18/05/12

Echi e commenti: "Considerazioni sulla recensione a “Il Filo Aureo”


La recensione al libro “Il filo Aureo” ha provocato un’interessante e animata discussione che ora prosegue con un nuovo e compendioso scritto che l’autore, Giuseppe Gorlani, ha elaborato -in verità con generosa mano tesa- in risposta alle nostre domande e obiezioni. Il testo, ricco di dottrina ma non privo di problematicità e di nodi critici irrisolti, merita di essere letto e preso in esame con molta attenzione. Nei prossimi giorni, Deo juvante, promettiamo di tornare sull’argomento con una nostra personale riflessione finale.
A.L.F.

di Giuseppe Gorlani

   Nella sua recensione Aldo La Fata, oltre ad evidenziare alcuni punti critici che tenteremo di chiarire, solleva un interrogativo: «Esiste una metafisica cristiana?». La risposta non può che essere affermativa. Per averne la conferma, basta leggere l’importante opera di Silvano Panunzio, Contemplazione e Simbolo. In particolare, il capitolo Il Mistero Supremo riveste una grande importanza, poiché in esso l’Autore riflette con competenza e profondità sui massimi Misteri. Cominciamo con la dibattutissima questione dell’Uno e dei molti. Panunzio rileva il “limite” del “Solo col Solo” plotiniano, cui attinge l’“Unico-Uno” (Einic-Ein) di Eckhart, o dell’Uno senza secondo di Shankara: «La Monade spiega L’Ordine Ascendente della Metafisica unitaria, o l’odós anà dei Misteri […] ma la Monade non spiega l’Ordine Discendente della Metafisica totalitaria, o l’odós katà dall’Uno al Molteplice e viceversa». Più precisamente, la Monade di Plotino e l’assoluto non dualismo (kevala-advaita) di Shankara sarebbero incapaci di giustificare lo «sdoppiamento dell’Unità» senza il quale non si possono spiegare il come e il perché dell’Emanazione o della Creazione. Per contro, S. Giovanni nel suo Vangelo «tutto pneumatico», per Clemente parla di un Omnes Unum, ovvero di un Totum Unum: «un Uno-Tutto, e non già un’Unità unica, sconfinatamente sola».
   La novità essenziale del Cristianesimo consisterebbe quindi nell’Unitotalità, equiparabile all’Én kaí Pan dei Misteri o al Quarto stato (caturtha) dell’Advaita Vedanta. Dall’assunzione di simile veduta deriva una domanda di capitale importanza: «[…] perché l’asceta deve raggiungere il nirvana (“estinzione”, cancellazione) o il kaivalya (assoluto “isolamento”) […]? Se Dio si manifesta, se il Primo Principio si sdoppia, perché l’uomo, l’asceta, nell’ordine ascendente, dovrebbe toccare il Divino nel puro isolamento e cioè nel punto che Dio stesso supera nell’ordine discendente? […] Insomma, Dio è l’Uno-Tutto e l’Uomo dovrebbe cancellare ogni cosa? E come poi, se l’Uno-Tutto lo sovrasta d’ogni parte?».
   Nello stesso capitolo si chiarisce il significato dell’“apparire” del Manifesto, si esamina il discorso importantissimo del vuoto e del pieno, ma soprattutto si tenta di indagare i sommi misteri della Tetraktís e più ancora della «Divinissima Endiade»: Én dià dùoin: “Uno mediante Due”. Nell’Endiade risiederebbe il Mistero supremo: il Mistero dell’amore del Padre che si manifesta come Cristo, il rivelatore massimo. Secondo la prospettiva lumeggiata da Panunzio: «Questi [il Padre] preferisce, a chi non si sia mai scostato dall’Uno, chi si è calato nella terribile esperienza dei Molti per riconsacrare ogni cosa a quell’Uno che è anche il Gran Tutto».
   Fondandoci sulla nostra modestissima comprensione, riteniamo che questo capitolo sia davvero ispirante e stimolante, ma non privo di limiti o di nodi insolubili. A nessuno è dato spiegare l’inspiegabile con la parola. Per esempio, circa l’ultima citazione, vien da chiedersi: «Com’è possibile scegliere di non scostarsi dall’Uno per immergersi nei Molti?». In realtà, volenti o nolenti, siamo immersi nella molteplicità; la questione dunque non starà nell’accettarla o rifiutarla, bensì nell’orientarla verso l’Alto, armonizzandone le contrapposizioni ed offrendo noi stessi al Sublime. Stando così le cose, all’uomo aspirante alla Verità spetterebbe l’odós anà, a Dio o all’uomo illuminato l’odós katà. E ancora, Panunzio paragona “i figli degli uomini” a “specchi” che Dio stesso produce poiché ama riflettersi in essi. Chi siamo dunque noi? Se fossimo “specchi”, la nostra alterità col Padre sarebbe irrimediabile; ci sembra pertanto più calzante l’immagine delle scintille che, se pur infinitesime rispetto al Fuoco assoluto, partecipano della sua stessa natura. In un bel saggio intitolato Cosmologia perenne, Titus Burckhardt sostiene che la differenza tra la rappresentazione biblica della creazione e la dottrina plotiniana dell’emanazione può facilmente essere superata: «[…] cos’altro può infatti significare l’affermazione biblica che Dio ha creato il mondo “dal nulla” (ex nihilo), se non che Dio non ha plasmato il mondo da alcuna materia esistente al di fuori di sé? Ma, se il mondo non ha alcuna realtà oltre a quella derivatagli da Dio, esso è in questo senso il suo riflesso o la sua emanazione».
