09/03/16

Intermezzo ufologico: “Wonders in the sky”


Aldo La Fata
 

Quello degli Ufo è un argomento fatto apposta per attirare un certo tipo di pubblico (di solito il più credulone, ma anche gli entusiasti e gli appassionati di fantascienza) e nello stesso tempo per tenere a debita distanza le persone cosiddette “serie”, con i piedi ben piantati per terra. Questi ultimi mancherebbero di fantasia, mentre i primi sarebbero sopraffatti dalla magica potenza del fantasticare. E dunque, a chi manca di fantasia non si dovrebbe mai parlare di Ufo per evitare i sorrisini di compatimento, le ironie più o meno feroci, l’aria di sufficienza, lo sberleffo e simili; a chi ne ha troppa, invece, per evitare che la loro condizione di dipendenza dall’immaginazione degeneri nella psicopatologia.
In questa circostanza pertanto, ci rivolgiamo esclusivamente a quelle persone che pur avendo imparato a ragionare con Aristotele in modo strutturato, argomentato e critico, non disdegnano di tanto in tanto qualche pindarica evasione.

E’ nostra abitudine durante le vacanze estive fare letture rilassanti e non impegnative, ma comunque mai prive di oggettivo valore. L’estate scorsa, ad esempio, ci siamo concentrati su tre corposi volumi di argomento affine, con l’idea di scrivere, almeno per uno di essi, una recensione per il Corriere. Il primo è stato “Mondi sotterranei” (Ed. Mediterranee, 2012) di Walter Kafton-Minkel (uno pseudonimo); il secondo, “Storie delle terre e dei luoghi leggendari” (Ed. Bompiani. 2014) di Umberto Eco e il terzo, in lingua inglese, “Wonders in the sky: unexplained aerial objects from antiquity to modern times and their impact on Human Culture, History, and Beliefs” (Jeremy P. Tarcher/Penguin, New York 2009) di Jacques Vallée  e Chris Aubeck. I primi due, sicuramente ben fatti e documentati, li abbiamo trovati francamente noiosi, pedanti e senza slancio – eccezion fatta per la bellissima parte illustrativa del volume di Eco -,  mentre il terzo è riuscito a catturare la nostra attenzione dalla prima all’ultima riga (e stiamo parlando di un libro di ben 500 pagine!).

Qualcosa sugli autori.

Jacques Vallée  (nato nel ’39, master in astrofisica conseguito in Francia e laurea in ingegneria informatica) - è probabilmente l’autore più serio e qualificato al mondo sul tema degli “oggetti volanti non identificati”. Il suo originale e mai banale modo di pensare e di affrontare la complessa e controversa questione degli Ufo, rivela una personalità ben strutturata e un’intelligenza brillante e intuitiva. I suoi libri hanno conosciuto diverse edizioni nelle principali lingue europee, nondimeno risultano di difficile reperimento. Ad esempio, la prima edizione del suo “Passport to Magonia: From Folklore to Flying Saucers” (Chicago, IL, U.S.A.: Publ. Henry Regnery Co. 1969) viene proposto su Amazon a 150 Euro! Il ché la dice lunga sulla loro qualità e successo editoriale.


