25/02/17

René Guénon prêt-à-porter







            Il caro amico Alain Santacreu ci segnala dal suo sito CONTRELITTÉRATURE, l’interessante recensione dedicata a un numero speciale del periodico francese “Vers la Tradition”, dedicato ai rapporti tra l’opera di René Guénon e il cosiddetto “terrorismo islamista”. La rivista, fondata dal compianto Roland Goffin, ha affidato lo scottante argomento alle cure di Jean-Louis Gabin, autore di cui qui sul “Corriere metapolitico” abbiamo già avuto modo di parlare in passato (1).

            Secondo Gabin, i guénoniani convertiti all'Islam, compresi i “sufi” di nazionalità francese, pur di dimostrare la legittimità dottrinale dell’espansionismo islamico avrebbero impugnato l’opera di René Guénon distorcendone il significato. Come? Sostenendo la tesi, ovviamente funzionale al successo mondiale dell’Islam, di una sua provvidenziale capacità di assimilare a sé tutte le altre religioni tradizionali.

            Nel saggio "I Misteri della lettera Nûn", Guénon spiegava che “il compimento del ciclo, quale noi l’abbiamo considerato, deve avere una certa correlazione, nell’ordine storico, con l’incontro delle due forme tradizionali che corrispondono al suo inizio e alla sua fine, e che hanno rispettivamente come lingue sacre il sanscrito e l’arabo: la tradizione hindù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione Primordiale, e la tradizione islamica, in quanto ‘sigillo della Profezia’ e, di conseguenza, forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale” (Simboli della Scienza Sacra, Ed. Adelphi, Milano 1978). Secondo Gabin queste parole di Guénon sarebbero state fraintese deliberatamente in particolare da Michel Vâlsan che cercò di far passare una loro lettura in chiave escatologica. Nel suo "Il Triangolo dell'androgino e il monosillabo Om" (2), Vâlsan formula l’idea che alla fine dell’attuale Ciclo, hinduismo e cristianesimo saranno riassorbiti dall’Islam. Orbene, una simile ipotesi secondo Gabin, si configura come un tradimento dell’idea di “unità trascendente delle religioni” di Guénon e cerca di far passare il suo pensiero come una forma di esclusivismo religioso essoterico che in verità gli fu del tutto estraneo.
La prova o “canna fumante”, la troviamo nell’imponente corrispondenza di Guénon dove il nostro mostra di avere una totale indipendenza intellettuale nei confronti dell’Islam. In particolare, Gabin cita lo stralcio di una lettera di Guénon all’amico Louis Caudron d'Amiens, del 27 giugno 1936: «La restauration initiatique en mode occidental me paraît bien improbable, et même de plus en plus comme vous le dites ; au fond, du reste, je n’y ai jamais beaucoup compté, mais naturellement je ne pouvais trop le montrer dans mes livres, ne serait-ce que pour ne pas sembler écarter a priori la possibilité la plus favorable”.
Purtroppo, fa giustamente notare Santacreu, Gabin omette di riportare il passaggio successivo della medesima lettera, dove Guénon aggiungeva: “Pour y suppléer, il n'y a pas d'autre moyen que de recourir à une autre forme traditionnelle, et la forme islamique est la seule qui se prête à faire quelque chose en Europe même, ce qui réduit les difficultés au minimum.»
Insomma, a quanto pare siamo alle solite: tutti o quasi gli “interpreti” di Guénon hanno il vizietto di strapazzarne le idee, approvandole o disapprovandole non in base al loro reale contenuto, ma sulla base di una troppo sovente superficiale e approssimativa lettura. Senza escludere le omissioni interessate di cui anche Gabin è responsabile. 

(2) Michel Vâlsan, «Le Triangle de l’Androgyne et le monosyllabe "Om"» , Études Traditionnelles, 1964-65 ; ripreso in «L’Islam et la fonction de René Guénon», Éditions de l’Œuvre, 1984, pp. 126-144. 