   Riguardo poi alla “novità” cristiana, Panunzio ammette che sulla questione del manifestarsi per amore altre tradizioni sapienziali coincidono; tra queste, cita l’Hinduismo tantrico e, più in generale, lo Shaktismo. A parte il fatto che semmai sarà l’Hinduismo tantrico a contenere lo Shaktismo e non viceversa, va sottolineato come il Tantrismo sia pre-vedico e dunque appartenga a quell’“India notturna” che, secondo il Nostro, avrebbe finito con l’inquinare la pura visione Arya, patriarcale, con dottrine di ordine inferiore. Troviamo in ciò consonanze con l’abbaglio patito da Evola e per un approfondimento rimandiamo al saggio contenuto ne Il Filo Aureo: Julius Evola e la Tradizione del Sanatana Dharma.
   La verità di Dio come Uno-Tutto e il Mistero dell’Endiade non sono un’assoluta novità cristiana, ma appartenevano già al pensiero religioso pre-ario dedito al culto di Paramashiva e della triade in esso contenuta: Shiva (il Signore universale), shakti (l’energia che lega, pasha) e pashu (la moltitudine delle anime individuate). Ciò non toglie ovviamente nulla alla validità della riproposizione Cristiana: semplicemente la priva della pretesa di detenere in esclusiva le chiavi della Verità ultima. La ragione ci proibisce di pensare ad una Verità assoluta che si riveli soltanto in un punto preciso del tempo e dello spazio; per essere assoluta essa dev’essere sì libera di rivelarsi in modo privilegiato, ma nello stesso tempo anche onnicomprensiva e quindi presente in ogni istante ed eternamente accessibile; diversamente sarebbe relativa. Del resto, lo stesso Panunzio ammette che: «La pluralità degli esseri, e per essa degli uomini, non è un’apparenza irreale, ma una realtà. Certo, una realtà solo relativa, ma pur sempre fornita, e preziosamente dotata, di spirituale concretezza». Interessante l’accenno alla “realtà relativa”. In tutta sincerità non ci sembra che il Vedanta dica qualcosa di molto diverso: se l’Atman non fosse immanente nel jiva, come potrebbe questi aspirare alla Liberazione? La tanto criticata Maya non è il figlio di una donna sterile, ma un grado della Realtà. Piuttosto è il Vacuismo Buddhista, con la sua negazione decisa di ogni io o Sé, a porsi in una condizione di incomprensibilità.
   In sintesi, ci sentiamo di affermare, sia pur nella consapevolezza della pochezza di ogni dire, che, in linea di massima, nel Cristianesimo i princìpi metafisici vengono espressi con un linguaggio figurato (metaforico), suscitatore di bhakti, mentre invece nell’Hinduismo di matrice shivaita, tantrica o upanishadica, gli stessi vengono enunciati con un linguaggio filosofico, razionale, stimolante sia jnana che bhakti.
   Ci si consenta una nota personale. Quando in età ginnasiale lo scrivente frequentava un liceo diretto da sacerdoti, gli si affacciavano alla mente alcuni interrogativi concernenti la natura dell’“io” e della divinità: dove ero prima di nascere, dove sarò tra un milione di anni? Come posso muovermi da “qui”, dato che, sebbene il corpo si sposti e muti, “Io” sono sempre presente, anche nel sonno profondo senza sogni? Qualora si riconosca che Dio è onnipresente, perché lo si cerca “là”, nel divenire e non “qui”, dentro di sé? Se però osavo porre domande venivo subito tacitato aspramente, poiché simili discorsi esulavano dal catechismo e di conseguenza non avevano alcun significato. Alla fine della permanenza in quella scuola, il rettore disse ai miei genitori: «Vostro figlio è un paesaggio squallido». Si sarà trattato di “sfortuna”, sta di fatto che la fame spirituale di quel giovane non ottenne alcuna soddisfazione in ambito ecclesiastico.
    Soltanto a 23 anni, in una mattina di sole, seduto in aperta campagna, aprendo il volume Upanishad antiche e medie, a cura di Pio Filippani Ronconi, d’improvviso riconobbi, magnificamente espressi, gli stessi pensieri che in modo frammentario e disordinato mi avevano occupato la mente:
«L’atman onnipervadente che, come il burro nel latte, è contenuto [nel Sé individuale]. La radice della conoscenza dell’atman e dell’ascesi, questa è la suprema dottrina segreta del brahman […] Om! Questa è la verità. Om!» (Sve. Up. I 16);
«Il Sublime è il volto, il capo e il collo del Tutto; egli abita nelle caverne [dei cuori] di tutti gli esseri, egli permea il Tutto; perciò è onnipresente, egli, Shiva» (Idem, II 11).
«”Portami un frutto di quel nyagrodha”, disse il padre. “Eccolo, signore”, rispose il figlio. “Taglialo”, ordinò il padre. “Eccolo tagliato”, rispose il figlio. “Ebbene, spezza uno di quei grani, ordinò il padre. “Eccone uno spezzato, o signore”, rispose il figlio. “Che ci vedi dentro?” “Nulla, o signore”. Il padre allora gli disse: “Questa sottile essenza che sfugge alla tua percezione, è grazie a questa sottile essenza che questo albero, per quanto grande esso è, si innalza al cielo. Credimi, mio caro, Questa sottile essenza anima tutte le cose; essa è l’unica realtà; essa è l’atman. Tu stesso, o Svetaketu, lo sei”, “Signore, istruitemi ancora”, “Sia pure!”» (Cha. Up. XII 1-3).
   Con ciò non si vuol sottrarre valore alla nobilissima Tradizione Cristiana, ma semplicemente sottolineare l’esistenza di più lignaggi spirituali; in genere ogni uomo appartiene al lignaggio trasmessogli dai genitori, ma talvolta può accadere – soprattutto in momenti anormali come quello attuale – che si scopra di appartenere ad un’altra Tradizione.
   Ne Il Filo Aureo non abbiamo neppure citato Contemplazione e Simbolo, sia perché si è limitato il proprio impegno al tentativo di tracciare un filo d’Arianna tra poche discipline orientali, sia per la semplice ragione che leggemmo e rileggemmo in modo consecutivo l’opera di Panunzio più di venti anni fa e perciò non vi abbiamo pensato.