Nell’ambito degli studi ufologici, Vallée può essere accostato per competenza e intelligenza del problema, solo ad Aimé Michel scomparso  nel 1992 e considerato, a ragione, “il papa dell’ufologia”. I due, nonostante le storie personali così diverse e distanti (Vallée, un capitalista senza Dio; Michel, un uomo che si definiva “un ribelle patologico” di solida fede cattolica) erano molto amici, a dimostrazione che non è necessario pensare allo stesso modo per intendersi perfettamente.
Fin dai suoi esordi, Vallée scopre negli studi  di Mircea Eliade, e in seguito in quelli del suo geniale erede Ioan P. Couliano, una fonte continua d’ispirazione. Di Couliano in “Wonders in the sky” vengono citati ampiamente “Out of this World: Otherworldly Journeys from Gilgamesh to Albert Einstein ” (Boston, 1991) e la sua rivista “Incognita”. Lo storico delle religioni romeno aveva scoperto una cosa terribile che si ha paura anche solo a sussurrare, ovvero che la magia – la più lontana progenitrice dalla psicanalisi - non è per niente una banale superstizione come credono gli illuministi e i razionalisti di ieri e di oggi, ma un efficacissimo “metodo di controllo” dell’individuo (e non solo!). Metodo nel passato riservato a pochi dotati individui, uomini e donne, e nell’età moderna confluito nella cosiddetta psicologia sociale (psicosociologia), messa al servizio dei nuovi “persuasori occulti”: spie, finanzieri, capi d’industria, uomini politici, giornalisti, esperti di comunicazione, agenti pubblicitari, ecc. ecc.. Vallée, per parte sua e in modo del tutto indipendente, era arrivato ad analoga conclusione per quanto riguarda gli Ufo, teorizzando che si tratti di un “sistema di controllo”,  di una qualche forma di condizionamento psichico del genere umano. Manovrato da chi e perché, non si sa. Oggi, però, Vallée ritiene che “sia giunto il momento di guardare il problema  da una prospettiva più ampia e di condurre uno studio nuovo e obiettivo del materiale accumulato” (“Confrontations. A Scientist’s Search for Alien Contact”, 1998). Conclusione accettabile e condivisibile.

Chris Aubeck,  nato a Londra, vive e lavora a Madrid dove insegna lingua inglese. Studioso di mitologia, folclore e filologia, ha creato negli anni novanta un gruppo internazionale di studio di livello universitario sui fenomeni aerei anomali nel passato – del quale fanno parte anche gli italiani Edoardo Russo e Giuseppe Stilo del Centro Italiano Studi Ufologici (C.I.S.U.) -, il “Magoniax Project”.  La documentazione raccolta in sei anni di ricerche attraverso la consultazione di codici, pergamene, manoscritti, incunaboli, libri antichi, gazzette e giornali d’epoca si trova ora nel volume di cui stiamo parlano. Una rassegna di ben 500 casi catalogati che vanno dall’anno 1000 a.C. agli esordi del XIX secolo.
Aubeck ha sempre ritenuto, probabilmente non a torto, che la documentazione disponibile dopo il fatidico avvistamento di Kenneth Arnold del 24 giugno 1947, non dovesse essere presa in considerazione, stante la presenza in essa di soverchianti elementi spuri che, sovrapponendosi al fenomeno nudo e crudo, rendono difficile e problematica la sua serena e oggettiva interpretazione.

Qualcosa sui contenuti.

Come abbiamo già detto, si tratta di cinquecento casi repertoriati e disposti in ordine cronologico. Considerata l’estrema difficoltà di individuare i documenti utili alla ricerca e di incappare in quelli giusti, non ci sembra un risultato da poco. Per ogni singolo caso sono riportate fonti, datazioni, luogo di provenienza, a volte illustrazioni in bianco e nero e un simbolo ripreso  con originalità dall’ornamentistica medievale che  ne illustra visivamente la tipologia (luci, oggetti volanti, rapimenti, fenomeni con tracce fisiche, entità, entità associate a fenomeni aerei, comunicazioni) consentendo al lettore di capire subito la caratteristica dell’evento descritto.