17 commenti:

  1. Quelli ai quali si accenna appaiono ormai problemi superati. L'Islam, a quanto mi è dato capire, sembra rapidamente sgretolarsi e all'implosione su sé stesso segue l'esplosione esteriore. A giudicare da quello che è dato vedere,la casa reale dei Saud governa nella corruzione più totale il paese di riferimento di tutto l'Islam sunnita, mentre l'Iran si modernizza rapidamente tra evoluzioni tecnologiche e informatizzazione della società, cioè occidentalizzazione.Che viene considerata "il bene" al quale mirare. Il tutto mi pare allo sfascio rapido, tra follie multiculturali, guerre e manipolazioni mondialiste di marca nostrana. Così l'ultima forma dell'ortodossia tradizionale non assorbirà in sé nessun altra forma religiosa, impegnata come è a guardarsi dalla rozza violenza della "lettera che soffoca lo spirito".A prescindere poi dalla valutazione circa cosa è rimasto delle altre tradizioni religiose da inglobare o assimilare.
    Valsan, sulla linea di Schuon,ha adottato qualche limite interpretativo del perennialismo più che cedere a qualche "vizietto" da superficialità. Almeno così a me pare.
    In generale è chiaro che per i molti che vedono nel processo di mondializzazione un progresso, il tutto sarà passibile di altre interpretazioni.
    Per chiudere, visto che si parla di terrorismo islamista,credo che sia una paurosa deviazione propiziata occultamente dall'occidente,per ragioni che esteriormente appaiono come geo politiche, ma che in sé assumono un ruolo antitradizionale,inteso in senso "guénoniano".

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  2. Caro Arvo,
    l’argomento della notarella non riguarda che incidentalmente l’Islam. In realtà il tema è quello della libera interpretazione di Guénon e della sua opera. Tutti o quasi gli interpreti di Guénon non ce la fanno proprio ad attenersi al suo dettato, ma spesso lo manipolano in base ai loro scopi e interessi confessionali o ideologici. E’ la ragione per cui ad un certo punto è nata una “scolastica guénoniana” che ha provato a mettere le cose in chiaro, ma con un letteralismo che sovente ne soffocava lo spirito. Forse si dovrebbe ricominciare a leggere Guénon, ma accettandone anche le contraddizioni - che pure innegabilmente ci sono - e le impervie complessità del pensiero.
    Per quanto riguarda l’Islàm invece, a me pare che il problema sia ancora ben attuale. Il nostro amico Mark Sedgwick ha scritto su questo soggetto diversi libri di spessore accademico a cui sarebbe bene dare un’occhiata. Ricorderei qui i fondamentali: “Against the Modern World: Traditionalism and the Secret Intellectual History of the Twentieth Century”; “Al-Qaeda and the Nature of Religious Terrorism" Terrorism and Political Violence; “Saints and Sons: The Making and Remaking of the Rashidi Ahmadi Sufi Order, 1799-2000”; “Islam and Muslims: A Guide to Diverse Experience in a Modern World”; “Islamic Myths and Memories: Mediators of Globalization”; “Making European Muslims: Religious Socialization among Young Muslims in Scandinavia and Western Europe” e last but not least, “Western Sufism: From the Abbasids to the New Age. Mi risulta che il suo capolavoro “Against the Modern World”, sarà in capo a un paio d’anni tradotto anche in italiano.

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  3. Concordo pienamente con Aldo. Guénon è stato letto ed interpretato per troppo, lungo tempo come un blocco monolitico, estrapolando singoli momenti ed affermazioni della sua lunga e complessa opera. Invece bisogna accettare "le contraddizioni che pure innegabilmente ci sono", non per svalutarne così l'opera, ma perché il pernsiero non-dualistico (o "sferico", come lo chiamava Aurobindo), va ben oltre il principio di non-contraddizione...Per questo ritengo tra i migliori interpreti di Guénon i filosofi Georges Vallin e poi il nostro Giuseppe Cognetti che si è messo sulla sua scia...