   Veniamo ora al primo tra i due punti critici evidenziati da La Fata: «Le osservazioni sui difetti e limiti storici e, diciamo così, “istituzionali” del cristianesimo il dogmatismo, l’esclusivismo, la pretesa di supremazia, il monopolio della verità non vengono bilanciate da altrettante osservazioni in positivo con il risultato di dare al lettore l’impressione ora di avversione, ora di indifferenza o disinteresse nei confronti di questa religione. Ciò non sembra deporre a favore di una discriminazione esercitata a fondo su questo soggetto che invece, a nostro avviso, non può essere trascurato o tralasciato quando si parla di “verità universale” in un contesto europeo».
   Innanzitutto, chiariamo come ne Il Filo Aureo non si parli di religioni, ma di metafisica. Secondo la Tradizione del Sanatana-dharma, con il termine “metafisica” ci si riferisce a quell’Ineffabile che sta al di là dell’ontologia, pur non negandola. Sicché, per affrontare la metafisica si deve aver preliminarmente acquisito ed esaurito il discorso religioso. In modo emblematico, nella Prashna Upanishad i sei discenti che si avvicinano al rishi Pippalada per chiedere una guida nella ricerca del Brahman supremo sono già stabiliti nel Brahman non supremo. Gli aggettivi “supremo” e “non supremo” non hanno un valore assoluto, ma vengono utilizzati solo per necessità di esposizione. Ai sei sadhaka viene chiesto altresì un anno di silenzio preliminare e di servizio disinteressato al maestro. Come a dire che sono indispensabili precise qualificazioni per accedere alla metafisica. Un tempo i Grandi Misteri metafisici venivano custoditi con cura e trasmessi dalla bocca del maestro all’orecchio dell’aspirante; oggi, invece, circolano liberamente. Ciò, se da un lato è provvidenziale, dall’altro è pericoloso e deleterio, poiché, in numerosi casi, amplificano l’“io” impermanente, invece di risolverlo o sublimarlo.
   Ne Il Filo Aureo i riferimenti all’Islam e alla Cabbala non sono più di due o tre, mentre i riferimenti al Cristianesimo sono abbastanza frequenti, benché incidentali. Sostenere tuttavia che essi privilegino una visione negativa del Cristianesimo, sottolineandone l’“esclusivismo”, il “dogmatismo”, “la pretesa di supremazia”, ecc., non ci sembra corretto.
   A pagina 110, nella nota n. 43, citiamo un brano tratto dalla rivista La Tradizione Cattolica, in cui, secondo noi, vengono elencati quelli che La Fata definisce  «i difetti e limiti storici e, diciamo così, “istituzionali” del cristianesimo»; indi osserviamo come la religione Cattolica stia oscillando tra il rischio di cadere nell’«irrigidimento in dogmi e prospettive cultuali la cui forma, ormai obsoleta, si sta rivelando contraria all’intelligenza» (“irrigidimento” che il Concilio ecumenico Vaticano II ha tentato di correggere) e il pericolo altrettanto grave di perdere, come conseguenza di un’ansia eccessiva di ammodernamento, la propria identità liturgica e teologica.
   A pagina 122, nota n. 3, laddove Daniélou sostiene che «le religioni devono sforzarsi di chiudere la porta alla liberazione», utilizzando lo strumento del dogmatismo, e che l’abbandono di ogni religione e di ogni legge morale sia una sorta di conditio sine qua non alla liberazione, si replica che tale riflessione è un’estremizzazione inaccettabile, giacché: «il Liberato, pur trascendendo la dimensione religiosa, non la nega» e nemmeno vi si oppone o cerca di distogliere da essa chicchesia. Si consideri come nello Yogadarshana i primi due passi o mezzi (anga), yama (autocontrollo, proibizioni) e niyama (osservanze), siano costituiti da un insieme di precetti etici e morali. Un saggio non sarebbe tale se si opponesse tout court all’aspetto exoterico della religione. È giusto stigmatizzare e, se possibile, correggere, le barbarie in cui spesso cade l’exoterismo, ma è fondamentale preservarne l’aspetto provvidenziale.
   A pagina 51, nota n. 19, accenniamo al valore del dogma della Trinità che adombra il mistero della Non-dualità.
   A pagina 172, si parla della grande importanza dell’aspetto personale del divino e, nella nota n. 59, citiamo Rudolf Otto, il quale giustamente sostiene: «I maestri dell’est e dell’ovest sono d’accordo sull’esigenza che “Dio scompaia”. Ma sono anche d’accordo nell’essere fedeli teisti nel loro ambiente: la loro mistica si innalza su un fondamento teistico». Questo concetto viene riproposto più volte, implicitamente ed esplicitamente, ne Il Filo Aureo. A differenza di Marco Vannini (cfr. in particolare La religione della ragione, Mi 2007), noi non riteniamo che le religioni, i miti o la devozione al Dio personale siano “superstizione”.
   A pagina 30, prendendo lo spunto da un verso di Dante, si accosta S. Francesco alla Gayatri, il mantra vedico per eccellenza che in India viene recitato dai “due volte nati” al sorgere del sole.
   A pagina 140, nota n. 56, riflettendo sulla nefanda pratica degli espianti e trapianti di organi vitali, si constata con rammarico come la Chiesa Cattolica, accettando l’approssimativa definizione di “morte cerebrale”, non si erga a difesa della dignità dell’uomo e rinneghi o, quanto meno, sottovaluti la tradizione della “buona morte”. Spesso non si può che convenire con le dichiarazioni della Chiesa riguardanti fenomeni di degenerazione sociale e spirituale (aborto indiscriminato, matrimoni tra omosessuali, ecc.), ma talvolta, a fronte di temi di non poca importanza, si ha come l’impressione di osservare una Chiesa “imbavagliata”.