Molto interessanti le fonti classiche, latine e romane: Giulio Ossequente, Tito Livio, Cicerone, Plinio il Vecchio, Seneca, Boezio. Come risaputo, gli antichi romani avevano l’abitudine di mettere per iscritto i fatti più rilevanti accaduti anno per anno in apposite raccolte (Annales) e di esporli al popolo su una tavola bianca (tabula dealbata) presso la  dimora  del pontefice massimo che ne era l’autore. In tal modo chiunque sapesse leggere poteva prenderne visione. E’ quindi assai probabile che i fatti prodigiosi narrati da questo o da quell’autore latino, fossero espunti da quegli elenchi, purtroppo in seguito in gran parte andati perduti.
Altre fonti più tarde citate nel libro sono relative ad un periodo intermedio tra VI e XVIII secolo e vi troviamo altri nomi abbastanza noti agli storici come ad esempio John Lydus (Joannes Laurentius Lydus) amministratore e scrittore bizantino del VI secolo; il coevo Grégoire de Tours (Georgius Florentius Gregorius), autore della famosa “Histoire ecclésiastique des Francs”; Matteo di Parigi (Matthæus Parisiensis), monaco benedettino, cartografo e illuminato scrittore e versificatore (XIII secolo);  John Howie, biografo scozzese del XVIII secolo.
Per finire, numerosi gli episodi tratti da manuali scientifici, annuari, testi di meteorologia, astronomia, gazzette e giornali d’epoca.
Il caso n. 500 risale all’anno 1879 e la sua fonte è un giornale di Chicago (Illinois).  

Ma il libro non finisce qui e nella sua seconda parte, intitolata “Myths, Legends, and Chariots of the God”, troviamo un elenco di episodi estrapolati appunto dalla letteratura religiosa.  Materiale assai difficile da trattare  che sarebbe ingenuo affrontare con le categorie della logica o con quelle altrettanto schematiche di vero- falso. Tutto quanto si può dire, come correttamente fanno gli autori, è che in taluni casi la spiegazione più semplice e plausibile  - dall’espediente letterario all’allucinazione, dall’immaginazione al fenomeno naturale, dall’esperienza mistica alla suggestione – sembrerebbe improbabile. Il ché naturalmente non vuol dire impossibile. Per ragioni di completezza i casi vengono comunque riportati, ma onestamente si riconosce di non essere qualificati a dare un giudizio conclusivo. Per soprammercato non si può escludere la possibilità, anche per la letteratura religiosa, di interpolazioni,  manipolazioni e frode.

Criteriologia.

Ingente il materiale scartato dai nostri bravi ricercatori, a cominciare dai casi che potevano essere frutto di osservazioni errate o di errate interpretazioni. Scartati tutti i casi di probabili illusioni ottiche, di effetti atmosferici particolari (oggi riconoscibili dagli addetti ai lavori), di fenomeni del tipo meteore, aurore boreali, comete, tornado, fulmini globulari e simili. Con il medesimo criterio sono stati esclusi tutti gli eventi correlati con qualche importante fatto bellico, politico o religioso  e anche quelli dove sorge il sospetto di manipolazione o frode. Insomma, una scrematura davvero notevole.   
Si tenga poi presente che da questo già di per sé imponente lavoro di selezione, sono state esclusi totalmente miti, leggende e tradizioni orali attinenti – e ce ne sono! - dei cosiddetti popoli senza scrittura (africani, australiani, polinesiani, nativi americani, ecc.) ampiamente documentati sia dai primi esploratori di quelle terre che, in seguito, da etnologi, antropologi e storici delle religioni. Ugualmente si è dovuto rinunciare in massima parte alle fonti indiane e asiatiche che avrebbero richiesto un pool di ricercatori e di risorse umane operanti sul posto. 

Per quanto riguarda i criteri di valutazione del materiale indagato usati in questa complicata ricerca, gli autori ci informano che sono stati i seguenti: la credibilità delle fonti; l’esatta collocazione degli avvenimenti nello spazio e nel tempo; la precisa descrizione del fenomeno; l’identificazione del testimone e infine la sua credibilità personale. Si sono pertanto privilegiate le testimonianze di personaggi di sicuro prestigio sociale e culturale (di solito filosofi, pensatori, artisti, letterati, chierici e uomini di scienza). Tra i testimoni di questi eventi anomali compaiono, di tanto in tanto, nomi illustri e inaspettati, come Galileo, Michelangelo, Casanova, Goethe e altri.

