20/01/26

E' uscita la tanto attesa traduzione di "Metapolitica" di Juan Caramuel Lobkowitz

Juan Caramuel Lobkowitz, Metapolítica. Edición bilingüe latín–español a cargo de José Manuel Díaz Martín. Edition Reichenberger, Europäische Profile 74. Con la pubblicazione della Metapolítica di Juan Caramuel Lobkowitz (1606–1682), l’editoria europea restituisce finalmente alla storia del pensiero politico uno dei suoi testi più audaci, complessi e ingiustamente dimenticati. Scritta in latino intorno al 1649, quest’opera rappresenta senza dubbio la più originale e radicale contribuzione della tradizione ispanica alla filosofia politica dell’età moderna. Contemporanea del Leviatano di Thomas Hobbes, la Metapolítica si colloca sul medesimo crinale storico ma procede in direzione opposta. Là dove Hobbes inaugura la costruzione moderna del potere politico come artificio autosufficiente e immanente, Caramuel elabora una vera e propria metafisica della politica, fondata su categorie ontologiche, antropologiche e teologiche che precedono e superano la dimensione puramente giuridica dello Stato. Il termine stesso di metapolitica non indica qui un livello ideologico ulteriore, ma una scienza superiore della res publica, capace di considerare la comunità politica non come meccanismo, bensì come corpus mysticum, organismo morale dotato di forma, anima, sostanza, unità e fine. Il lessico aristotelico-tomista viene assunto da Caramuel con estrema libertà speculativa, fino a generare una costruzione sorprendentemente moderna nella sua struttura e insieme radicalmente premoderna nel suo orientamento spirituale. L’opera si sviluppa secondo una rigorosa architettura scolastica in disputationes e articuli, affrontando temi che spaziano dalla verità politica alla verità sacramentale e testimoniale; dalla sostanza della repubblica alla sua forma morale e giuridica; dalla natura del popolo e del principe alla questione dell’unità, della continuità e del numero politico; dalla teoria della unione politica alla dottrina del corpo mistico, fino ai problemi più prfondi del rapporto tra anima, volontà, intelletto, memoria e autorità. Ne emerge una visione organica del politico come ordine partecipato, dove l’autorità non è mai mera forza, ma forma; non dominio, ma principio; non arbitrio, ma analogia dell’ordine superiore. In questo senso, la Metapolítica costituisce uno dei tentativi più alti di pensare la politica oltre Westfalia, prima che la modernità ne sigillasse definitivamente l’orizzonte trascendente. Proprio questa radicale distanza dalla nascente razionalità statuale spiega il destino di silenzio che ha accompagnato il te-sto per oltre tre secoli. L’opera, critica nei confronti della strategia politico-religiosa del Papato e della Monarchia cattolica nel contesto westfaliano, non trovò spazio né nella scolastica tarda né nella filosofia politica moderna, rimanendo confinata in un unico manoscritto. Il merito di aver restituito questo capolavoro alla comunità scientifica spetta oggi a José Manuel Díaz Martín, che ne ha curato con rigore filologico la trascrizione, la traduzione spagnola e l’apparato di note, precedute da un ampio studio intro-duttivo che colloca Caramuel nel cuore delle grandi controversie del Seicento europeo. Ma questa edizione non avrebbe visto la luce senza una rete di studiosi e mediatori culturali che ne hanno sostenuto la ri-scoperta. Tra questi vanno esplicitamente ricordati Gustavo Bueno Sánchez, Alberto Buela, Jacek Bartyzel e il sottoscritto. Non è un caso che il progetto editoriale abbia preso forma proprio all’interno di quel rinnovato interesse per la metapolitica come disciplina del senso e non come ideologia del potere, di cui Il Corriere metapolitico è da anni una delle voci più autorevoli. La Metapolítica di Caramuel appare così, oggi più che mai, come un’opera necessaria. Non un documento erudito per specialisti, ma un vero laboratorio teorico per chi intenda comprendere le radici profonde della crisi moderna del politico. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle categorie statuali, dalla dissoluzione dell’autorità e dalla riduzione della politica a tecnica amministrativa, il pensiero caramueliano costringe a riaprire la domanda fondamentale: che cos’è una comunità politica, e su quale fondamento ultimo può ancora sussistere? Questo volume rappresenta dunque non soltanto una restituzione filologica, ma un evento intellettuale di primo piano. Un libro destinato a diventare punto di riferimento per gli studi sul pensiero politico barocco, sulla teologia politica cattolica e sulla genealogia europea della metapolitica intesa nel suo senso più alto e originario. A.L.F.

