Con profonda tristezza ho appreso dall’amico Bruno
Bérard la notizia della scomparsa di Jean Borella, avvenuta nella serata del 12
ottobre 2026. Con lui se ne va una delle figure più alte e originali del
pensiero metafisico e religioso contemporaneo, un intellettuale di rara
profondità, capace di coniugare il rigore della speculazione filosofica con una
fedeltà mai venuta meno al mistero della Rivelazione cristiana.
Filosofo, metafisico e studioso del simbolismo,
Borella ha rappresentato, nel panorama intellettuale francese del secondo
Novecento, una voce tanto autorevole quanto appartata. La sua opera si colloca
in quel difficile territorio di confine nel quale la filosofia incontra la
teologia, il simbolo dischiude la propria dimensione ontologica e l'intelligenza,
riconoscendo i propri limiti, si apre alla contemplazione del Mistero. La sua
riflessione ha avuto il merito, oggi tutt'altro che comune, di mostrare come la
fedeltà alla Tradizione cristiana non implichi affatto una rinuncia
all'intelligenza metafisica, ma possa anzi costituirne il compimento più alto.
Formatosi anche attraverso il confronto con il
pensiero di René Guénon e di Frithjof Schuon, Borella seppe progressivamente
elaborare una posizione autonoma, sottraendosi tanto alle rigidità del tradizionalismo
quanto alle tentazioni di un esoterismo separato dalla Rivelazione. Il suo
itinerario intellettuale testimonia una convinzione fondamentale, che
attraversa l'intera sua opera. Il cristianesimo non è una forma religiosa tra
le altre, né una semplice traduzione essoterica di verità metafisiche
universali, ma l'evento singolare nel quale il Logos eterno si manifesta nella
storia e rende possibile all'uomo una partecipazione reale alla vita divina.
In questa prospettiva, la sua critica al guénonismo
non fu mai il risultato di un rifiuto sommario o di un'incomprensione delle sue
istanze più profonde. Fu, al contrario, il frutto di un confronto paziente,
condotto dall'interno di una problematica condivisa e animato dalla necessità
di restituire al mistero cristiano la sua irriducibile specificità. Borella
aveva compreso che il simbolismo, per quanto universale nelle sue strutture,
non può essere separato dalla realtà spirituale e sacramentale che lo fonda e
lo vivifica. Da qui la sua insistenza sulla natura propriamente ontologica del
simbolo, inteso non come semplice rappresentazione convenzionale, ma come luogo
di una presenza e di una partecipazione.
Opere come Le Symbolisme ou la clef de la
connaissance, La Charité profanée, Ésotérisme guénonien et
mystère chrétien e Histoire et théorie du symbole rimangono
testimonianze di un pensiero che ha saputo resistere alle semplificazioni della
modernità senza cedere alla nostalgia sterile di un passato idealizzato. La sua
fu, nel senso più nobile del termine, un'intelligenza della Tradizione, capace
di distinguere ciò che appartiene all'ordine dei princìpi da ciò che ne
costituisce soltanto una formulazione storica e contingente.
Per quanto mi riguarda, la scomparsa di Jean Borella
assume anche un significato personale. Proprio quest'anno ho avuto il
privilegio di tradurre, curare e prefare per le edizioni Ursae Coeli il volume René
Guénon e il guénonismo, che raccoglie alcuni suoi importanti contributi
dedicati all'opera e all'eredità intellettuale del pensatore francese. È stato
un lavoro che mi ha consentito di tornare a confrontarmi, con rinnovata
attenzione, con una riflessione della quale ho sempre apprezzato l'indipendenza
di giudizio, la sottigliezza delle distinzioni e, soprattutto, la capacità di non
sacrificare mai la verità cristiana alle esigenze di un sistema.
In un'epoca nella quale il pensiero religioso sembra
spesso oscillare tra un fideismo incapace di rendere ragione di sé e un
razionalismo che pretende di esaurire il mistero nelle categorie del concetto,
Borella ha indicato una terza via, quella di un'intelligenza illuminata dalla
fede e di una fede che non teme l'esercizio dell'intelligenza. È questa, forse,
una delle lezioni più preziose che ci lascia.
La sua morte rappresenta una perdita considerevole per
quanti, anche al di fuori degli ambienti strettamente accademici, continuano a
interrogarsi sul destino spirituale dell'Occidente e sulla possibilità di una
restaurazione dell'intelligenza metafisica nel cuore stesso del cristianesimo.
Ma il suo insegnamento rimane, affidato a pagine che continueranno a parlare a
coloro che sapranno accostarle con la necessaria disposizione interiore.
Mi piace pensare che per un uomo il quale ha dedicato
tanta parte della propria esistenza a meditare il rapporto tra il visibile e
l'invisibile, tra il simbolo e la realtà, tra il tempo e l'eternità, la morte
non rappresenti semplicemente la conclusione di un itinerario, ma il passaggio
verso quella Realtà della quale la sua intelligenza aveva cercato instancabilmente
le tracce.
Nell'annunciarmi la sua scomparsa, Bruno Bérard ha
scritto che Jean Borella «è nato al Cielo». Non saprei trovare parole più
appropriate per congedarmi da un pensatore che ha consacrato la propria vita
alla ricerca della Verità e alla contemplazione del Mistero cristiano.
Requiescat in pace.
Aldo La Fata















