganza editoriale, a "Ritmi e Riti" e a "Sedes Sapientiae", e completa la triade di volumi sulla geometria sacra elaborati dall'autore.

Misteri e Simboli della Croce vuole essere uno studio introduttivo, utile a compiere i primi passi nell’osservazione di uno dei simboli più arcaici e sacri dell’umanità intera.

La grafica elaborata manualmente e meditata dall’autore sintetizza concetti che richiedono più intuizione che logica, più manualità che razionalità. Ma, pur volendo essere un libro semplice, sarà inevitabile imbattersi in delicati problemi d’ordine filosofico e metafisico. Pur mantenendo una completa aderenza ai riferimenti tradizionali (da Guénon a Florenskji), vengono esplorati alcuni aspetti tra i meno frequentati, offerte prospettive inconsuete e, alcune, sicuramente inedite.

Il testo insiste particolarmente sulle geometrie archetipali, su cui si fondano gli schemi iconologici della religiosità di qualsiasi etnia (indagando dalle scacchiere ai labirinti). Molte pagine sono dedicate al bestiario crucifero (anch'esso materia sconfinata) e ad alcuni aspetti di quello specificamente cristiano: il tetramorfo, l’aquila, il toro, il leone, l’angelo e poi alcuni accenni al serpente e ai due animali che alitano ai lati del Cristo bambino (il bue e l'asino) e, ovviamente, qualche nota viene riservata al cervo e al liocorno. Un intero capitolo affronta, in modo particolare, il tema della Via Crucis. Il testo si conclude con una vasta analisi di P. Galiano, sulle croci del protocristanesimo.

(Ed. Simmetria, pp. 280 -prezzo € 36,00 www.simmetria.org)

07/11/09

In italiano "L'età secolare" di Charles Taylor

Che cosa significa vivere in un'età secolare? Il posto occupato dalla religione è profondamente cambiato in Occidente nell'arco di pochi secoli. In questo libro Charles Taylor indaga le conseguenze di questo sommovimento culturale chiedendosi che cosa accade nella vita delle persone quando una società in cui era praticamente impossibile non credere in Dio diventa una società in cui la fede, anche per il più convinto dei credenti, è solo un'opzione tra le tante. Taylor assume una prospettiva storica e segue lo svilupparsi nel mondo cristiano di quegli aspetti della modernità che chiamiamo secolari. Ciò che descrive, di fatto, non è un'unica trasformazione continua, ma una serie di nuove partenze in cui le vecchie forme di vita religiosa si sono dissolte o inaridite e sono state affiancate da nuove interpretazioni del sacro. Oggi noi viviamo in un mondo caratterizzato non tanto dall'assenza di religione quanto dal moltiplicarsi delle opzioni religiose e dalla comparsa di nuove forme di spiritualità e irreligiosità cui i singoli gruppi o individui si aggrappano per dare un senso alle proprie vite e forma alle proprie aspirazioni. In questo orizzonto fratturato, secolarizzazione diventa sinonimo più di frammentazione delle identità che non di nascita di una singola e coesa identità secolare. Solo così diventa possibile comprendere i paradossi, le contraddizioni, le incertezze del periodo che stiamo vivendo.

(Ed. Feltrinelli, euro 60)

Gli Ebrei Messianici

Il 1968 non fu solo l’anno della contestazione giovanile, in cui soffiava lo spirito della ribellione, ma anche l’anno che ha visto l’inizio del Rinnovamento carismatico cattolico e del Movimento ebreo-messianico. (...) Il Rinnovamento carismatico cattolico è ben noto nella Chiesa, mentre non lo è altrettanto il Movimento ebreo-messianico, che nel corso degli anni ha fatto nascere dal suo seno comunità di Ebrei messianici, che professano la fede neo-testamentaria in Gesù Messia e Figlio di Dio, unendola alla pratica più o meno completa delle antiche osservanze ebraiche. Queste comunità sono ormai presenti e attive in tutto il mondo ebraico, in Israele e all’estero. Il fenomeno è poco conosciuto nell’ambito cattolico e P. Carlo Colonna, gesuita, ne parla da teologo allo scopo di far conoscere le ricche problematiche teologiche, proprie degli ebrei-messianici. Dal 2003 ha partecipato a quattro Dialoghi tra cattolici ed ebrei messianici, tenuti a Bari fino ad oggi e promossi dalla Comunità di Gesù, Comunità carismatica di alleanza, che svolge un ministero di riconciliazione e di unità fra i cristiani in mezzo alle nazioni. Di questa Comunità è l’Assistente spirituale. P. Peter Hocken, (autore del saggio in postfazione) teologo cattolico, molto noto all’estero come competente del Movimento pentecostale ed ebreo-messianico, delinea l’aspetto storico e fenomenologico del sorgere del Movimento ebreo-messianico, le sue dottrine e pratiche di fede.

(Carlo Colonna s.j., Gli Ebrei Messianici. Un segno dei tempi, Fede & Cultura Edizioni, Verona 2009, Prezzo: € 18,00)

Fonte: www.fedecultura.com

04/11/09

Alda Merina: cronaca di una morte cristiana

Se n’è andata da vera artista, con un colpo di scena. Convocando al suo capezzale – come quando chiamava gli amici nella sua casa sui Navigli e li riceveva a letto – l’ultima per­sona che ha voluto conoscere in vita, un frate cappuccino. Lo ha scelto oculatamente e ocu­latamente lo ha convocato. «Non ci eravamo mai incontrati – racconta adesso padre Gian­luigi Pasquale, frate a Venezia, docente di Teo­logia fondamentale alla Lateranense di Roma –, ma in agosto lei chiese di conoscermi, dopo aver letto i miei volumi su Padre Pio: aveva scrit­to un libro di poesie sul santo e voleva la mia prefazione. Io ero molto impegnato e dovetti ri­mandare l’invito, ma Alda Merini mi rispose si- cura: 'Lei verrà certamente da me'. Poi più nul­la fino al 28 ottobre...».

È quel giorno, infatti, che padre Pasquale rice­ve una chiamata da Giuliano Grittini, fotografo personale e amico della poetessa: «La Merini la vuole assolutamente vedere il primo novembre, giorno di Ognissanti». Un appuntamento pre­ciso, di fronte al quale il frate, spesso in viaggio tra Italia ed estero e poco incline a improvvisa­zioni, 'sente' di non potersi sottrarre: «Ho im­mediatamente fatto il biglietto elettronico del treno. Non mi riconoscevo neppure io». Quando arriva a Milano sono le 10 del mattino del primo novembre, l’ultimo giorno che Alda Merini trascorrerà su questa terra, ma lui non lo sa. In realtà non sa nemmeno che la poetes­sa sta male ed è ricoverata. «Credevo di anda­re a casa sua, invece Grillini mi porta all’ospe­dale San Paolo», racconta ancora profonda­mente commosso. Entrato nella camera della Merini, che appare serena, è colpito subito dal gran numero di oggetti religiosi che la circon­dano, dalle bruciature di sigaretta un po’ o­vunque, e dalla richiesta che la Merini fa all’in­fermiera: vuole lo smalto rosso sulle unghie. «Dentro di me ho sorriso e mi sono detto che quella grande donna era una vera esteta, anche nella malattia».