   In più punti, inoltre, ci si sofferma sul concetto di libero arbitrio, citando il prezioso lavoro di Jean Phaure, che i lettori del Corriere Metapolitico conoscono bene, e si fanno riferimenti all’insegnamento Cristiano.
   Riguardo invece al fenomeno della conversione da una religione all’altra, non è un tema che abbiamo affrontato nella nostra ultima opera. Esso però viene in parte trattato ne Il Segno del Cigno – Sulle tracce dell’Ineffabile, (Rimini 1999), in saggi quali: Fame d’Oriente, Occidente e Sanatana-dharma, Quale Buddhismo, Unità e uguaglianza. Per l’ordinario – fatte salve alcune giustificate eccezioni – non apprezziamo le conversioni orizzontali; piuttosto, se di conversione si vuol proprio parlare, ci si deve riferire ad un innalzamento verticale, sovrareligioso.
   E infine, veniamo al secondo punto critico, relativo all’ultimo saggio, Riflessioni sull’Essere. Replichiamo a La Fata che la verità secondo cui la nostra unica certezza è che “l’Essere È” non va rigettata frettolosamente, anzi, secondo chi scrive, essa è quanto di più prossimo all’Essenza. Il Dio biblico non si manifesta forse a Mosè, nel Libro dell’Esodo, dicendo “Io Sono Colui che Sono”? E Gesù non ripete forse per ben quattro volte “Io Sono” nel Vangelo di Giovanni?
   Nel Notiziaro del gruppo cristiano Kairós si legge: «Kairós è il tempo di Dio […] è il tempo presente, l’istante in cui si può cogliere la presenza divina […] Dio non va cercato fuori di noi, ma dentro di noi […] Per tornare al centro e percepire Dio nel silenzio della nostra interiorità, oltre ai sacramenti e alla liturgia, sono di grande aiuto la preghiera e la meditazione». A parte il fatto che, metafisicamente, Dio non sarà mai oggetto di percezione, mi colpisce come, anche nei pensieri sopra riportati, si ribadisca l’importanza del silenzio.
   La saggezza realizzativa d’Oriente e d’Occidente ci insegna che un conto è pensare, credere, divenire, aspirare, praticare questo o quel rito, pur validissimi, altro è tacitare la mente, immergersi nel silenzio, affinché Dio si riconosca in noi identico a se stesso. La prima modalità appartiene alla via lenta, progressiva, la seconda alla via diretta. A tale vertiginosa identità – che implica il “rinnega te stesso” evangelico – ci si arriva nudi, spogliati di ogni cogitazione o dottrina. Johann Valentin Andreae, nella sua celebre opera Le nozze chimiche, fa scrivere a Christian Rosenkreutz, dopo che questi ha bevuto la bevanda del silenzio – Haustus Silentii – ed ha raggiunto il grado di Cavaliere della Pietra d’Oro: «Summa scientia nihil scire».
   Ci si rende conto di quanto sia pericoloso riflettere pubblicamente sui grandi Misteri metafisici, tuttavia è la temperie dell’Era Oscura che ce lo consente, anzi, che ce lo impone. Si consideri come, tra l’altro, la diffusione de Il Filo Aureo resterà circoscritta a un numero limitatissimo di persone: i temi che vi si trattano non sono appetibili alle moltitudini smarrite dell’oggi. Ma anche se non fossero smarrite, in preda al più disperato nichilismo, non sarebbero ugualmente adatti alle maggioranze. E qui veniamo al significato di religione e alla verità che custodisce. Essa è provvidenziale nella misura in cui mostra all’uomo il Bene eterno, la salvezza dall’identificazione nell’effimero ed è paragonabile al dito che indica la luna o al rametto incandescente che svanisce nel fuoco da esso stesso acceso. Naturalmente l’essenza della verità della luna o del fuoco dev’essere contenuta nella religione, tuttavia questa, in ultima istanza, non può che autorisolversi nell’“esperienza” diretta (abbiamo aggiunto le virgolette per segnalare l’inadeguatezza del vocabolo) dell’avvicinamento o persino dell’identità con l’Essere.
   Max Müller definì l’atteggiamento religioso dell’indiano con il termine “enoteismo”: la facoltà di votarsi con totalità al Divino, appoggiandosi alla prassi di una determinata dottrina o religione, pur restando consapevoli che lo stesso Dio a cui ci si rivolge può, nella sua misteriosa trascendenza immanente, rivelarsi ad altri uomini o altri popoli in forme differenti, altrettanto efficaci.
   «La Verità è una sola: i saggi la chiamano con vari nomi. Vi è un solo Dio, una sola Verità assoluta e una sola Esistenza. Le genti di differenti paesi adorano Dio sotto vari nomi e diverse forme. Ognuno di questi nomi e forme è una faccia dell’Infinito, ed è uno con l’Infinito» (Srimad Bhagavatam IV). «Un giorno, una contadina siciliana, moglie di un fattore presso il quale lavoravo come vendemmiatore, vedendo che digiunavo ogni sera, mi disse: “Ho capito,  Giuseppe, questo è il tuo modo di pregare… Ma, quale Dio preghi?”. Le risposi: “Ce n’è più d’Uno?”. Ella assentì, e i suoi occhi si illuminarono di comprensione» (da Fame d’Oriente, in op. cit.).
   Sino a pochi secoli fa non avremmo potuto esternare le riflessioni contenute nel presente scritto; ora è possibile e ciò è un bene; peccato soltanto che l’illusione della modernità abbia reso quasi tutti sordi e non soltanto alle riflessioni metafisiche, il che non sarebbe gravissimo, ma anche – e ciò è davvero drammatico – all’orientamento sacrale e religioso.
  