Un ulteriore aspetto originale e interessante di questa ricerca è la volontà di estendere il campo tematico della cosiddetta “ufologia classica”, fatta per lo più di sola casistica, a ogni aspetto della conoscenza umana,  dal folklore all’antropologia, dall’astrofisica all’etnologia, dalla parapsicologia alla storia delle religioni.

Conclusioni.

Se si è intellettualmente onesti, di fronte a questo imponente materiale non si può restare né scettici né completamente indifferenti. Da un punto di vista rigorosamente scientifico gli “ufo del passato” non sono certo la prova o la “canna fumante” dei moderni Ufo, ma è fuori di dubbio che le descrizioni di quelli gli assomiglino parecchio.
Personalmente riteniamo che il problema di non poco conto sollevi importanti questioni che interpellano lo storico come lo scienziato, ma anche il filosofo come il teologo (1) (sociologi e psicologi sono già stati chiamati in causa e più di una volta hanno detto la loro) e non vada pertanto sottovalutato o preso sottogamba.  
Negli anni cinquanta il nostro Julius Evola trattando l’argomento in un suo articolo apparso sulla stampa (in seguito, se la memoria non ci inganna, ebbe a scriverne altri due), intelligentemente non formulava ipotesi, ma si limitava a dire che se si fosse trattato di “macchine volanti dadi e bulloni”, bisognava solo attendere che un guasto ne buttasse giù una. Attesa, a distanza di più di sessant’anni da quella osservazione, rivelatasi evidentemente vana.

Il buon Vallée, dal canto suo, in “Dimensions. A Casebook of Alien Contacts” (1998)”, interrogandosi preoccupato, si chiedeva cosa avremmo potuto scoprire dietro il misterioso, enigmatico e sfuggente fenomeno. E si rispondeva con queste tre inquietanti domande: “Forse una mostruosità sovrumana che non si può contemplare senza perdere la ragione? Forse una solenne assemblea di saggi? O l’esasperante semplicità di un meccanismo incustodito?”. 
Nessuno ad oggi sembra possedere la vera risposta (dubitiamo seriamente che le superpotenze, per quanto ben informate e documentate, ci abbiano davvero capito qualcosa), ma forse è giunto il momento di prendere letteralmente “il toro per le corna” e affrontare la questione senza pregiudizi e senza paure, con spregiudicatezza e possibilmente senza turlupinare il prossimo, come appunto hanno fatto con onore gli autori di questo libro. 



(1)   Tra i teologi che si sono occupati di Ufo ricordiamo lo scomparso Corrado Balducci (gesuita) - e il professore di teologia fondamentale a Monaco, il tedesco Armin Kreiner. Di quest’ultimo si segnalaJesus, UFOs, Aliens. Außerirdische Intelligenz als Herausforderung für den christlichen Glauben” (2011), già tradotto in diverse lingue europee e disponibile in italiano presso la Editrice Queriniana con il titolo “Gesù, gli UFO e gli alieni”. Libro tra l’altro recensito con rispetto “professionale” da un Gianfranco Ravasi sul “Domenicale” del Sole 24 Ore.