04/01/26

La metafisica del simbolo nell'opera di Jean Borella

La métaphysique du symbole dans l’œuvre de Jean Borella di Thomas Zimmermann si presenta come uno studio di grande ampiezza speculativa e di notevole rigore, volto a ricostruire in modo coerente e sistematico la metafisica del simbolo nel pensiero di Jean Borella, affrontando uno dei nodi più delicati della filosofia contemporanea ovvero la possibilità stessa di una realtà oggettiva del senso contro le riduzioni moderne di tipo razionalistico, semiologico o soggettivistico. L’opera si colloca consapevolmente sullo sfondo della crisi moderna della conoscenza, segnata dalla desacralizzazione del cosmo, del linguaggio e delle forme tradizionali del sapere, e individua nella questione del simbolo il luogo decisivo in cui si gioca la sopravvivenza di una conoscenza autenticamente metafisica. Il simbolo non è mai trattato come un semplice artificio culturale o come una proiezione dell’interiorità, ma come una modalità reale di partecipazione al vero, fondata su un ordine ontologico che rinvia all’atto creatore divino e alla struttura analogica dell’essere. In questo quadro emerge con chiarezza il dialogo critico di Borella con il perennialismo novecentesco e in particolare con la figura di René Guénon, dialogo che Zimmermann ricostruisce con precisione mostrando come l’assunzione di alcune categorie guénoniane non conduca mai a una loro accettazione integrale, soprattutto là dove esse tendono a relativizzare l’unicità dell’evento cristico o a separare la dimensione simbolica dall’economia concreta della Rivelazione. Il simbolo viene così sottratto tanto alla riduzione semiologica quanto alla dissoluzione idealistica, per essere restituito alla sua funzione propria di presentificazione del reale e di veicolo oggettivo del senso, capace di fondare una conoscenza che non si esaurisce né nel concetto né nell’esperienza sensibile. Particolarmente significativa risulta la riflessione sull’origine adamica del simbolismo e sulla cultura intesa come pedagogia ferita dalla Caduta, incapace di condurre a Dio senza il soccorso della Rivelazione, tema che consente a Zimmermann di mettere in luce una linea di demarcazione netta tra la posizione borelliana e le letture più ottimistiche della tradizione simbolica universale. Il cristianesimo appare allora non come una religione simbolica tra le altre, ma come il luogo in cui il simbolo trova il suo compimento ontologico nel Cristo, inteso come simbolo perfetto e referente intelligibile ultimo di ogni metafisica, mentre l’analogia diviene il criterio che permette di affermare l’unicità reale del cristianesimo senza negare la presenza di verità parziali nelle altre tradizioni religiose. La liturgia e i sacramenti assumono in questa prospettiva un ruolo decisivo, poiché mostrano l’efficacia reale del simbolo sul piano antropologico e soprannaturale, sottraendolo definitivamente a ogni concezione puramente estetica o allusiva. L’itinerario si conclude con una definizione rigorosa della gnosi cristiana intesa non come privilegio elitario né come sapere eterodosso, ma come trasfigurazione dell’intelletto resa accessibile a tutti attraverso la fede, nella quale il simbolo non viene superato ma interiorizzato e portato alla sua pienezza. Nel suo insieme il lavoro di Zimmermann si impone come un contributo di primo piano agli studi borelliani e più in generale alla riflessione contemporanea sul simbolo, distinguendosi per chiarezza argomentativa, fedeltà interpretativa e capacità di mostrare come la posta in gioco della metafisica del simbolo sia inseparabile dalla questione della verità, della Rivelazione e del destino stesso della conoscenza nell’età moderna. (Aldo La Fata)