11/05/12

Il Filo Aureo

Giuseppe Gorlani, Il filo Aureo,
La Finestra Editrice,
prefazione di Giovanni Sessa.

 di Aldo La Fata
Il presente volume si propone come una raccolta di saggi su alcuni temi centrali del pensiero speculativo dell’India e dell’Asia. L’intento è quello di offrire, per alcuni versi, un’introduzione tematica alla  “metafisica eterna”. Nello stesso tempo, però, si vuole indicare un percorso intellettuale,  esistenziale e realizzativo, praticabile in questa oscura Età del Ferro. Un “filo aureo” appunto, come il mitico filo dato da Arianna a Teseo perché potesse uscire dal labirinto. Nel caso specifico il labirinto dal quale l’Autore vuole aiutarci ad uscire (ma è un invito che il Nostro rivolge costantemente anche a se stesso) è quello intricatissimo della nostra mente. Operazione che richiede un impegno continuo di tutta la propria persona e l’esercizio spirituale del discernimento o discriminazione (viveka in sanscrito).
Gli argomenti che vengono presi in esame coprono diversi quadri prospettici, tutti di grande importanza: dalle vie metafisico-realizzative, ai fondamenti della vita comunitaria; dalla posizione dell’uomo nel Cosmo e nella Natura al vegetarianesimo; dalla dialettica degli opposti (Arché-Anarché) secondo il Vedanta alle prospettive sulla metempsicosi o reincarnazione.
L’idea madre che ha spinto Gorlani alla pubblicazione di questa raccolta è principalmente sapienziale.  Si tratta qui di quella sapienza soprannaturale, di origine non umana, ultraconfessionale e per ciò stesso universale che sta al cuore di tutti i sentieri spirituali autentici e di tutte le tradizioni religiose d’Oriente e d’Occidente. Una verità questa intuita dai saggi e dai santi di tutte le epoche, ma che si cominciò a formalizzare concettualmente solo a partire dal Rinascimento soprattutto per merito dei sapienti-eruditi Marsilio Ficino e Pico della Mirandola (ma già cinquecento anni prima l’eclettico maestro hindu Abhinavagupta, alla cui saggezza e insegnamenti Gorlani attinge copiosamente,  aveva invocato l’unificazione di tutte le tradizioni religiose e filosofiche). Ad Agostino Steuco, canonico lateranense nato a Gubbio nel 1497, si deve invece il conio della definizione, invero piuttosto calzante, di Philosophia Perennis. Nel Novecento gli eredi di questa “idea unitaria di verità” furono gli esponenti del cosiddetto “pensiero tradizionale”, in primis il francese René Guénon che di questa corrente fu il caposcuola e poi gli altrettanto autorevoli Ananda Coomaraswamy e Frithiof Schuon (ma si potrebbero fare molti altri nomi tra cui anche quello del non meno affidabile Toshihiko Izutsu). Gorlani dedica un notevole saggio critico di questa sua raccolta al filosofo di origini siciliana Julius Evola che, nonostante le non irrilevanti ambivalenze e contraddizioni del pensiero, si deve riconoscere come il massimo rappresentante italiano della “prospettiva tradizionale”. Il saggio in questione è intitolato “Julius Evola e la Tradizione del Sanātana-dharma”. Non sono né poche né irrilevanti le interpretazioni arbitrarie di Evola sulle dottrine hindu, anche se occorre dire a sua parziale discolpa che molti orientalisti coevi ne scrivevano e ne dicevano a tale riguardo di ben peggiori.
Tra gli autori di riferimento di Gorlani ci sono anche alcuni importanti orientalisti che, in un modo o nell’altro, risultano fortemente influenzati dal tradizionalismo di marca guénoniana, tra i quali spiccano Alain Daniélou, Pio Filippani Ronconi, Raniero Gnoli, Mario Piantelli e l’advaitin di origine umbra(?) Raffaele Lacquaniti. Quest’ultimo, più noto ai suoi estimatori ed allievi con il nome simbolico e collettivo di Raphael.  Tra i saggi e i maestri contemporanei più apprezzati sicuramente Sri Ramana Maharshi (1879-1950), l’ultimo riconosciuto interprete vivente dell’Advaita Vedānta. Tuttavia, la fonte principale alla quale Gorlani si ispira -oltre al già citato Abhinavagupta- è l’insegnamento shivaita-tantrico dei sadhu, asceti rigorosi delle foreste da lui personalmente incontrati durante una lunga permanenza in India e che sfocia nell’illuminazione al di là di dualità e non dualità.
Questo libro dalla prosa avvolgente e dai temi suggestivi di perenne attualità la cui lettura fortemente consigliamo, ci fornisce l’occasione per tornare su una questione per noi davvero importante e che su questo blog nel corso degli anni è stata trattata a vario titolo e con diversi esiti e che si può riassumere nella domanda: esiste una metafisica cristiana? A questa domanda hanno risposto affermativamente e con buoni argomenti Silvano Panunzio, Attilio Mordini, Paolo Virio, Lanza del Vasto, Giovanni Vannucci, Henri Stéphane, Jean Borella, François Chenique, Bruno Bérard, Alain Santacreu, per non citare che i più ferrati. Ma importanti contributi in tal senso sono venuti anche da religiosi come Raimundo Panikkar,  Henri Le Saux e Jules Monchanin. Gli è che quando si parla di metafisica di solito si pensa più all’Oriente che all’Occidente, non fosse altro che per il vertiginoso livello speculativo che in quelle terre e presso quelle popolazioni è stato raggiunto sia sul piano teorico che su quello realizzativo. Su questo bisognerà convenire senza titubanze. Il Vedanta può a tale proposito essere considerato come il fondamento comune di tutte le metafisiche e di tutte le saggezze, anche di quella cristiana. Non a caso Silvano Panunzio parlava di una scuola Vangelo-Vedanta (anche se nel suo caso più nel segno di un Rāmānuja che di uno Śankara) e un Guido de Giorgio si orientava verso un cristianesimo advaita. La questione è naturalmente assai complessa e lungi da noi l’idea di volerla semplificare in poche battute. Chi vuole può approfondire leggendo le opere degli autori sopracitati (ma avvertiamo che una lettura superficiale non può bastare e che per inquadrare correttamente l’argomento sono necessarie letture ripetute e anni di meditazione).
Ci preme invece, a conclusione di questa nostra breve recensione, indicare con garbo almeno due punti critici del libro di Gorlani. Le Sue osservazioni sui  difetti e limiti storici e, diciamo così, “istituzionali” del cristianesimo -il dogmatismo, l’esclusivismo, la pretesa di supremazia, il monopolio della verità- non vengono bilanciate da altrettante osservazioni in positivo con il risultato di dare al lettore l’impressione ora di avversione, ora di indifferenza o disinteresse nei confronti di questa religione. Ciò non sembra deporre a favore di una discriminazione esercitata a fondo su questo soggetto che invece, a nostro avviso, non può essere trascurato o tralasciato quando si parla di “verità universale” in un contesto europeo. Infatti, il rischio di questa trascuratezza è di far ritenere ai lettori inutile o non necessario l’approfondimento del vitale patrimonio sapienziale della nostra religione e della sua ortoprassi. Insomma, non sembra saggio non interrogarsi sul cosa significhi per un occidentale rinunciare al cristianesimo o sul cosa comporti la sua sottovalutazione proprio da un punto di vista metafisico e realizzativo. Eppure si tratta di una questione capitale per chi ha veramente a cuore il destino soprannaturale dell’uomo.
Allo stesso modo, a proposito del capitolo conclusivo di questo libro intitolato “Riflessioni sull’Essere”, ci permettiamo di sollevare un forte dubbio sul fatto che tutto sia opinabile (e dunque “opinabile” sarebbero anche la religione, la fede e la stessa metafisica) e che “l’unica informazione indiscutibile che la nostra ragione e intelligenza può comunicarci è che l’Essere È, null’altro” (p. 199). Chiediamo a Gorlani: asserire questo non significa svilire, appannare e dissolvere la nozione stessa di verità? E se l’unica verità certa “è che l’Essere È”, che genere di verità custodirebbero le tradizioni religiose viventi? Che genere di verità custodirebbe, ad esempio, la Chiesa? I Cattolici non possono non essere sicuri della verità che professano. Insicuri possono esserlo solo riguardo alle proprie capacità di esserne degni interpreti ed esecutori.  