Il frate si presenta e la Merini, sotto la maschera dell’ossigeno, ripete due vol­te «Ah sì, Padre Pio, Padre Pio», poi fa cenno di restare sola con lui e riceve i sacramenti. Quello che la poetessa e il padre francescano si sono detti resterà per sempre tra loro. «Dopo abbiamo recitato insieme l’Ave Maria e le ho fatto un segno di croce sulla fronte con il dito. Infine le ho dato un buffetto sulla guancia: so­lo allora ha fatto un grande sorriso, limpido, da fanciulla. Infine mi ha indicato il comodino, dove c’era la reliquia di Padre Pio che conser­vava fin dall’infanzia, gliel’ho messa sul palmo e lei ha chiuso dolcemente la mano... Pensavo che sarebbe vissuta ancora parecchio». È in treno sulla via per Venezia quando, alle 17, gli telefonano la notizia, Alda Merini è morta. «È allo­ra che ho capito – spiega turbato e contento –, col pretesto della prefazione al libro mi aveva ingiun­to di essere lì il primo novembre e non oltre. Sape­va quello che tutti noi ignoravamo. L’eredità che mi porterò sempre dentro sono quegli occhi verdi con cui mi ha parlato molto più che con le parole».
Lucia Bellaspiga (Avvenire, 03-11-2009)

03/11/09

Albe e tramonti d'Europa

«Proporre una lettura delle figure – complesse, controverse e potenti – di Jünger e Spengler nella luce delle "albe e tramonti d'Europa", significa inquadrarle dentro l'aspro problema del Novecento e del destino dell'Europa nel Novecento, evidentemente non disgiungibile da quello della Germania, il paese che visse tutti i sogni e gli incubi della modernità: un problema che i protagonisti delle pagine di questo libro scrutarono lungo i tragitti solo apparentemente contrapposti del tramonto, della decadenza e dell'apocalisse da un lato, dell'alba, della palingenesi e della "renovatio" dall'altro».

Domenico Conte è professore ordinario nell'Ateneo fridericiano di Napoli, dove insegna Teoria e storia della storiografia e Storia della filosofia contemporanea. Le sue ricerche vertono sul problema della crisi nel Novecento europeo, con particolare attenzione ai mondi culturali tedesco e italiano. Ha scritto, tra l'altro, libri su Spengler, su Croce e sull'idea di storia universale nello storicismo tedesco.

Domenico Conte, Albe e tramonti d'Europa: Ernst Jünger e Oswald Spengler, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, pagg. 198, euro 27.

30/10/09

Hadjadj Fabrice: per una metafisica del sesso

Contrariamente a ogni apparenza la nostra epoca ha cancellato i sessi. Mortificati, sottomessi alle dure leggi dell'ipervalorizzazione commerciale e strumentale, la loro dialettica è stata mortificata e costretta entro la camicia di forza di imperativi e obblighi ancor più costrittivi e "repressivi" della cosiddetta vecchia morale cattolica. La scommessa teorica di questo libro di Fabrice Hadjadj può suonare un paradosso per la filosofia, o una provocazione per la teologia: salvare quella che la tradizione cristiana designa come "la carne" (con tutte le sue debolezze e i suoi allettanti peccati) riconoscendo nel corpo stesso, nei suoi desideri e pulsioni, perfino nelle sue funzioni considerate meno nobili, il sigillo del divino. Igienizzati e declassati a esercizi per mantenersi in forma, sottratti a qualsiasi riflessione sul loro significato ultimo, l'unica possibilità che abbiamo di riprendere contatto con la "profondità dei sessi", secondo l'autore, è quella di attingere alla valorizzazione del corpo e della carne intrapresa dalla tradizione giudaica, prima, e portata a piena completezza da quella cristiana. Contro un secolare dualismo di origine platonica, Hadjadj invita a ritrovare nella materia di cui il corpo è fatto, le tracce della vita spirituale, dei suoi doveri e delle sue aspirazioni più alte.

Mistica della carne. La profondità dei sessi, Hadjadj Fabrice, Traduttore: Campi R. EditoreMedusa Edizioni.

27/10/09

L'apocalisse di C.G. Jung: The Red Book

C.G. Jung è considerato una delle personalità più importanti del pensiero occidentale e i suoi lavori continuano a dare adito a controversie. Egli ha avuto un'importanza fondamentale nella formazione della psicologia moderna, della psicoterapia e della psichiatria. Ma l'influenza più profonda del suo lavoro risiede al di fuori della cerchia di esperti: Jung e Freud sono i due nomi che i più associano pensando alla psicologia, e le loro idee si sono diffuse ampiamente nelle arti e nelle scienze umane, nei film e nella cultura popolare. Jung è anche ritenuto uno dei promotori dei movimenti New Age. Tuttavia è sorprendente che il libro al centro della sua opera, al quale egli lavorò sedici anni, venga pubblicato solo ora.

Non ci possono essere molti lavori inediti che hanno già avuto un'influenza così vasta sulla storia sociale e intellettuale del Ventesimo secolo come il suo Libro Rosso, o Liber Novus. Da lui ritenuto il lavoro che avrebbe contenuto il nucleo della sua opera successiva, esso da tempo è considerato come la chiave per comprenderne la genesi.

Jung chiamò «confronto con l'inconscio» il periodo tra il 1912 e il 1918. Egli in questi anni elaborò i principi delle sue teorie psicologiche degli archetipi, dell'inconscio collettivo e del processo di individuazione, trasformando la psicoterapia da una pratica dedicata principalmente al trattamento della malattia in un mezzo per lo sviluppo superiore della personalità. La psicologia analitica divenne così una disciplina teorica e una forma di psicoterapia. Al centro di ciò vi fu il Liber Novus. Nell'autunno del 1913 in un viaggio in treno verso Schaffhausen Jung ebbe una visione che racconta così: «Vidi una terribile alluvione che inondò tutte le terre tra il Mare del Nord e le Alpi. Si estendeva dall'Inghilterra alla Russia e dalle coste del Mare del Nord fino alle Alpi. Vidi onde gialle, macerie galleggianti e migliaia di morti. La visione durò due ore, mi confuse e mi fece star male. Non seppi interpretarla. Trascorsero due settimane, poi la visione tornò, ancora più violenta di prima e una voce interiore disse: "Guardala, è del tutto reale, e accadrà. Non puoi dubitarne". Lottai ancora per due ore con essa, ma mi trattenne con fermezza, lasciandomi esausto e confuso. Pensai di essere diventato pazzo».

La reazione a questa esperienza fu un'investigazione psicologica con se stesso. L'introspezione è stata uno dei molti strumenti della ricerca psicologica. Jung diede libero sfogo alle sue fantasie e annotò accuratamente quanto derivato, chiamando in seguito questo processo immaginazione attiva. Egli trascrisse le sue fantasie nei Libri Neri, che non sono diari personali, bensì le registrazioni di un esperimento con se stesso.