05/03/16

Gumilëv: il nuovo libro di Dario Citati presentato all’IsAG

Venerdì 26 febbraio, presso gli uffici dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), è stato presentato e discusso il nuovo libro di Dario Citati intitolato La passione dell’Eurasia. Storia e civiltà in Lev Gumilëv, recentemente pubblicato per i tipi dell’editore Mimesis.
Assieme all’Autore, che è Direttore del Programma “Eurasia” dell’IsAG, erano presenti a dibattere diversi ricercatori e collaboratori dell’Istituto, i quali hanno commentato il pensiero di Gumilëv e individuato l’utilità per lo studioso odierno di geopolitica.
Storico e antropologo sovietico, Lev Gumilëv (1912-1992) ha legato il proprio nome agli studi etnografici sui popoli nomadi della steppa e al concetto di “etnogenesi” come chiave interpretativa della storia delle civiltà. Gumilëv osservò il rapporto tra clima ed espansione della potenza nomadica in vari periodi storici, traendone la convinzione di una precisa correlazione dovuta al fragile equilibrio tra pastorizia, bioma della steppa e precipitazioni. Ciò malgrado, questa correlazione quasi meccanica non poteva spiegare, a giudizio di Gumilëv, la formazione delle etnie e i cicli di ascesa e declino delle civiltà. Fece allora ricorso alla nuova categoria di “passionarietà”, la capacità degli individui (ma per loro tramite anche di un intero popolo) di tendere verso la realizzazione di un fine superiore, financo superando il proprio istinto di autoconservazione. È la maggiore o minore presenza di questa passionarietà all’interno di una società a spingerla in alto verso l’acme o lungo il pendio del declino.
La figura di Gumilëv, seppur fonte di controversia, è oggi molto popolare in Russia e in altri paesi ex sovietici. I suoi libri sono ampiamente diffusi, le sue categorie frequenti nel discorso pubblico, gli è stata dedicata l’università della capitale kazaka Astanà, e anche il Presidente russo Vladimir Putin l’ha citato positivamente in più di un suo discorso ufficiale. Ciò stona con quanto subì in vita, ossia l’ostracismo accademico per la sua mancanza di ortodossia marxista-leninista, e la persecuzione e l’internamento nel gulag per la “macchia” ereditaria d’essere figlio di due poeti ripudiati dal regime comunista, ossia Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova.
La discussione ha evidenziato come, malgrado taluni limiti scientifici di Gumilëv imputabili anche alle difficilissime circostanze della vita e formazione, il suo pensiero sia di massimo interesse per chi voglia rifondare lo studio della geopolitica su basi scientifiche. La sua analisi del legame tra clima ed espansione nomadica nella steppa risulta, almeno nell’impianto, sostanzialmente confermata da studi recenti. «Gumilëv è un continuatore della tradizione vitalista, che permette di guardare il fenomeno etnico da un punto di vista innovativo e più ampio», ha osservato Matteo Marconi, Direttore del Programma “Teoria e storia della geopolitica”. Daniele Scalea, Direttore Generale, ha sostenuto che laddove Gumilëv è stato davvero anticipatore sia nell’aver applicato nozioni e metodi delle moderne scienze naturali per spiegare la storia umana, un approccio oggi alla base della fortunata corrente della big history.
Il libro di Dario Citati, La passione dell’Eurasia, sarò ora presentato alla Scuola di Lettere, Filosofia e Lingue dell’Università Roma Tre, alla presenza, oltre che dell’autore, di quattro eminenti studiosi di storia e slavistica come Fabio Bettanin, Cesare G. De Michelis, Lorenzo Pubblici e Adriano Roccucci (che ha anche prefato l’opera). L’appuntamento per tutti gli interessati è per lunedì 14 marzo, alle ore 17, presso l’Aula 18 (Piano Terra) del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, in Via Ostiense 234/236 [clicca qui per la locandina].