08/05/12

Addio al maestro Camilian Demetrescu: «Nuotate controcorrente verso la sorgente della Verità»

Si è spento domenica, a 87 anni, il pittore di origini rumene Camilian Demetrescu

di Mariapia Bruno

«Io, anche se non sono proprio un fiore, sto meglio del mondo in cui viviamo» mi ha scritto, ironico e saggio, il maestro rumeno Camilian Demetrescu in una mail che ci siamo scambiati la settimana scorsa nella quale mi allegava anche le immagini delle ultime opere concluse. Si è spento domenica nella sua casa a Gallese, a 87 anni. Una vita vissuta intensamente, da giovane pittore dell’Unione degli artisti di Romania a esule politico in Italia («dovetti fuggire nel mondo libero»), che rifiutava il paradosso del realismo socialista che imponeva di rappresentare la realtà solo secondo le indicazioni del partito, a grande maestro di opere dai forti contenuti spirituali. Ha disegnato fino all’ultimo regalandoci immagini eloquenti, reali e dirette dei giorni nostri. Pur non negando mai il suo sdegno verso l’imbruttimento della società attuale, nelle sue opere si avverte sempre un sottile e forte senso di speranza che è la luce della fede.
La sua ultima opera è il disegno “Le radici cristiane dell’Europa – I boscaioli di turno”.  A commento della sua creazione il maestro scrive: «Se dovessi raffigurare l’Europa cristiana di oggi in un disegno, farei un tronco d’albero gigante, con profonde radici nella terra, ma reciso seccamente al suolo, impietrito in una desolata cicatrice piatta e grigia, dalla quale spuntano ancora, miracolosamente, alberelli in fiore. Forse i nuovi boscaioli non sanno che le dodici stelle sulla bandiera che sventola oggi nel cielo dell’Europa “unita”, non rappresentano né gli stati fondatori, né le dodici costellazioni politiche del vecchio continente, ma semplicemente – come ha confessato l’ideatore stesso di questo simbolo – le dodici stelle della Vergine Maria, descritte nell’Apocalisse di Giovanni di Patmos (12 – 1) : “Nel cielo apparve un segno grandioso, una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (…). Abbiamo faticato per secoli a tagliare quel maestoso albero. La scure della nostra civiltà si è abbattuta contro la quercia della Grande Tradizione, ma la linfa vitale continua a salire, le nuove generazioni stanno riscoprendo le sue radici».
È forse una sorta di testamento questo disegno semplice e chiaro, il cui significato è nascosto nella metafora che il pittore stesso ha voluto cosi raccontare: «Ricordo la parabola medievale dei pesciolini della Senna. Il fiume attraversa la città di Parigi da est a ovest. Nelle sue acque vivono due specie di pesci: i pesciolini magri che si danno un gran da fare nuotando controcorrente, verso la luce del sol levante, verso la sorgente, e i pesci grassi, sonnolenti, che si lasciano portare dal fiume verso le tenebre del ponente. Mi rivolgo a coloro che sono consapevoli della deriva del mondo di oggi. Se sentite i colpi della scure che si abbatte senza sosta sul tronco del Grande Albero, anche voi potete nuotare controcorrente con tutte le vostre forze, verso la sorgente della Verità». Lo ringraziamo per questo regalo.


07/05/12

L'amico e maestro Camilian Demetrescu ci ha lasciati:requiescat in pace

PERCHE' MI CHIEDI DOVE VADO. 
IO RESTO QUI.  
E' LA MIA META CHE CAMMINA VERSO DI ME. 
VEDI IL CIELO ?
IN OGNI ISTANTE MI SI AVVICINA PERCHE' LO CERCO DA SEMPRE.
RITORNERA' DA ME, ED IO VIVRO' NEL SUO REGNO. 