Quando scoppiò la Prima guerra mondiale Jung comprese che una serie di queste sue fantasie furono premonitrici. Ciò lo indusse a comporre il primo manoscritto del Liber Novus, formato dalla trascrizione delle principali fantasie dei Libri Neri, insieme a dei commenti interpretativi ed elaborazioni liriche. Qui Jung cercò di derivare dei principi psicologici dalle fantasie, inoltre cercò di capire fino a quanto gli eventi descritti in esse in forma simbolica presentassero sviluppi futuri nel mondo. Il materiale venne rivisto varie volte, per poi essere ricopiato in una scrittura gotica ornata su un grande volume rilegato in pelle rossa, al quale aggiunse fregi di capoverso, bordi ornati e molti disegni. L'opera era composta sul modello dei manoscritti illuminati del Medioevo. L'insieme dei testi e delle immagini ricorda fortemente i lavori illuminati di William Blake.

Il tema generale del libro è come Jung ritrovi la sua anima e superi il moderno turbamento dell'alienazione spirituale. Questo è possibile permettendo che in essa rinasca una nuova immagine di Dio e sviluppando un nuovo mondo visto secondo una cosmologia psicologica e teologica. Il Liber Novus presenta il prototipo del processo di individuazione, da lui considerato la forma universale dello sviluppo psicologico individuale.

All'inizio del libro Jung ritrova la propria anima e intraprende una serie di avventure di fantasia che formano una narrazione consecutiva. I capitolo seguono un formato particolare, iniziando con l'esposizione di fantasie visive drammatiche. Jung incontra varie figure in molteplici situazioni e conversa con loro. Si trova innanzi a situazioni inaspettate e affermazioni scioccanti. In seguito cerca di capire cosa si è palesato e formularne il significato in concetti psicologici generali. Jung riteneva che l'importanza di queste fantasie consistesse nel provenire da quell'immaginazione mitopoietica che nella moderna epoca razionale è mancante. Il compito dell'individuazione è quello di stabilire un dialogo con le figure di fantasia – o contenuti dell'inconscio collettivo – e integrarli nella coscienza, rivalutando così l'immaginazione mitopoietica.

Nel Libro Rosso sono discussi una serie di temi, tra cui: la natura della conoscenza di sé, l'importanza del pensare e del sentire e i tipi psicologici, la relazione tra virilità e femminilità interna ed esterna, l'unione degli opposti, la solitudine, l'importanza del sapere e dell'imparare, lo stato della scienza, il significato dei simboli e come si deve interpretarli, la pazzia, la pazzia divina e la psichiatria, l'imitazione di Cristo, la natura di Dio e degli dei, Nietzsche, la magia, la natura del bene e del male, il significato del passaggio dal paganesimo al cristianesimo, il rapporto con la morte e i propri antenati.

Questa pubblicazione apre una nuova era di possibilità per la comprensione del lavoro di Jung. Permette una visione eccezionale sul modo in cui egli ritrovò la propria anima e, facendo questo, costituì una delle psicologie più influenti del Ventesimo secolo.

(Autore: Sonu Shamdasani; Il Sole 24 Ore, 17-10-2009)


N.B. Il libro di imminente pubblicazione uscirà a cura della Bollatati Boringhieri.

25/10/09

Il Cinquantenario dell'A.T.M.A.

A.T.M.A.
Alleanza Trascendente Michele Arcangelo

25 OTTOBRE 1959
-
25 OTTOBRE 2009


24/10/09

Ernst Jünger: "La capanna nella vigna"

Lasciare «tracce di luce sul gioco delle onde dei giorni vissuti», più come un «piacere che come un dovere». Sono le parole con cui, all’inizio di un nuovo anno, Ernst Jünger rinnova il proposito di tenere il diario, distillando in un’immagine il senso di questo libro.
Bassa Sassonia, 11 aprile 1945 – 2 dicembre 1948: è il tempo della desolazione, in cui si piangono i propri cari o ci si consuma nell’incertezza della loro sorte. In balia degli umori degli occupanti, con la fame, il peso degli orrori che filtrano dai racconti dei prigionieri liberati dai campi di concentramento e dei nuovi profughi dell’Est che affollano le strade, si soffre l’umiliazione dell’isolamento e dell’unanime condanna internazionale, e si sperimenta una dolorosa fragilità.
La resa incondizionata, la catena di esecuzioni e suicidi dei potenti della stagione appena conclusa (prima Mussolini, poi Hitler, Goebbels, Himmler), la capitolazione giapponese e le bombe su Hiroshima e Nagasaki; come pure il ripristino della corrente elettrica, la prima lettera ricevuta, la fioritura del giardino, il miracolo di un fossile che ci ricorda la vitalità e l’unità dell’universo al di là del tempo e dello spazio: ogni cosa viene puntualmente annotata. La resurrezione cui pian piano si assiste passa per le piccole cose, per una quotidianità di lavoro, letture, abitudini e affetti ritrovati o onorati nel ricordo (come il figlio Ernstel, caduto sul fronte italiano nel 1944); ma anche per un primo tentativo di valutazione di quanto è accaduto.

Ernst Jünger , LA CAPANNA NELLA VIGNA, Gli anni dell'occupazione, 1945-1948

Traduzione di Alessandra Iadicicco, pag. 288, Guanda 2009 (euro 20)

23/10/09

Giganti: un'ipotesi da verificare

Proponiamo di seguito un intervista effettuata dalla redazione di OOPART.it al ricercatore indipendente Daniele Piras, autore del libro “Giganti, le prove storiche di un antica esistenza in Sardegna e nel mondo”.

Come è nata l’idea di questo libro?
Conoscevo già da tempo le antiche cronache sui Giganti, specie quelle documentate dai testi sacri e dagli storici del passato, ma quando ho avuto modo di sentire persone viventi in Sardegna che denunciavano la sparizione dei reperti ho ritenuto utile raggrupparle in modo tale da rendere possibile una loro analisi comparata nonché un confronto con le testimonianze più antiche.

Per quale scopo secondo lei la scienza o meglio il mondo accademico e così restio a riconoscere la veridicità di queste scoperte?
L’impatto su quanto è stato scritto finora sarebbe tale da comportare la riscrittura di molte pagine dei testi canonici, specialmente quelle riguardanti la paleoantropologia e l’evoluzione dell’uomo. Per questo motivo si preferisce ignorare certe verità o metterle a tacere.

Come si giustifica la presenza di tante prove distribuite nel mondo, in quale continente si ha la frequenza maggiore di ritrovamenti?
La quantità ed eterogeneità di prove e testimonianze è certamente un indice della veridicità dell’argomento e della sua validità storica, ma non credo ci sia stato un continente con una maggiore concentrazione di ritrovamenti, quanto aree nelle quali sono state registrate più testimonianze che sono potute giungere sino a noi attraverso le fonti scritte.

L’antica iconografica riporta spesso immagini di figure di altezza singolare rispetto alle altre inserite nel contesto, notoriamente si tratta di divinità faraoni, Re etc… E’ possibile che questi fossero invece dei Giganti?
E’ vero che talvolta re e i faraoni potevano essere raffigurati più grandi rispetto alle figure circostanti per simboleggiare una loro maggiore importanza o statura sociale, ma alcuni casi possono trarre in inganno. Si pensi alla tavoletta mesopotamica WA91001 da me pubblicata nel libro, la quale ritrae un Anunnaki seduto sul trono accanto a uomini comuni; non si può ritenere che le dimensioni del re fossero simboliche in quanto è risaputo che gli Anunnaki fossero Giganti.