02/03/16

Ordo iuris. La nascita del pensiero sistematico di Maurizio Manzin



Paolo Ciccioli

E’ parere di chi scrive che il volume oggetto di questa recensione rappresenta un lavoro fondamentale e di rara preziosità per chi intenda indagare filosoficamente i rapporti che si costituiscono fra la trascendenza e l’esistenza giuridico-politica delle società. In “Ordo iuris. La nascita del pensiero sistematico”, l'autore utilizzando gli strumenti raffinatissimi dell'analisi filosofica e seguendo una prospettiva “classica”, riesce a descrivere il processo di formazione del moderno concetto di sistema in conseguenza dell’affermarsi del pensiero identitario e sistematico a partire dalla diffusione nell’ecumene cristiana della filosofia neoplatonica. Argomenti dunque non nuovi per i lettori di questo blog ma che rispetto alla prospettiva di Silvano Panunzio si differenziano in ragione della diversa interpretazione che viene data alla filosofia platonica e neoplatonica.
Vale la pena soffermarsi sulla distinzione proposta da Maurizio Manzin, fra la concezione del pensiero “classica” e quella “moderna”, distinzione che assume rilievo in senso non già cronologico o geografico quanto piuttosto categoriale (sinteticamente, «Lao Tse dovrebbe essere considerato più classico di Zenone» p. 27). Difatti pur riscontrandosi storicamente un passaggio dalla classicità alla modernità, permane oggi come sempre, l’umana libertà di pensare e far vivere la categoria del “classico” per la quale «la differenza è costitutiva dell’essere-pensiero», piuttosto che quella del “moderno” «tesa all’affermazione esclusiva di un ordine, identico per tutti i campi dell’esperienza» (nota 9 p. 80).
L’autore, professore ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Trento, muove dall’intento di fondare nell’ambito del suo settore di ricerca una teoria dell’identità e della differenza rifacendosi alla più autentica tradizione platonica e giovannea quindi ad «un logos eterno generatore di senso» per la costituzione delle società politico-giuridiche, ponendosi perciò in netta contraddizione col modello giuridico vigente, ossia quello kelseniano, le cui caratteristiche (gerarchia delle norme, coerenza e completezza dell’ordinamento giuridico) evidenziano il carattere emenintemente sistematico del pensiero dell’austriaco. L'influenza perniciosa del concetto di sistema sui pensatori moderni era stata individuata fra gli altri anche  dal politologo Eric Voegelin, nel celebre “Scienza, politica e gnosticismo” nella sezione dedicata ad Hegel in cui si addebitava al filosofo tedesco l'aspirazione a dominare l'essere e quindi a costruire sistemi, più che ad amare l'essere come dovrebbe essere proprio della filosofia.
Il libro, rivolto principalmente agli studiosi di diritto, ma che può essere letto con uguale profitto anche da filosofi, teologi e anche dagli studiosi dei sistemi sociali, si sofferma in una precisa ed accurata descrizione di quei momenti filosofici che a partire dai primi discepoli di Platone hanno rappresentato il lento ma costante deviare dalla corretta ontologia platonica fondata sulla cooriginarietà di Principio e mondo , di Identità e differenza, di Uno e molti, o per usare un'espressione più affine allo studioso di teoria politica, fra l’Uno e il differenziarsi dell’esistenza della comunità politica nella storia.
Manzin analizza dapprima i momenti ambigui propri della speculazione filosofica di Platone, passando per l’interpretazione delle Enneadi plotiniane fornitaci da Porfirio, soffermandosi quindi sui neoplatonici non-cristiani (Giamblico, Proclo e Damascio) e poi sulle opere dello  Pseudo-Dionigi (tradotte in latino per mano di Scoto Eriugena) che diffondendosi durante il medioevo cristiano hanno consentito l’egemonia della filosofia identitaria e sistematica grazie alla Scolastica per giungere infine all’approdo della modernità dove il pensiero identitario e sistematico insieme con le sue aporie si afferma incontrastato, parallelamente al processo di secolarizzazione. Il merito di questa accuratissima ricerca consiste nel saper cogliere il primo manifestarsi del pensiero sistematico e “moderno” fin dall’antichità con le speculazioni dei filosofi eleati, e a maggior ragione nell'aver individuato il movimento sotterraneo del pensiero sistematico che assumerà forma politica per la prima volta, pur apparentemente in continuità con le forme “classiche”, in coincidenza con l’insorgere del potere carolingio.