da "Impossibile Paradiso" di Camilian Demetrescu

04/05/12

Echi e commenti: Potere sacerdotale e potere regale

Cristo re e sacerdote

Potere sacerdotale e potere regale

     Le riflessioni che seguono traggono spunto dalla lettura di un articolo di don Curzio Nitoglia e da un’accurata chiosa ad esso del dantista Alessandro Scali. Riassumiamo sinteticamente gli interrogativi che emergono dai due scritti: i poteri sacerdotale e regale sono in rapporto gerarchico l’uno con l’altro, ovvero il secondo deriva dal primo, oppure sono distinti e attingono separatamente autorità e carisma da Dio? E ancora, ammessane la distinzione, che cosa significa che il secondo è “subordinato” al primo? Stabilire quale sia il giusto rapporto tra i due poteri è una vexata quaestio che le varie tradizioni religiose hanno affrontato in modo diverso, pur all’interno di una convergenza di fondo.
   A onor del vero, secondo chi scrive si dovrebbe parlare di tre poteri: spirituale, sacerdotale e temporale. Sarebbe opportuno, infatti, distinguere tra metafisica, alla quale possono accedere soltanto i mistici e i saggi,  e ontologia, alla quale si riferisce il secondo potere: identificare sic et simpliciter il potere spirituale e quello sacerdotale può dar adito a gravi fraintendimenti. Per aderire al tema in oggetto, favorendone la comprensione, ci si atterrà comunque all’impostazione binaria.
   Va rilevato innanzitutto come la Creazione o il Manifesto, per dirla all’orientale, ubbidisca necessariamente alla legge gerarchica, secondo la quale l’importanza dei vari princìpi è determinata dalla loro maggiore o minore riflessione-consapevolezza dello Spirito. In codesta visione tradizionale, pur essendo riconosciuta l’onnipervadenza del Principio e l’unificazione dei poteri in Cristo, si ritiene che il superiore contenga l’inferiore, non viceversa. Ciò spiegherebbe, tra l’altro, l’imprescindibilità della Grazia: l’inferiore non può realizzare il superiore, ma ha la facoltà di purificarsi, svuotarsi, rendersi degno, affinché il secondo, l’Oro trascendente, riassuma in Sé l’Oro immanente messo a nudo per mezzo del deneget seipsum evangelico.
   La difficoltà più ardua nel collocare ordinatamente i vari princìpi riguarda i primi due. Nota Scali nel suo scritto: «Insomma, che questo mondo sia nel segno della dualità (il fondamento biblico è in Adamo ed Eva: v. Filone Alessandrino. De opif. Mundi) non dovrebbe sorprendere nessuno». Ciò è senz’altro vero: tutto è duale sub sole, ma appare altrettanto evidente come l’uomo, pressoché universalmente, abbia sempre riconosciuto una gerarchia in qualsiasi dualità, a cominciare da quella principiale. Se la dualità fosse irrimediabile, in che modo ci si potrebbe reintegrare nell’Unità?
   Facciamo alcuni esempi: nella Bibbia, Eva, il femminile, discende da Adamo; la luna, secondo la Prashna Upanishad, discende dal sole, il quale a sua volta discende dal Brahman; nel darshana ortodosso del Samkhya si ha realizzazione del Bene allorché il Purusha si distacca dalla Prakriti (l’energia indifferenziata) per reimmergesi nella sua completezza.
   Sembra fare eccezione il taoismo antico che nel Tao Te Ching (42) recita: «Il Tao produsse l’uno / l’uno produsse il due / il due produsse il tre / ed il tre dette vita a tutti gli esseri». Sebbene il due, costituito dallo yang e dallo yin, venga in teoria interpretato come una coppia di opposti complementari, nella realtà poi si propende sottilmente per uno yang temperato dallo yin, ossia vicino al punto di equilibrio: la maggior parte delle malattie sono di natura yin. Lo stesso potrebbe dirsi riguardo alle coppie di opposti bene-male o luce-ombra, in cui il primo termine prevale sul secondo.
   La necessità di operare distinzioni gerachiche all’interno della dualità si esprime persino nel rapporto orizzontale destra-sinistra; qui abbiamo puntualmente il prevalere del destrismo: la destra è la mano pura ed è associata al sole, al maschile, la sinistra è quella impura ed è associata alla luna, al femminile (cfr. Silvio Curletto, La norma e il suo rovescio, Ge 1990).
   Un’altra dualità fondamentale è Immanifesto e Manifesto, Brahman nirguna e Brahman saguna, Deus absconditus e Deus revelatus. Secondo il darshana Vedanta, solo il primo è assolutamente reale, mentre invece per lo Shivaismo del Kashmir (detto Trika, poiché fondato su tre princìpi) il Manifesto non sarebbe apparenza o illusoria sovrapposizione, bensì libera azione creativa di Dio. Tuttavia, anche in quest’ultima Scuola, che per alcuni versi si avvicina all’insegnamento Cristiano, il fenomenico, pur non venendo rifiutato ma anzi valutato quale gioiosa vibrazione connaturata a Shiva, va vissuto senza immedesimarvisi ciecamente, pena il fallire la mèta del risveglio Non-duale.
   Se dunque non ci si può sottrarre ad una valutazione scalare della dualità, ne deriverà che anche tra potere sacerdotale e potere temporale – o, se vogliamo, tra il “dare a Dio” e il “dare a Cesare” – si dovrà operare una distinzione gerarchica, in cui al potere incentrato sull’attenzione all’Immutabile si attribuirà il primato rispetto al potere-giustizia inerente il transeunte. L’esperienza insegna come il “dare a Cesare” entri spesso in contrasto con il “dare a Dio” e come ciò accada nei casi in cui Cesare si sottragga all’influenza divina, negando la supremazia sacerdotale. Ovviamente, in una società fondata sulla Norma, la superiorità di un principio sull’altro non potrà mai significare che l’inferiore dev’essere disprezzato o violentato, bensì innanzitutto accettato ed indi aiutato, ispirato ad elevarsi alla Verità ultima.
   In riferimento al rapporto tra il potere imperiale e quello sacerdotale, Scali usa giustamente il termine “subordinato”. Egli sostiene altresì che sarebbe assurdo se i re in spiritualibus non facessero riferimento al Papa. Subordinato vuol dire “dipendente, di ordine inferiore, secondario” e, nel linguaggio matematico, indica un sottoinsieme contenuto in un insieme più grande della stessa natura. A questo punto, però, che il potere politico possa essere subordinato e, nello stesso tempo, distinto o addirittura autonomo, tanto da attingere direttamente il proprio charisma dal Principio, diventa contraddizione incomprensibile.
   Certo, secondo la dottrina giovannea si ritiene «che la deificazione dell’uomo non esiga la rinuncia a essere tale, ma al contrario, porta al culmine il processo della sua umanizzazione [...] Non c’è nell’uomo dualismo fra l’umano e il divino: il divino è il culmine della sua umanità» (Dizionario teologico del Vangelo di Giovanni, Assisi 1982), tuttavia, nel Vangelo secondo Matteo (6. 19-21), Gesù afferma: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove il tarlo e la ruggine logorano e i ladri scassinano e rubano. Accumulate invece tesori nel cielo [...] Infatti, dov’è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore». E poco più avanti (6. 24): «Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e trascurerà l’altro: non potete servire a Dio e a Mammona». Il che equivale a dire, tra l’altro, che il “cuore” dell’uomo è radicato nel sovrasensibile, pur non negando l’umano. Adombrando la “dimensione” metafisica, alla quale si era accennato all’inizio del presente scritto, e sottolineandone la preminenza, Marco Vannini, nella sua opera La religione della ragione (Mi 2007), scrive: «[...] bisogna intendere per cristianesimo l’evangelico abnegare semetispum: rinuncia a se stessi, al proprio volere; fede non in quanto adesione a dottrine, ma in quanto affidamento a Dio soltanto, fino a diventare con Lui uno spirito, un unico Uno».  