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  4. Aldo, vorrei precisare qualcosa,visto che sulla grave crisi islamica non ho spiegato cosa intendo con "problema superato". Vero che c'è molto da dire e molto da capire dell'Islam attuale e se quei libri od articoli ai quali fate cenno fanno tanto da capitarmi a tiro...
    Tuttavia il tempo divora i tanti personaggi col suo incedere travolgente e trascina con sé molti protagonisti che sono già nel passato. Allora all' Islam contemporaneo non resta che trovare il modo di sopravvivere, mantenendo più che si può le proprie forme devozionali e le corrispondenti ritualità, piuttosto che trovare il modo di espandersi in occidente, magari a detrimento di altre forme religiose ormai svuotate della propria forza. A mio avviso, allora,il problema per il mondo mussulmano sarà quello di reggere l' urto energico causato dalla modernità che lo sta già seppellendo.
    Ciò che trovo superato è l' insieme dei problemi inerenti il contatto col cristianesimo.

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  5. Per quel che riguarda la parodia costituita dall' apparizione del califfo nero,oltre che una stupida pagliacciata creata dagli americani,a me pare quello che Guenon definirebbe un' azione della contro Tradizione,senza spingersi oltre nell' analisi. Ovviamente che ne sa di più è tenuto a farcelo sapere.

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  6. Ricordo di aver partecipato negli anni Ottanta come spettatore a un convegno il cui titolo suonava più o meno così: “Incontro tra Cristianesimo e Islamismo come soluzione alla crisi del mondo moderno”. Da allora ne è davvero passata molta di acqua sotto i ponti. La dimensione trascendente e il senso del sacro sono stati banditi come superstizioni infantili e il “punto di vista tradizionale” declassato a idea bislacca. Credo fosse ineluttabile e oggi nessuno di quegli uomini di buona volontà può, in coscienza, assumersi la responsabilità del disastro. Si è fatto quel che si è potuto in un clima di generale indifferenza, diffidenza e persino ostilità. L’ecumenismo di oggi poi, parla il linguaggio dell’umanesimo e non quello della “Tradizione” che non capisce e non intende più nessuno, persino, mi viene da dire, i suoi stessi cultori più seri e intransigenti che si limitano a ripetere il già detto da altri senza capacità di attualizzare o innovare linguaggi e contenuti. Ovviamente con qualche lodevole eccezione, come gli autori citati da Antonello.
    Tu dici che l’Islam deve reggere l’urto della modernità (o della post-modernità o, come dice Bauman, della “modernità liquida”). Il Giappone è stato forse uno dei pochi esempi storici di sintesi tra modernità e tradizione (se fosse riuscita, francamente non saprei dire, ma il tentativo c’è stato). Per certi aspetti, lo stesso Iran e su posizioni avanzatissime, come pure l’Arabia Saudita. Ma il problema io credo sia più politico e culturale. E’ la sub-cultura, l’ignoranza e la criptopolitica che ammazzano letteralmente le religioni e le tradizioni e che le mettono in crisi di fronte alla modernità e alla civiltà della tecnica. La modernità in sé è neutra (si polarizza quando sposa la razionalità occidentale). Quanto a un incontro tra cristianesimo e Islàm, mi pare che manchino gli interlocutori. Ieri ce n’era qualcuno, oggi non si vede un’anima.
    Sul Califfo nero concordo.