La natura del pensiero identitario e sistematico può essere ben sintetizzata come quel movimento monistico del pensiero per cui il Principio risulta essere perfetta e assoluta identità a sé medesimo, cioè scevro da qualsiasi differenza, lasciando così irrisolta la questione della natura degli enti mondani e il loro rapporto col Principio.  Le conseguenze di una concezione sistematica dell'ordine comportano, con le parole del filosofo del diritto :
 «a) il dualismo metafisico, per il quale non si riesce a stabilire una relazione fra l'universale pensato dalla ragione secondo inferenze logiche e il molteplice attestato dall'esperienza.
b) la matematizzazione del sapere, per la quale non si dà conoscenza che non sia quella ottenuta aggruppando o separando l'unità, priva di ogni ulteriore determinazione, di ogni oggetto : il che porta a restringere il sapere nei confini tracciati da quel linguaggio convenzionale, univoco e quantitativo che è il linguaggio matematico;
c) l'egualitarismo come ideale giuridico e politico per il quale la necessità di rimuovere le differenze diviene un valore regolativo “rivoluzionario”, sovvertitore dell'unicuique suum» (pp. 19-20).
Una delle manifestazioni più evidenti del pensiero identitario è certamente la presenza di numerose false opposizioni che si sono rette a vicenda in tanti secoli di speculazione filosofica, prima fra tutte quella fra razionalismo e misticismo apofatico, che si presenta in una forma abbozzata già con Proclo. La sua figura risulta essere quella più emblematica e moderna per il fatto che che tre diversi filoni coesistono all’interno del suo pensiero:
«quello d’impronta aristotelica, preoccupato specialmente di determinare le forme del ragionamento più adatte per accertare l’incontrovertibilità delle proposizioni nel discorso (potremmo chiamarlo filone “metodologico”); quello platonico-plotiniano, versato piuttosto nella ricerca dell’unione mistica con l’Uno (che potremmo chiamare “teologico”); quello porfiriano-giamblicheo, fortemente interessato alle operazioni magiche (“tecnico-dominativo”)» (p. 100).
Questi tre filoni, coesistenti nella filosofia di Proclo, avranno la sorte di procedere in forma separata fra loro durante la modernità, generando quelle false opposizioni che questo studio ha rivelato essere espressioni diverse del pensiero sistematico.
La descrizione della genesi del pensiero sistematico ha incontrato però alcuni “ostacoli” giustamente enfatizzati da Manzin nei quali il corso della storia avrebbe preso direzioni affatto diverse, evitando quella deviazione dall’ontologia platonica in cui identità e differenza coesistono ab origine. Si tratta del Vangelo di Giovanni anzitutto, ma anche degli scritti di Origene, Amelio e Agostino. Fatta eccezione per Amelio, di cui non conosciamo gli scritti da una fonte diretta, e in special modo la sua interpretazione della filosofia di Plotino, si tratta di opere che ci sono pervenute nella loro interezza in edizioni critiche e che qualora interpretate attenendosi all’interpretazione classica, possono costituire (accanto agli scritti dei classici pre-cristiani, fra cui Parmenide, Eraclito, Platone e Aristotele) una valida forma di ripensamento delle categorie filosofiche e giuridiche contemporanee. Vale la pena soffermarsi sul contributo del pensiero di San Giovanni la cui importanza è stata quella di aver saputo definire la questione cristologica in maniera insuperata. Difatti    le dispute teologiche sulla natura del Cristo quale incarnazione di Dio concorrono quanto mai alla ricerca metafisica del rapporto fra Principio e mondo. Il merito di aver saputo cogliere questa verità contenuta nel Prologo del Vangelo di Giovanni – Nel principio 'è' il Logos - va al filosofo del diritto Francesco Cavalla. «Il “nel” giovanneo – che non ha significato temporale, poiché si parla dell'arche, cioè del Principio “che è in ogni cosa anticipando ogni inizio” - “dice subito che all'originario appartiene la differenza, e quindi la complessità, oltre all'unità; così è tolta immediatamente la possibilità di concepire nichilisticamente il Principio come essere indifferenziato equivalente al nulla» (p. 47).