E’ mai venuto a contatto con reperti la cui fattura è attribuibile ai Giganti oppure ossa o scheletri?
Una volta ho ricevuto alcuni denti di grandi dimensioni che ho inviato all’Estero per le analisi del DNA, ma non ne ho avuto più notizia. Altre volte mi hanno fatto vedere dei reperti ossei convincenti ma, purtroppo, non si sono fidati di cedermeli per farli analizzare. Mi auguro che un libro controcorrente come il mio possa spronare chi ha qualcosa da mostrare a renderla disponibile e a collaborare.

Ha notizie di analisi fatte su frammenti ossei attribuiti ai Giganti in cui si è riscontrato la presenza di DNA definibile umano?
Purtroppo no, ma ho notizia di molti ritrovamenti di corpi la cui forma era talmente palese da non richiedere alcun esame del DNA, per lo meno al fine di confermarne l’origine umana. Coloro che sostengono di aver visto gli scheletri interi qui in Sardegna affermano che non v’era alcun dubbio sul fatto che fossero umani e, molte volte, i corpi erano accompagnati da un corredo funebre. So che il famoso Smithsonian Institute ha occultato a più riprese reperti umani abnormi trovati in America, ma non sono al corrente se siano state condotte delle analisi.

Quali spiegazioni si potrebbero dare alla presenza di sei dita e di una doppia fila di denti?
Credo fossero caratteristiche morfologiche peculiari di alcune razze di Giganti, specialmente quelle antidiluviane. Le testimonianze a riguardo non si trovano solo nella Bibbia ma anche nelle tavolette mesopotamiche, trovando conferma in alcuni corpi che sono stati trovati in epoca moderna.

Viste le rilevanti diversità di altezza delle testimonianze, secondo lei appartengono tutti allo stesso ceppo?
Io credo che le differenze di statura possano essere spiegate efficacemente dalla teoria dell’involuzione dell’Uomo che ho sostenuto e documentato nel mio libro avvalendomi di antiche fonti indiane, ebraiche, egizie e caldee. Questa tesi si accorda bene sia con il gigantismo animale e vegetale riconosciuti dalla Scienza sia con il fatto che più i megaliti sono antichi più sono grandi.

Quali sono secondo lei le principali strutture architettoniche che meglio rappresentano questa civiltà e che tecnologie secondo lei avevano sviluppato?
Quelle più colossali come Baalbeck, Cuzco, Stonehenge e addirittura le Piramidi, che secondo me sono costruzioni che precedono il Diluvio avvenuto circa 11.500 anni fa, sono indubbiamente le più rilevanti. Quanto alle tecnologie ritengo possibile che in altre ère l’uomo godesse di uno sviluppo tecnologico invidiabile, ma i cataclismi che si ripetono ciclicamente in lunghissimi archi di tempo ne abbiano cancellato le tracce (ooparts a parte, ovviamente).

Come è possibile che alcune strutture costruttive attribuite ai giganti non abbiamo caratteristiche funzionali all’utilizzo degli stessi ingressi e corridoi interni vedute esterne etc…?
Secondo le antiche cronache gli ultimi Giganti sopravissuti al cataclisma furono impiegati dalla popolazione nella costruzione di strutture megalitiche come i nuraghi, i quali erano comunque destinati a persone comuni e non ai loro costruttori. Le torri di maggiori dimensioni, quelle più antiche, potevano ospitare comunque persone di maggiore statura ed è anche vero che l’altezza di molti architravi può trarre in inganno per via della sedimentazione che depositata in prossimità degli ingressi li rende più bassi.

Alcuni affermano che in realtà i resti di giganti apparentemente umani appartengono ai Gigantopithecus, è secondo lei possibile la seguente tesi?
Talvolta è possibile, soprattutto nel caso delle impronte fossili nella roccia come quelle trovate dal Dr. Rex Gilroy in Australia. Tuttavia, la maggior parte delle testimonianze si riferisce chiaramente a fattezze umane tali da escludere ogni possibilità d’errore.

Fonte: http://www.oopart.it/giganti-le-prove-storiche-di-unantica-esistenza.html

20/10/09

E' in uscita il nuovo numero di "Tradizione"

Entro la fine del corrente mese di ottobre 2009 uscirà il nuovo numero di “Tradizione”, periodico di studi e azione politica. Sulle pagine del nuovo numero in uscita di “Tradizione” ci saranno: l’editoriale di Angelo Ruggiero, Direttore della rivista, sull’attuale momento politico; un articolo di Primo Siena dedicato al compianto Baget Bozzo, articolo già apparso sul nostro blog e che è, allo stesso tempo, anche una pagina di storia della destra politica italiana; un articolo di Piero Vassallo che illumina in modo fecondo la figura straordinaria di Giano Accame; un articolo di Massimo Anderson che illustra il rapporto tra Gianfranco Fini e la destra politica italiana; un articolo di Giancarla Novelli che tratta della “tradizione e del sentire unitario delle genti italiane e l’unità statuale raggiunta con il risorgimento”; e ancora “Benedetto XVI e le speranze della Chiesa militante” di Ierognosto; “gli appunti di fra’ Mansueto ovvero la bussola in convento” di Alfonso Indelicato; “Francesco Grisi dieci anni dopo” di Lino Di Stefano; “Stato laico e Stato cristiano” di Lino Pasqualucci; “Guido Manacorda solitario e tenace “reazionario””, di Primo Siena; “dopo settant’anni una mostra fotografica sulla guerra di Spagna” di Enzo Natta; “Come il mezzogiorno è diventato una questione” di Francesco Pappalardo. Seguono altri articoli sulla scuola e problemi di attualità e la rubrica di recensione di libri.

Abbonamento a 10 numeri di “Tradizione” €30,00 (trenta/00) con bollettino di c.c. postale 41966060 intestato ad AESPIcausale: Tradizione.


19/10/09

Bufale, bufalone, sciolte e in paccheti


di Filippo Giannini

Benito Mussolini fue un espía británico que cobraba 6.500 euros a la semana

  • Fue contratado por los servicios secretos británicos MI5 en 1917.

  • Escribía propaganda pro-guerra en el periódico Il Popolo d'Italia.

  • Lo ha desvelado un artículo en 'The Guardian' a raíz de un trabajo de investigación de Peter Martland.

Benito Mussolini (1883-1945) fue algo más que un dictador italiano. Así al menos lo refleja un artículo de Tom Kington en 'The Guardian'. Al parecer, Mussolini fue contratado por los servicios secretos británicos MI5 en 1917 para realizar tareas de espionaje en su país, según ha podido revelar un trabajo de investigación realizado por un historiador de la Universidad de Cambridge.

Una de sus tareas era escribir a favor de mantener a los soldados italianos luchando en el frente de batalla

El experto Peter Martland descubrió documentos que aportan información bastante concreta al respecto. Por ejemplo, la que habla de que por entonces un joven Mussolini recibía unas 100 libras esterlinas por semana del Gobierno británico (unos 6500 euros actuales), para que escribiera propaganda pro-guerra en el periódico Il Popolo d'Italia.