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  7. Modernità intesa come "categoria apriorica delle civiltà"; così spiegava Evola introducendo il suo "Rivolta contro il mondo moderno" che lessi più volte ormai molti anni fa.Dunque quale attualità senza Tradizione. In questo senso è ciò che indurrebbe anche il sottoscritto a dipingere il celebre "urlo" di Munch.
    Guénon scriveva che "ogni sua manifestazione è invariabilmente orientata nella stessa direzione". E' dotata come di un motore invisibile che spinge incessantemente per condurre fino in fondo il processo di eliminazione di ogni residuo tradizionale ed ogni riferimento alla dimensione superiore dell'Essere.Con una logica interna che passa completamente inosservata a chi non riconosce il termine complementare della dualità, cioé la Tradizione.Uno dei limiti a cui si tende è la creazione della cosidetta intelligenza artificiale ed una delle nuove frontiere è la creatura cibernetica, dove l'umano diviene intimamente interdipendente rispetto alla tecnologia informatica. E (sempre nel solco del delirio di alcuni tradizionalisti)la interconnessione planetaria, mentre crea il cambiamento incessante che è in atto dispensando i suoi effluvi nella forma delle emissioni elettromagnetiche, realizza simbolicamente la vera conoscenza degli inizi, ovviamente in maniera invertita. Insomma un "segno dei tempi", che quasi nessuno lègge come tale. Questo intendevo per modernità;dunque non tanto il fatto che il mio smatphone, nell'ultimo intervento è riuscito a modificare alla fine un paio di parole, cercando di farmi apparire semianalfabeta, quanto il fatto che errore o meno,siamo costretti a fare buon viso a cattivo gioco facendone uso.
    Per chiudere a Cristianesimo e Islam servirebbe una philosophia interculturale che non porti nocumento alle proprie forme e non il multiculturalismo straccione e nullificante al quale si cerca di sottoporli...temo con esiti favorevoli. Intendo favorevoli alla modernità.

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  8. Telegraficamente, credo che la religione cattolica sta affrontando una crisi senza precedenti. Se i laici, almeno qui in Italia, hanno sempre avuto un ruolo marginale rispetto alla trasmissione della fede - almeno fuori dal contesto familiare, oggi ci troviamo dinanzi a sacerdoti di ogni livello che di fronte a domande del ragazzo che dice 'Ma è vero che Dio si manifesta in tutte le religioni?', non sanno come rispondere.
    Ora a un sacerdote cosí secondo voi è piú utile leggersi Guenon o i fondamenti della dottrina cattolica?
    Scusate la franchezza ma l'episodio è reale e manifesta una crisi che attraversa la Chiesa a tutti i livelli, come immagino anche voi saprete leggendo i giornali. Quindi ai fini di una futura e proficua comparazione fra varie religioni credo occorra anzitutto sapere qual'è la specificità della nostra. Ad esempio io recupererei il tanto bistratto nozionismo per cui si mandavano a memoria le Opere di carità corporale e spirirtuale (anche questa riflessione nasce da un'esperienza vera). Per chiudere temo che poco cambi perseguire un'eventuale comparazione sotto la specie della Tradizione o dell'umanismo liberale.
    Buona giornata.

    Paolo C.

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  9. Caro Paolo,
    forse la cristianità dovrebbe riscoprire il gusto di essere minoranza (“piccolo gregge”) e non sentire più il bisogno di conquistare alla propria fede tutto l’universo mondo. Chi non vuole starci o non ne è convinto, se ne vada pure per la sua strada. Questo io sento e penso. L’enorme crisi di vocazioni, soprattutto nei paesi ad alto indice di scolarizzazione, è la dimostrazione palmare che non servono “risposte” teologiche che, tra l’altro, non soddisferebbero mai cervelli imbottiti di sciocchezze e di nozioni scientifiche mal digerite, ma esempi vivi, testimonianze di pratica cristiana e di autentica spiritualità. E’ il “senso del mistero” che bisogna recuperare, infondere e trasmettere e non la cultura identitaria che il più delle volte serve solo a creare equivoci e a farsi dei nemici. Medjugorje - che pure è un mostruoso falso - è l’evidente dimostrazione che l’uomo ha bisogno di “mistero” più che di risposte “dottrinali”. Da Padre Pio andavano tutti, credenti e non credenti, gente non istruita e gente colta, persino grandi peccatori e tutti indistintamente ricevevano e trovavano risposte alle loro pressanti domande. Anche la comparazione con le altre religioni diventa proficua se tiene conto della dimensione spirituale e metafisica dell’uomo. Questo non vuol dire naturalmente che la Dottrina debba essere marginalizzata o addirittura esclusa, tutto il contrario. Però si deve recuperarne principalmente la dimensione simbolica e spirituale, pena il trasformarla in una morale o comunque in una dottrina puerile di cui la filosofia ha già abbondantemente fatto giustizia. In questo senso la cosiddetta “cultura tradizionale” può dare il suo importante e significativo contributo.