Dopo aver dimostrato le aporie del pensiero sistematico e aver descritto gli esiti nichilisti da queste determinate, Manzin suggerisce quale via d'uscita nell'ambito della filosofia del diritto, l'abbandono del modello normocentrico fondato sulla gerarchia delle fonti (i cui più grandi interpreti sono stati, all'inizio e al tramonto della modernità, quel Bodin fondatore della sovranità, non casualmente imbevuto di filosofia neo-platonica e plotiniana che aveva comunque posto in cima alle fonti del diritto la legge divina e il Kelsen in cui la fonte suprema è la ormai secolarizzata Grundnorm statale)  in favore di un modello fondato sull'originarietà del processo (p. 147). A quei lettori che frequentando anche solo raramente le aule dei tribunali si stanno chiedendo perplessi cosa possa esserci di “classico” in esse, rimandiamo ai numerosi studi dedicati alla argomentazione retorica giudiziale (Perelman, Giuliani, Cavalla e lo stesso Manzin) in cui si evince quali e quante conseguenze implicherebbero l'assunzione di un tale modello per l'assetto istituzionale dello stato, primo fra tutti quello più tangibile della formazione non funzionariale dei giudici e quindi della sostanziale separazione del potere giurisdizionale dal potere esecutivo.
Quale mentalità filosofica, fra quelle contemporanee, sarebbe più adatta dunque ad accogliere e continuare l'elaborazione giuridico-filosofica contenuta in “Ordo iuris”? Certamente non i prosecutori del pensiero utopistico marxista i quali «dopo aver vanamente ( e tragicamente) tentato di far coincidere l’idea di ordine con quella d’individualità, sopprimendo le differenze specifiche che formano l’identità personale di ogni uomo e la sua possibilità di relazionarsi con gli altri, ha[nno] sposato l’assunto nichilistico che sperimentiamo ai nostri giorni, in base al quale ogni comportamento individuale, per il solo fatto di esserci, ha dignità e diritti pari a qualsiasi altro : forma socialmente presentabile e politically correct dell'intramontabile assillo egualitario che non cessa di affliggere le vicende dell'occidente». (p. 146). Tantomeno tutti quegli «interpreti che da “destra” o da “sinistra”, si rifanno a Nietzsche e ad Heidegger (e al Nietzsche di Heidegger) per spiegare la deriva del pensiero occidentale. Per tutti costoro il merito, o la colpa, di tale “deriva” andrebbero ascritti al cristianesimo (o al “giudeo-cristianesimo”) e prima ancora allo stesso Platone e alla sua ontologia» (p. 148). Non meno inadeguate sarebbero le filosofie d’ispirazione neotomistica che si rifanno in chiave positiva alle critiche mosse da Heidegger al pensiero occidentale e in particolare al «pensiero identitario e alla sua ansia sistematizzante e gerarchizzante» (p. 155). In ultimo non potrebbero cogliere appieno il senso delle speculazioni contenute in questa ricerca quegli studiosi  seguaci dell’islamista Henri Corbin propugnatore della teologia apofatica (o negativa) e della ontologia integrale, cioè di quella «dottrina che si fonda sul presupposto della simultaneità dell'essere nell'Uno e nei molti, senza la quale l'essere stesso risulterebbe indifferenziato» (pp. 32-35).
Quale dunque il bagaglio filosofico più idoneo per approcciare questo importante studio di filosofia del diritto? Certamente chi voglia adottare l'interpretazione classica può trovare in Platone e San Giovanni i più autentici custodi della differenza e far propria l'esortazione finale di Manzin che facciamo nostra e con la quale vogliamo chiudere questa recensione:
«Adesso – come sempre – è il tempo della Parola, del logos.
Tempo in cui superare quel silenzio ricordandolo; tempo in cui ricordarlo così come esso riecheggia, trattenendo la differenza nella sua unità originaria, prima di ogni determinazione ordinata.
En arche en o logos».

Maurizio Manzin è professore ordinario di Filosofia del diritto nell'Università di Trento. Dirige il Cermeg, Centro di Ricerche sulla Metodologia Giuridica (www.cermeg.it), di cui è stato uno dei fondatori. Da anni si occupa della questione del metodo nella scienza giuridica e dello sviluppo della logica giudiziale, con particolare attenzione al periodo tardo-antico e pre-umanistico: a questi argomenti ha dedicato alcune monografie e numerosi articoli, comparsi in riviste scientifiche e miscellanee sia in Italia che all'estero.