"Era mucho dinero para un periodista, pero si se compara con los cuatro millones de libras que el Reino Unido estaba gastando en la guerra cada día, era un dinero insignificante", comentó el historiador.

El joven socialista escribía a favor de mantener a los soldados italianos luchando en el frente de batalla. "Sabemos que él era un mujeriego y creemos que mucho del dinero que cobró lo invirtió en ello", dice Peter Martland.

La mia risposta:


Egregio Segñor,

1) Non conosco lo spagnolo e, probabilmente non ho compreso appieno la Suo mail;

2) vorrei vedere il "documento" prima di dare un giudizio;

3) anche se vedessi il documento, certamente non si potrebbe parlare di "spia" (espìa) perché, come lei ben sa, l'Inghilterra era nostra alleata nella 1° guerra Mondiale e non si può fare la spia a favore di un Paese alleato;

4) quindi, anche se il documento fosse reale e autentico, si potrebbe, tutt'alpiù, parlare di sovvenzionamento per "Il Popolo d'Italia", cosa che sarebbe normale; (1)

5) e, se di sovvenzionamento si trattava, nulla di strano perché con questo Mussolini (siamo nel 1917 e la guerra per l'Italia era iniziata da due anni) non rinnegava la sua idea di interventista, come erano interventisti italiani, ad esempio: Togliatti, Gramsci, Nenni e centinaia di altri poi divenuti antifascisti;

6) qui finisco, ma voglio ricordare che su "quell'uomo" sono state (e si dicono) tante menzogne. Perché? Perché le sue idee sociali mettono ancora tanta paura al capitale e alla grande finanza.

Un cordiale saluto.

Filippo Giannini

E’ necessario chiarire quanto sopra riportato.

Stavo distrattamente abbandonato” di fronte ad uno dei Notiziari della Tv (doveva essere il 15 ottobre) quando vidi passare sotto ad uno dei tanti (o tante) mezzibusti, una scritta, riportata più volte che attestava: . La bufolona è tanto palese che non sarebbe neanche il caso di parlarne. Questo per logica, ma io non voglio essere logico, e allora ne parlo.

Non mi rifaccio tanto al gentile signore che mi ha scritto la succitata mail, inviatami a pochi minuti dalla notizia apparsa in TV, ma quanto a trattare la questione nei suoi aspetti generali.

Si tratta di una notizia strabiliante (tale sarebbe se non fosse un bufolone), niente po’ po’ di meno sembrerebbe che, stando ad uno storico britannico docente a Cambridge Christopher Andrews, Benito Mussolini avrebbe percepito dall’autunno 1917 e per dodici mesi un riconoscimento di ben cento sterline a settimana, una cifra stratosferica equivalente a circa 6.000 Euro al valore di oggi. E per fare cosa? Mussolini, tramite il suo giornale “Il Popolo d’Italia” doveva convincere gli italiani a continuare la guerra anche dopo la sconfitta di Caporetto. E invece, come riporta il Guardian, pur non avendo prove, sospetta (bello questo sospetta) che Mussolini di avere speso quasi tutto in donne. Ci sarebbe altro da aggiungere? Invece sì, e vado avanti.

Perché: Mussolini dopo quella sconfitta prospettava la possibilità di uscire dal conflitto? Stava tramando una badogliata? Il suo giornale era tanto potente da poter influire sull’opinione pubblica italiana, su un argomento così delicato? Ma quando mai! Eppure anche il quotidiano (serio, bah!) come Repubblica, il giorno dopo titolava “Agente Benito Mussolini al servizio di Sua Maestà”. Minchia, dicono in Sicilia, se lo dicono gli inglesi… Ma la minchiata era una bufolona, tanto che già due giorni dopo sulla strabiliante notizia, per quanto ne so,è calato il silenzio.

L’osservazione sorge spontanea: perché comprare Mussolini che già e da sempre sosteneva la necessità della lotta ad oltranza sino alla vittoria finale? Se Sua Maestà Britannica voleva comprare qualcuno, era sufficiente guardare a sinistra, infatti erano Filippo Turati e Claudio Treves, socialisti entrambi a chiedere al Governo, a giugno del 1917, a intavolare trattative di pace, questo mentre Mussollini con i suoi scritti incitava alla lotta. E ancora: il 22 agosto, sempre del 1917, guidata dai socialisti, a Torino ebbe inizio una sommossa operaia che si trasformerà presto in una aperta ribellione. Occorreranno quattro giorni perché l’esercito riesca a riprendere il controllo della città. Poi il 24 ottobre successivo il fronte italiano crolla a Caporetto. Quindi è sufficiente sfogliare “Il Popolo d’Italia” del 1917 per avere la conferma di quanto asserito: Mussolini non aveva alcuna simpatia per quegli scioperi che esigevano la pace subito e senza eccezione alcuna. Perché allora Sua Maestà britannica avrebbe dovuto sborsare quelle cifre per una operazione che il futuro Duce stava svolgendo con documentata determinazione? E visto che stiamo parlando del futuro Duce, perché Sua Maestà britannica non usò quei documenti per screditare Benito Mussolini quando l’Italia fascista era ai ferri corti con la Gran Bretagna, e precisamente negli anni 1935 sino alla dichiarazione di guerra?

Cari lettori, la risposta è sempre la solita: screditare il nome del Duce e della sua creatura, il Fascismo. Perché? L’ho scritto un’infinità di volte, e lo disse Mussolini stesso nel corso dell’ultima intervista concessa a Gian Giacomo Corbella, poche ore prima di essere assassinato: “Con le nostre idee abbiamo spaventato il mondo della grande finanza”.

E dato che “quelle idee” sono ancora oggi valide, si rende necessario screditare quotidianamente “quel nome” e “quell’idea”. Ecco, allora alcune accuse: essere omosessuale perché cantava: “Per la maschia gioventù”; aver fatto uccidere il figlio in un manicomio; essere uno sterminatore di ebrei; avere il “pene freddo”, come ha riportato qualche anno fa il periodico “Focus”; ed ora, ma non davvero l’ultima: essere stato una “spia al servizio di Sua Maestà britannica”.

La prossima bufala? Io non ho idea, posso solo proporre un concorso: il lettore che lo indovinerà avrà come premio un Libretto Rosso; ricordate? Quello di Mai Tse Thung. Cosa dite? Che anche quello era una bufala? Certamente, se così fosse, non è stata colpa mia!

Gli italiani, quando apriranno gli occhi?

1) Per precisare questo argomento, desidero riportare quanto scrissi su un mio libro: “Sia De Felice che Montanelli non escludono che “Il Popolo d’Italia” sia stato finanziato. Montanelli, ad esempio, ricorda di un suo incontro avvenuto nel 1937 con l’allora direttore de “Il Resto del Carlino”, Filippo Naldi, il quale, circa l’espulsione di Mussolini da “l’Avanti!”, dal partito e delle successiva fondazione de “Il Popolo d’Italia”, così riferisce: <Mussolini sulle prime non voleva neppure riceverlo, e all’offerta di denaro si adombrò. Ma Naldi, ch’era una sirena, provvide subito a rassicurarlo: sarebbe stato, disse, denaro pulito e senza condizionamenti: Mussolini sarebbe stato libero di difendere le cause che voleva, senza risponderne a nessuno. E su questa condizione l’intesa fu raggiunta>.