    Come si era già in precedenza evidenziato, l’onnipervadenza di Dio, o, in termini Cristiani, la sua incarnazione nell’uomo, non va intesa come limitazione o menomazione della sua trascendenza: il Mistero rimane intatto, inaccessibile alla mente duale. Non troviamo perciò alcuna legittima giustificazione all’annullamento dell’ordine scalare dei princìpi. Che Gesù sia re può significare semplicemente che è tutto, sacerdote, falegname, lebbroso, e oltre tutto. Solo il mistico o, in ottica Hindu, il sannyasin, l’asceta che ha rinunciato a qualsiasi identificazione, possono attingere direttamente al divino, scavalcando qualsiasi intermediario e gerarchia. Ma tale condizione non è certo quella in cui si trova il potere temporale, il cui dharma consiste proprio nel tutelare l’ordine e la giustizia nelle relazioni tra gli uomini e tra questi e la natura, mantenendoli focalizzati sul Centro, ovvero sul Sacro: il fine ultimo ed universale.
   All’ordine sacerdotale, detentore del potere ontologico, competerà invece la custodia dell’accesso al Centro; dal che si deduce come sia impensabile raggiungere la mèta – almeno per chi segua la via progressiva dei Padri (Pitriyana) – senza passare attraverso la sua approvazione. L’auctoritas di cui la casta sacerdotale è investita non va però interpretata come facoltà di imporre brutalmente agli uomini verità spirituali. Queste non possono per loro natura essere subite passivamente, bensì accettate dalla ragione e intuite o comprese con l’Intelligenza del Cuore (la buddhi) prima di essere praticate volontariamente. Perciò, mentre al sacerdote spetterà di custodire la validità della dottrina, ispirando e persuadendo con l’esempio, al re competerà emanare e far rispettare all’uomo decaduto dell’Era Oscura (incapace ormai di essere il re di se stesso) alcune leggi fondamentali; beninteso tale giustizia dovrà conformarsi alla realizzazione del Bene e non ostacolarla. In simile chiave troviamo assai appropriato che Dante assegni all’uomo due fini: l’uno legato alla sua anima immortale e l’altro legato alla sua individualità o personalità incarnata. Essi potrebbero corrispondere al Dharma universale della reintegrazione nel Divino e allo svadharma inerente alla natura propria dell’ente, il cui compimento prelude alla realizzazione del fine ultimo.
   A proposito della dialettica tra i due poteri, ci sembra opportuno rammentare il grande pensatore Julius Evola, il quale osò proclamare la pari dignità tra la Via dell’Azione e la Conoscenza. Stimiamo profondamente Evola e il suo lavoro di riproposizione della visione tradizionale, ma crediamo che su questo tema egli abbia manifestato una sorta di cedimento dovuto al suo “attaccamento” alla casta cui apparteneva. Dal punto di vista del Sanatana-dharma vi sono due tipi di azione: quella sacrificale, purificatrice, il cui compito non consiste nel conoscere direttamente, per identità (la qual cosa sarebbe impossibile dato che l’Assoluto non è “oggetto” o “mèta” raggiungibile dall’io-mente), ma nel togliere il superfluo e nell’indurre l’ente al silenzio attraverso l’espletamento del proprio dovere personale, affinché emerga la Verità in Sé, eternamente presente; e quella spontanea, libera, non sempre comprensibile dalla ragione, di cui gode l’illuminato o il santo, nella quale si riflette, per quanto umanamente possibile, il libero creare, vibrare od emanare del divino.
   Sintetizzando, la Via dell’Azione è propedeutica alla Conoscenza, ma di quest’ultima, in virtù del suo porsi al di là di qualsiasi dualità o acquisizione dicibile, non si può dire che costituisca una “via”. Lo ribadiamo, la Conoscenza non riguarda necessariamente nemmeno il sacerdote: questi, occupandosi di teologia e di riti, la addita soltanto e rimane nella sfera dell’azione, sia pur sottilissima.     
   Interessante è notare come il sovvertimento del giusto rapporto tra i poteri abbia segnato l’inizio del Kali-yuga. Nell’epopea del Mahabharata viene ritratto uno scontro tra due grandi dinastie di kshatriya, una legittima, i Pandava, e l’altra illegittima, i Kaurava; la prima sceglie di affidarsi alla guida divina di Krishna, la seconda vi preferisce una vasta armata e rimarrà sconfitta. Più tardi, rispetto ai tempi pre-storici ritratti nel Mahabharata, (collocati dalla tradizione all’incirca nel 3000 a.C.), abbiamo un altro moto di sovversione della Norma coincidente col dilagare del Buddhismo, che induce gli kshatriya a rifiutare la supremazia dei brahmana e ad abbandonare le qualità proprie ai guerrieri, improntate ad un agire distaccato dai frutti, per assumere i valori degli asceti rinunciatari. Ciò aggraverà ulteriormente la decadenza generale della società e, in particolare, dello status tradizionale dei prìncipi. Non a caso il primo impero storico dell’India venne creato dall’usurpatore Mahapadma Nanda, sovrano di bassa casta.
   La sovversione della Norma-Dharma e del giusto rapporto gerarchico tra le varie funzioni ordinanti la società è quindi proseguita con l’avanzare della Storia sino allo sfascio e alla confusione, considerati “emancipazione dall’oscurantismo” e segni di “evoluzione”, dei nostri giorni. Naturalmente a tali condizioni degenerate non si sarebbe giunti se alla casta sacerdotale e a quella politica fossero sempre corrisposti poteri autentici; purtroppo nell’Era Oscura gli incapaci e i corrotti assumono sin troppo spesso le massime cariche, interpretandole quali privilegi invece che come responsabilità e servizio, e i meritevoli di fiducia vengono ignorati o addirittura perseguitati.
   Tornando al nesso tra potere sacerdotale e potere regale, non sembra che vi possano essere dubbi nel riconoscere, almeno in linea di principio, come il secondo debba sottomettersi al primo, attingendovi ispirazione, approvazione e guida. D’altro canto, ripugna pensare ad una auctoritas spirituale e sacerdotale che non sappia distaccarsi da istanze coercitive e che, fraintendendo o dimenticando l’essenza che la anima, usi la violenza per coartare gli uomini nell’alveo dell’ortodossia, ovvero del corretto orientamento. Le uniche azioni plausibili da parte degli uomini che si votano allo Spirito, il quale ha dotato l’ánthropos di libero arbitrio, conferendogli un alto valore, parrebbero pertanto non superare gli ambiti dell’esempio e della persuasione.
   A causa della confusione alla quale si accennava poc’anzi, oggi risulta assai difficile stabilire dove finisca il potere sacerdotale e cominci quello regale. Concludiamo quindi con una riflessione di Giovanni M. Tateo, tratta dalla sua recensione all’importante volumetto di Frithiof Schuon Considerazioni sull’opera di René Guénon: «Sia detto subito, prima di entrare nel merito, che discernere effettivamente quale sia la posizione dottrinale più corretta su questioni di grande delicatezza e importanza, richiede certamente non solo delle qualificazioni personali e delle competenze notevoli, ma anche, o soprattutto, una grazia ed una illuminazione che solo la divina Misericordia possono concedere».

Giuseppe Gorlani