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  10. Caro Aldo,
    ho messo l'enfasi su una crisi della Chiesa (e in generale di questo mondo) di cui voi stavate già parlando a cui ognuno può trovare le risposte che crede. Però mi pare che Gesù diceva "andate e predicate a tutte le genti" il che non significa adottare una prospettiva "cristianista" per usare la celebre espressione di Brague, ma anzi uscire dalla visione di cristianesimo identitario come lo chiami tu, per rientrare nella missione originale, quella cioè di salvare quante più anime. E' questo, al di là degli sforzi che ognuno può compiere e dei risultati che consegue, il compito a cui siamo chiamati noi cristiani. Lo stesso S. Padre Pio mi pare che dicesse che conquistare un'anima al Paradiso gli costasse una grande fatica fisica oltre che spirituale ed è esattamente questo che ha mosso tutti i santi della cristianità, a partire dal Cristo, cioè l'amore per il prossimo e per la salvezza della sua anima.
    Poi è chiaro che di fronte a S. Pio, che Panunzio chiamò l'idem Christus, noi non possiamo impallidire, però mi chiedo che senso ha essere cristiani se non si ha ben chiaro questo, cioè l'annuncio, nelle forme più adatte al contesto, della bellezza e della verità del Vangelo.
    Ma si parlava di crisi della Chiesa. Ecco, io di fronte a casi di ignoranza conclamata e a casi ancora più gravi tornerei all'ABC, che non vuol dire ripiegarsi nel vicolo cieco del tradizionalismo, ma riapprendere i rudimenti di dottrina che mi pare che frequentino in pochi, essendo ognuno alle proprie faccende affaccendato. Da ultimo dei cristiani auspico questo anche per me, che non posso certo aspirare a mostrare il "mistero" come faceva S. Pio, ma quantomeno a mostrare con le parole e gli insegnamenti dottrinali, la bellezza del cristianesimo.
    Conoscere l'ABC del cattolicesimo non è un esercizio di stile, ma serve a mostrare la Verità che, per rispondere virtualmente al ragazzo di cui sopra, si può conoscere solo conoscendo il Figlio.
    Sulla "cultura tradizionale", molto modestamente, credo che sperimentare la via guenoniana come ha fatto Panunzio poteva valere la pena ai suoi tempi, con un popolo cristiano nonostante tutto ancora unito e vicino alla Chiesa. Oggi sinceramente, vista la situazione generale, mi sembra un ritirarsi in uno studio specialistico e per pochi, che la maggior parte dei cristiani non conosce e non avvicinerebbe e che quindi rischia di diventare erudizione fine a sè stessa, tanto che tu stesso dici di non trovare testimoni di questa cultura in grado di dialogare col mondo islamico. Sempre ché uno non riesca a santificarsi, molto esotericamente, quasi come un Anarca spirituale. Direi un Tearca. Questa comunque non è la mia via, ma in fondo le Vie del Signore sono infinite.

    Paolo C.