16/10/09

Ancora maldestri tentativi di "rifare" la Sindone

"Ormai è un ritornello che si ripete regolarmente. Ogni volta che viene indetta un’ostensione della Sindone assistiamo, nei mesi che la precedono, ad una serie di scoperte presentate come sensazionali che dimostrerebbero che la Sindone è un falso realizzato con le tecniche più svariate, ovviamente in epoca medioevale.

Già all’inizio dell’estate è giunta dagli Stati Uniti la notizia che la Sindone sarebbe l’autoritratto di Leonardo realizzato dal genio toscano in una vera e propria camera oscura utilizzando un busto con le proprie fattezze che avrebbe lasciato l’impronta su di un telo trattato con chiara d’uovo e gelatina: in pratica l’invenzione della fotografia sarebbe da far retrocedere di quasi 400 anni! E fino ad ora non ne sapevamo nulla! A questa ipotesi se ne è immediatamente aggiunta un’altra (in realtà proposta già da tempo) che sostiene che l’immagine della Sindone è facilmente realizzabile con un pirografo. Una trentina di anni fa un medico barese affermò di essere riuscito ad ottenere un’impronta simile a quella della Sindone sfruttando l’energia termica generata da un bassorilievo riscaldato. E si potrebbe proseguire a lungo con l’elenco di tali teorie.

Ora è la volta di un chimico di Pavia che, secondo le notizie riportate da alcuni quotidiani, sostiene di aver realizzato anche lui un’impronta identica a quella della Sindone usando come matrici il corpo di un suo assistente e un calco in gesso e utilizzando ocra rossiccia, tempera liquida, acido solforico e alluminato di cobalto. Non ho nessun motivo per dubitare della cura e della professionalità con cui tali manufatti sono stati realizzati, ma nutro forti perplessità che possano essere seriamente messi a confronto con la Sindone e la sua immagine. Non è sufficiente ottenere un’immagine che ad un esame visivo appaia simile a quella presente sulla Sindone. Forse fino ad alcuni decenni fa sarebbe stato sufficiente, oggi non più.

L’immagine della Sindone e le cosiddette "macchie ematiche" visibili sul telo sono state studiate in modo approfondito soprattutto in seguito alla campagna di raccolta di dati e di campioni effettuata sulla Sindone dall’8 al 13 ottobre 1978. I risultati dell’analisi di tali dati sono stati resi noti dagli scienziati che parteciparono alla ricerca in decine di articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. In particolare gli scienziati statunitensi appartenenti allo Sturp (Shroud of Turin Research Project) effettuarono una serie di esami (spettroscopia nel visibile e nell’ultravioletto per riflettanza e per fluorescenza, spettroscopia ai raggi X e IR, spettroscopia di massa, termografia infrarossa, radiografia, ecc.) sia sulle zone interessate dall’immagine sia sulle zone ematiche, accertando l’assoluta mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti e dimostrando inoltre che l’immagine corporea è assente al di sotto delle macchie ematiche (e dunque si è formata successivamente ad esse) e che è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto con formazione di gruppi carbonilici coniugati.

Tale alterazione è rilevabile solo superficialmente per una profondità di circa 40 micrometri (ossia 4 centesimi di millimetro). È stato inoltre dimostrato che la colorazione delle fibre nelle zone dell’immagine è uniforme e le variazioni di intensità dell’immagine sono dovute al numero di fibre colorate per unità di superficie. Nelle zone ematiche è stata evidenziata la presenza di anelli porfirinici e le stesse zone hanno dato luogo a reazioni di immunofluorescenza tipiche del sangue umano di gruppo AB. E molte altre ancora sono le caratteristiche dell’immagine evidenziate dalle analisi effettuate dopo gli esami del 1978.
È pertanto evidente che per poter affermare di aver ottenuto (non importa con quale tecnica o metodo) un’immagine identica a quella sindonica è indispensabile effettuare su di essa le stesse analisi fatte sulla Sindone ed ottenere tutti gli stessi identici risultati. Invito pertanto coloro che intendono cimentarsi con tali esperimenti a effettuare sulle immagini da loro ottenute tali analisi, pubblicando su riviste scientifiche i relativi risultati.

Mi risulta che fino ad ora tutte le teorie proposte, pur interessanti di per sé, sono sempre risultate carenti o perché non sono state correlate da verifiche sperimentali serie o perché tali verifiche hanno evidenziato sulle immagini ottenute caratteristiche fisico-chimiche molto diverse da quelle possedute dall’immagine sindonica".

Bruno Barberis (9-10-2009, Avvenire)

15/10/09

Il Mosaicosmo di Tommaso Romano

Massimo Maria Crivello "Il Cosmo - a Tommaso Romano" [2008]

di Nino Sala

Leggere un libro è sempre un avventura nell’anima dello scrittore ma anche nella propria, ti permette di esplorare percorsi e meandri che pensavi non esistessero e che invece vengono fuori grazie alla luce dell’intelletto, rischiarati a giorno dal faro dell’intelligenza dell’autore lasciandoti senza fiato ad osservare con gli occhi del cuore l’immensità dell’animo umano.

Ecco! Tommaso Romano, per moltissimi di noi, ma per me in particolare è quella luce, quel faro e quella scoperta di cui parlavo prima.

Grazie alle analisi puntuali delle problematiche affrontate nel suo “Essere nel Mosaicosmo”, e al viaggio che ti impone nella sua e nella tua anima scopri prospettive inespresse e ultimative, in gran parte sottaciute da altri autori per paura o peggio per conformismo militante.

La forma dei dialoghi, in cui l’interlocutore dell’autore diventa subito il lettore stesso, che viene preso per mano e fatto navigare nel cosmo delle idee presenti, rende la lettura e l’apprendimento una sensazionale esperienza onirica, in cui tutte le problematiche più importanti della nostra contemporaneità vengono sviscerate con fermezza.

Una volta affrontate tali questioni decisive, non si può più far finta di niente, come il rapporto con il Creatore ed il creato che Tommaso affronta con nuda schiettezza e virilità olimpica, o come il senso della bellezza che tanto ci ha affascinato e del suo rapporto con l’arte e la religione.

Ma il tema che più di tutto mi ha impressionato è senza ombra di dubbio quello della crisi che vede ormai l’uomo del III millennio, secondo questo mirabile pensatore, schiacciato da facili edonismi e da una femmilizzazione crescente che gli impedisce di esprimere la sua vera natura.

Tommaso affronta la crisi delle identità, delle istituzioni politiche e sociali ed infine quella economica, non senza darci spunti vitali per il superamento della stessa e non senza lasciarci la speranza tipica del cristiano vero che è in lui, permettendoci di racchiudere nel suo mosaicosmo l’universale e il particolare di un esistenza terrena che senza un “Romano” sarebbe più vuota e più triste.

Voglio però concludere non con le mie riflessioni ma con quelle bellissime scritte per lui dal critico e storico della letteratura italiana Giorgio Barberi Squarotti :”Molto ammiro e molto imparo: i suoi dialoghi sono molto belli e preziosi perché affrontano problemi, idee, proposte, interpretazioni davvero decisivi nel nostro tempo”.

ESSERE NEL MOSAICOSMO dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello con una testimonianza di Arturo Donati, edizioni Thule - Spiritualità e Letteratura. Disponibile presso Fondazione Thule via Ammiraglio Gravina 95, 90139 Palermo, Telefono: 091329067 o Presso il nostro coordinamento regionale di Alleanza Etica per la Sicilia

(Fonte: alleanzaetica.myblog.it)

13/10/09

Un nuovo libro "metapolitico" di Carlo Gambescia

Metapolitica, L'altro sguardo sul potere, Edizioni il Foglio, pp. 110, euro 10,00.

Il libro può essere prenotato al seguente indirizzo:

ilfoglio@infol.it

09/10/09

Dio e gli dèi. Egitto. Israele e la nascita del monoteismo

Perché il monoteismo biblico si autorappresenta come violento

JAN ASSMANN

Il brano che anticipiamo in questa pagina è tratto dal nuovo libro di Jan Assmann «Dio e gli dèi. Egitto. Israele e la nascita del monoteismo», uscito per i tipi del Mulino (pp. 213, euro 15). Settantun anni, professore emerito di egittologia a Heidelberg , Assmann è uno studioso che si muove sul crinale tra archeologia e antropologia culturale, come testimonia la sua ricca bibliografia: La memoria culturale, Potere e salvezza, La morte come tema culturale (tutti tradotti da Einaudi), Mosè l’egizio (Adelphi) e Non avrai altro Dio (il Mulino) in cui ha impostato il tema del monoteismo che riprende nel libro in uscita per chiarirne il senso e la vicenda storica.

Rivolgiamo ora la nostra attenzione alla Bibbia e soffermiamoci, tra circa seicento passaggi in cui si citano episodi di violenza che portano alla morte, su alcune delle tipiche scene di violenza che caratterizzano l’istituzione del monoteismo. \ Non sto accusando o criticando alcunché; voglio semplicemente capire. Mi sembra fuori luogo, inoltre, utilizzare tali brani contro il giudaismo o il cristianesimo, perché in queste religioni essi non giocano un ruolo significativo. Non vengono insegnati nelle yeshivot ebraiche né predicati dai pulpiti cristiani; il loro valore è puramente storico, in quanto testimoniano l’autorappresentazione della nuova religione nelle sue fasi iniziali. Il mio interesse per questi testi, tuttavia, non è storico, ma «mnemo-storico»: la domanda cui voglio dare una risposta non è «Perché il monoteismo si affermò in maniera così violenta?», bensì «Perché la storia della sua affermazione venne rappresentata e ricordata nella Bibbia con un così grande numero di scene di violenza? Perché i testi fondamentali che proclamano l’unicità esclusiva di Dio utilizzano il linguaggio della violenza?». La violenza non fa parte di una visione esterna ostile al monoteismo, ma di un autoritratto del monoteismo visto dall’interno. Ecco il problema che affronta questo capitolo. Perché il monoteismo biblico si autorappresenta come violento?

Da dove possiamo iniziare? I racconti della fuga dall’Egitto, indotta con la violenza delle piaghe inviate da Dio, ma ancor più la conquista della terra di Canaan, dipingono l’etnogenesi israelita e l’introduzione del monoteismo – di fatto due aspetti di un unico processo – a tinte estremamente violente. La questione del loro significato si pone poi in maniera ancora più pressante se questi episodi non vengono ritenuti storici ma simbolici, e quindi considerati saghe e leggende con le quali una società si costruisce o ricostruisce un passato in grado di dare senso e prospettiva alle finalità e ai problemi attuali. Apparentemente queste scene presentano una violenza esterna, una violenza diretta contro altri popoli, come gli egizi e i cananei. Una lettura più attenta dei testi biblici, tuttavia, rivela che la violenza interna, la violenza diretta contro il proprio gruppo e persino contro se stessi, gioca un ruolo di gran lunga più importante. Sotto molti aspetti (anche se non tutti) «Canaan» può essere visto come una rappresentazione simbolica del passato pagano di Israele e delle sue persistenti tradizioni pagane o sincretistiche. Il monoteismo, stando al suo autoritratto biblico, è una religione che tende alla violenza interna anziché esterna. È proprio questo a rendere lo studio dei testi di riferimento così stimolante, anche se essi hanno perduto ogni interesse nel contesto dell’esegesi giudaica e cristiana.

L’inizio è costituito dalla storia del vitello d’oro. Gli israeliti ricadono nell’idolatria: non riescono a sopportare la lunga assenza del loro capo Mosè sul Monte Sinai e lo credono morto; chiedono allora ad Aronne di fornire loro un’immagine che sostituisca Mosè, rappresentante di Dio, e che cammini davanti a loro guidandoli nel deserto. In segno di espiazione e castigo, Mosè avvia un’azione punitiva che viene descritta nei seguenti termini nel libro dell’Esodo (Es 32, 26-28): «Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: “Chi sta con il Signore, venga da me!”. Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo».

Decisive sono le parole: «ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente». Qui la violenza è rivolta esplicitamente all’interno, allo scopo di infrangere i vincoli umani più stretti e intimi. La dedizione richiesta da Dio a ciascun individuo, come pure l’alleanza da lui offerta, superano e spezzano tutti i legami e doveri umani. A questo passo se ne può accostare un altro, non meno celebre, tratto dal Deuteronomio: «Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso, t’istighi in segreto, dicendo: Andiamo, serviamo altri dèi, dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuti, divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da una estremità all’altra della terra, tu non dargli retta, non ascoltarlo; il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi la mano di tutto il popolo; lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore tuo Dio».

In questo caso è possibile sapere con certezza da dove proviene questo linguaggio della violenza: dai giuramenti di fedeltà assiri. L’impero assiro richiedeva una lealtà assoluta ai suoi vassalli, che dovevano essere disposti ad attuare forme di controllo come spiare amici e vicini denunciandoli e perseguendoli inesorabilmente nel caso in cui esprimessero pensieri sleali. Ma come è possibile, si chiede in un articolo recente Othmar Keel, studioso dell’Antico Testamento, collegare un simile linguaggio all’idea biblica di Dio? Come possono gli uomini immaginare che Dio pretenda la denuncia e l’uccisione dei propri amici, compagni e vicini? È facile capire come i testi e i concetti assiri vennero tradotti in ebraico ed entrarono nella Bibbia: alcuni re giudei dovevano utilizzare a loro volta questo linguaggio per giurare fedeltà al re assiro. Non è facile, invece, comprendere come questi concetti politici vennero tradotti in concetti teologici, e come Dio iniziò a ricoprire il ruolo di un despota assiro. Forse l’idea era quella di liberarsi dagli assiri e da qualunque altra forma di dipendenza entrando in un’analoga forma di dipendenza da Dio per mezzo dello stesso trattato che il re assiro aveva imposto. Forse, trasformando la politica assira in teologia biblica, gli ebrei speravano di trasformare la politica in religione e di liberarsi completamente della politica, di diventare indipendenti o almeno indifferenti a qualsiasi altra forma di oppressione politica. Ma essi non pagarono un prezzo troppo alto considerando l’idea assira di esclusività politica – non avrai altri signori al di fuori di me – come un modello di esclusività religiosa, e quindi politicizzando sia il concetto di divinità sia la nuova idea di religione?