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  11. Grazie davvero Paolo per le tue riflessioni. Prima una piccola sottigliezza semantica. Credo che i Vangeli dicano di “proclamare” o “annunciare” il Vangelo e non di “predicarlo” (brutta espressione quest’ultima, più protestantica che cattolica, anche se la versione della Bibbia di Gerusalemme targata CEI l’ha approvata e adottata). L’annuncio non presuppone la conversione universale o la conquista delle anime con qualche forzatura. Si tratta semplicemente di gettare il “seme”, senza alcuna garanzia di successo. Ciò non toglie che i cristiani non sentano il bisogno di condividere la loro “scoperta”, ma lasciando da parte la prevaricazione e la propaganda. Sono passati duemila anni, ma forse cominciamo a capirlo. Da qui l’esigenza di tornare minoranza, lasciando all’iniziativa di Dio il compito di conquistare le Anime ai Suoi imperscrutabili disegni e al Suo Regno.
    Non nego che si possano utilmente,, come dici tu, “riapprendere i rudimenti della dottrina” (ovviamente i fondamentali) e riappropriarsi del sempre valido Catechismo (ma quale però? Quello “semplificato” di S. Pio X o quello “complicato” redatto dopo il Vaticano II?), ma personalmente ritengo che più che affaticarsi sulle complessità spesso insormontabili della Dottrina (compito che lascerei volentieri ai chierici e agli addetti ai lavori, anche in senso specialistico) bisognerebbe forse tornare all’essenzialità del Vangelo (questo sì da leggere e rileggere continuamente, magari con l’ausilio di qualche commentario ad hoc) e alla pratica delle virtù cristiane. I ragazzi si persuadono con la bontà, l’esempio e l’idealità e non certo con i pesanti gravi della dottrina. Il tempo dello studio e dell’approfondimento, se viene, viene dopo. Questo non toglie che certi ragazzi più di altri abbiano bisogno subito di un approccio anche intellettuale, ma non credo si possa stabilire una regola generale valida per tutti.
    Circa la “cultura tradizionale”, credo che essa non abbia ancora smesso di dirci qualcosa. E anche se non restano che pochissimi a coltivarla e apprezzarla (i migliori sicuramente nel silenzio e nel nascondimento) i suoi frutti sono pregevoli e, a mio avviso, irrinunciabili. Basta non farne un percorso a senso unico o un fatto solo intellettualistico o peggio politico-ideologico. Poi, naturalmente, non tutti gli autori sono ugualmente validi e qualcuno è sicuramento migliore di altri. Ma tu queste cose le sai fin troppo bene.

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  12. Caro Aldo,
    quando parlo di tornare a conoscere la dottrina mi riferisco un pò a tutti, ma è ovvio che in primis devono essere i sacerdoti a conoscerla, e poi ovviamente anche chi opera nelle parrocchie come catechista o ha altri ruoli in cui in un modo o nell'altro si trova a dover rispondere a certe domande e a trasmettere o a confermare la fede. Chiaramente non si tratta di fare uno sfoggio nozionistico, ma di saperla comunicare bene nel linguaggio più adeguato, che può anche essere uno spettacolo teatrale. Consentimi una metafora calcistica. Quando ero un piccolo giocatore di calcio mi chiedevo a che servisse saper fare i palleggi (non ero bravissimo..). "Mica mi metto a fare palleggi da solo in mezzo al campo durante la partita!" pensavo. Però sbagliavo perché per fare il bel gesto atletico, il goal o il passaggio decisivo, occorre acquisire la tecnica con l'allenamento. Quella tecnica che unita a fantasia ed estro, lo spettatore apprezza in pochi secondi e che ha alle spalle giorni e settimane di allenamento. Credo che valga lo stesso con la fede. Se si è allenati sulla dottrina e sul catechismo, può anche darsi che nelle occasioni più impensate e nelle forme più nuove si possa mostrare la bellezza del Vangelo. Ma se non conosci l'ABC non puoi inventare niente di esaltante, bello o intelligente!
    Lo stesso discorso credo valga per la "cultura tradizionale". Mi pare che Panunzio sapesse a 14 anni il Vangelo di Giovanni a memoria. Probabilmente conosceva benissimo anche la dottrina, visto che quelle generazioni venivano tirate su con l'esercizio della memoria non solo nelle poesie, ma anche nelle nozioni dottrinali della chiesa cattolica. Ecco, quando intere generazioni conoscono l'ABC della Chiesa (il che non vuol dire essere buoni cristiani, sia chiaro), credo ci possa stare di sperimentare strade nuove e fare comparazioni con le altre religioni.
    Quando invece intere generazioni come quelle che tiriamo su oggi nemmeno sanno quali sono i sacramenti (domandina facile facile), credo sia più importante dedicarsi all'ABC e a conoscere e far conoscere la nostra religione anche perché altrimenti rimaniamo in quattro gatti a praticare il cattolicesimo, il che non mi pare sinceramente una bella prospettiva. In fondo credo sia l'uomo che deve operare qui sulla terra per trasmettere la bellezza del Vangelo, e non aspettarsi che sia Dio a fare il lavoro per noi!
    Ecco, spero di essermi spiegato meglio con questo commento.

    un caro saluto e una Buona Quaresima a tutti!
    Paolo C.