(Fonte: www.lastampa.it)


01/10/09

Dan Brown ai piedi della massoneria

Robert Langdon, il professore di simbologia che novanta milioni di lettori del Codice da Vinci conoscono, arriva al Campidoglio di Washington invitato dal suo vecchio amico Peter Solomon, un massone d’alto bordo, a tenere un discorso. Ma quando – all’inizio del nuovo romanzo di Dan Brown The Lost Symbol (Il simbolo perduto) – entra nell’edificio, Langdon scopre che in realtà l’invito è falso, e fa una macabra scoperta: trova una mano tagliata, quella di Solomon, su cui sono incisi tatuaggi massonici. La mano punta verso un dipinto del 1865, che raffigura il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington (1732-1799), nelle vesti di un dio pagano. Il cattivo che ha teso la trappola a Langdon (la cui vera identità scopriremo soltanto a fine romanzo) si fa chiamare Mal’akh, «Angelo», ha il corpo coperto di tatuaggi come un’opera d’arte ed è alla ricerca di una piramide massonica nascosta da qualche parte sotto Washington con mirabolanti poteri.

Con l’aiuto (e presto, al solito, l’amore) della bella sorella di Solomon, Katherine, che studia la miracolosa scienza della noetica, Langdon completa un percorso a ostacoli tra i misteri del rito scozzese della massoneria, alchimisti, rabbini e agenti della Cia, sconfigge i cattivi e salva gli Stati Uniti da trame pericolosissime. Un colpo al cerchio e uno alla botte: dopo essersela preso con la Chiesa nel Codice da Vinci stavolta Brown se la prende con la massoneria? Non è proprio così. Certo, Brown è sempre Brown, uno scrittore che nessuno ha mai accusato di fare serie ricerche storiche prima di scrivere i suoi libri.

Pertanto in tema di rito scozzese, piramidi, cerimonie massoniche, architetture e urbanistica di Washington che sarebbero una mappa predisposta dalla massoneria, per non parlare delle strabilianti pretese New Age della noetica, lo specialista trova senza difficoltà le consuete sciocchezze. Pierre Charles L’Enfant (1754-1852), che disegna il Plan of the City of Washington nel 1791-1792 non è massone, e si conforma a indicazioni del governo che riceve non dal massone George Washington, ma dal non massone Thomas Jefferson (1743-1826). La leggenda è nata negli Stati Uniti ma è diventata patrimonio comune di chi legge certi libri con un testo del 1989 di Michael Baigent e Richard Leigh, due degli autori inglesi de Il Santo Graal cui Dan Brown aveva già abbondantemente attinto per le teorie sui Merovingi e sulla Maddalena del Codice da Vinci.

E molte storie a fosche tinte sul rito scozzese della massoneria e sul suo dirigente ottocentesco Albert Pike (1809-1891) sono state inventate nel corso di polemiche del XIX secolo, o peggio provengono dalla fucina francese di Léo Taxil (1854-1907), un massone impostore che si finse convertito al cattolicesimo e propose incredibili rivelazioni su riti macabri e apparizioni del Diavolo in loggia, prima di confessare pubblicamente l’inganno nel 1897. E tuttavia mentre Il Codice da Vinci era un libro anticattolico e anticristiano, The Lost Symbol non è un libro antimassonico. Certamente i massoni lamenteranno qualche imprecisione e esagerazione.

Ma qui la massoneria – a differenza dell’Opus Dei nel Codice da Vinci o della Chiesa nemica della scienza nel romanzo Angeli e Demoni (molto più virulento del film, che ha notevolmente attenuato i toni) – non è "il cattivo". Mentre sparare sulla Chiesa è considerato, negli ambienti che frequenta Dan Brown, politicamente corretto, si ha la sensazione che quando deve trattare della massoneria lo scrittore proceda con cautela e scriva dopo avere infilato la mano in un bel guanto di velluto. Brown, così, scherza coi santi e lascia stare i fanti.

Eppure a ben guardare una tesi ideologica nel nuovo libro c’è. Avrebbe fatto più rumore se Brown ce l’avesse fatta, come voleva, a finire il libro durante il regno di Bush. La figura del presidente convertito al protestantesimo born again e conservatore, infatti conferiva vivacità a un dibattito storiografico che dura da almeno cento anni e che contrappone due narrative a proposito delle origini degli Stati Uniti. Per la prima i padri fondatori degli Stati Uniti – anche se non erano tutti né esempi di comportamento morale né cristiani di buona dottrina – misero al centro dell’esperimento americano valori condivisi il cui fondamento era almeno genericamente cristiano.

Per la seconda, il sottofondo comune che univa i padri fondatori non era invece il cristianesimo ma il deismo tipico della massoneria, utilizzato come lieve vernice filosofica per coprire temi gnostici, esoterici e ultimamente naturalistici e neo-pagani. Il dibattito appassiona perché ha una portata culturale e politica. Se i padri fondatori, senza troppo dirlo, volevano fondare l’esperimento americano su una sorta di naturalismo neo-pagano, gnostico, "massonico" nel senso di questo termine corrente oggi (ma si dimentica che la massoneria americana del Settecento non era quella europea del XIX secolo o di oggi), allora le pretese – care a Bush – di presentare gli Stati Uniti come una Christian nation con una missione religiosa da compiere crollano come un castello di carte. E – aggiungono i seguaci della seconda narrativa – chi propone il relativismo morale, l’aborto, il matrimonio omosessuale è più vicino allo spirito pagano e gnostico dei padri fondatori di Bush o dei vescovi cattolici. Per questa seconda narrativa scende in campo Brown.

Per lo scrittore il fondo gnostico-massonico dell’ethos americano è un fatto positivo: naturalmente, per tanti anti-americani lo stesso fondo esiste ma è un dato negativo che conferma come degli Stati Uniti i cristiani facciano bene a non fidarsi. Il dibattito, naturalmente, non si risolve con i romanzi, ed è diventato meno vivace con Obama, per cui la retorica della Christian nation non è così importante come per Bush. Ma la rozza presentazione di Brown è storicamente infondata. Benedetto XVI, visitando nel 2008 gli Stati Uniti, ha definito l’esperimento dei padri fondatori americani «un modello fondamentale e positivo». Sul prato della Casa Bianca il Papa ha affermato che «sin dagli albori della Repubblica la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore.

Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione». I diritti della Costituzione americana sono insieme «fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura»: il Dio, ha precisato Benedetto XVI, della «fede biblica». È giusto che gli storici continuino a dibattere. Ma il Papa in America ha svelato il gioco di chi presenta maliziosamente le origini degli Stati Uniti come soltanto massoniche per legittimare un’emarginazione del cristianesimo dalla vita politica di oggi. A questo gioco possono contribuire anche i romanzi. E Dan Brown, quando passa il treno di una cattiva causa, non manca mai di salire a bordo.

Massimo Introvigne (Avvenire, 17/09/2009)


29/09/09

S. Michele Arcangelo