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  13. Finalmente uno che parla chiaro , in mezzo a a tanta confusione. Bisogna tornare alla semplicità del Vangelo , a volte è necessario un abbandono radicale di ogni ornamento e tornare all' essenziale. Ha ragione Paolo quando dice che non ha senso conoscere benissimo certi autori e poi ignorare l' ABC della tradizione cristiana. Se invece la cultura tradizionale è supportata da una robusta e profonda fede allora non può che fare del bene e aggiungere solo ricchezza e calore alla diffusione del Verbo. Armand

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  14. Caro Paolo,
    credo che tu ti sia spiegato benissimo. Sull’importanza della “memoria” nell’ambito di una religione tradizionale non possono esserci dubbi. Mircea Eliade disse una volta che la memoria è, addirittura, la chiave del Paradiso (su queste parole di Eliade che mi furono riferite dal compianto Camilian Demetrescu che lo conosceva personalmente ho riflettuto per anni e, in sincerità, non ho ancora smesso). C’è dunque un nesso strettissimo tra Memoria e Tradizione e la memoria è qualcosa di più di una semplice “facoltà mentale”. Mandare a memoria una preghiera o il Credo (il Simbolo della Fede) non è certo un fatto irrilevante nell’ordine delle cose che contano per un cristiano. Ma quello che intendevo dire è che le parole che ieri avevano un significato preciso, oggi hanno smesso di averlo. A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato. Pensa sola alla parola “amore”: non è che il ripeterla a pappagallo ce la faccia intendere meglio, anzi! E pur se la conosciamo bene e l’abbiamo magari ripetuta e ascoltata innumerevoli volte, quando è il momento di trasformarla in carne e sangue non ne siamo quasi mai capaci. Non parliamo della parola “Dio” di cui facciamo quotidianamente scempio. Ma è un discorso, caro Paolo, che ci porterebbe davvero troppo lontano dal tema del post. Intanto però sento il dovere di ringraziarti per l’intelligenza e il garbo dei tuoi interventi. Un caro saluto

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  15. nessun buddista italiano critico del cristianesimo dell'occidente modernità andrebbe a vivere in oriente nemmeno sotto minaccia si parla a vuoto nei salotti di Tradizione alla guenon ma il tibet dei lama era un inferno sulla terra, i gli islamici sono spesso mitomani ingenui ignoranti e aggressivi ,il sufismo è mondo a parte.
    sulla memoria sulla forza e potere delle Parole donate dal Maestro e dal Cristianesimo ha ragione Aldous combattiamo con i foderi mentre le spade riposano perchè facciamo coincidere la verità filosofica la storia con le Parole che trascendono presunte verità dogmatiche e allora nemmeno le spade abbiamo più solo chiacchiere

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  16. Mentre ringrazio il sig. Costa per il commento, ritorno, sollecitato da un altro lettore, sul rapporto Memoria-Tradizione. Il tema è assai complesso e richiederebbe pagine e pagine di approfondimento. In realtà qui volevo solo lanciare una suggestione e lasciare ai lettori il compito di ricercare il nesso. Avendo citato Eliade, può essere utile leggere il di lui romanzo “Le diciannove rose” (un libro scritto e pubblicato in Romania durante la dittatura comunista). Il tema centrale del libro è l’idea della Salvezza tramite l’anamnesi (quest’ultima è la parola chiave).
    Buona domenica!

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  17. Ringrazio Aldo per il consiglio librario e Armand e Costa per i loro commenti.
    In particolare vorrei dire ad Armand che un seme dell'idea che ho espresso nei commenti precedenti era stato lanciato proprio su questo blog da p. Danilo alcuni anni fa. Ricordo che, pur da grande studioso di simbologia cristiana e se non erro collaboratore di della Rivista Metapolitica scrisse una volta che la battaglia che stava conducendo oggi era quella di accendere la fiamma della fede nelle nuove generazioni, a cui purtroppo mancano sempre più dei testimoni che indichino il Bene e le buone battaglie per cui vale la pena lottare.

    Un saluto a tutti
    Paolo C.

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