25/04/21

Contrelittérature n°4




SOMMAIRE

 

Augustin Thierry :   Histoire véritable de Jacques Bonhomme.                                    

Michel Maffesoli : De l’histoire au destin, l’enracinement dynamique. 

Alain Santacreu : Un arbre sur la talvera.

Joan Bodon : La talvera. 

Georges Lapierre : La braise et la flamme : le Mexique indien. 

Michaël Löwy : Millénarisme, anarchisme et révoltes paysannes. 

Frédéric Reichling : L’esprit révolutionnaire de la paysannerie. 

Dominique Temple : La réciprocité paysanne. Des origines à nos jours.

Domingo Adame : Le théâtre indigène et paysan au Mexique.

Didier Dantal : Le corps paysan de Gustave Roud. 

Raphaël Juan : Semailles pour les temps présents. 

Nashtir Togitichi : Paysannerie : extinction ou renaissance ? 

Hervé Rostagnat : La lettre au paysan” de Jean Giono.         

Frank Mintz : Tradition révolutionnaire de la paysannerie russe. 

Frank Mintz : Espagne révolutionnaire : luttes de la paysannerie. 

http://www.contrelitterature.com/archive/2021/04/23/contrelitterature-n-4-6311502.html


20/04/21

Corriere metapolitico n. 13

 

Corriere metapolitico                                         Rivista trimestrale

21 aprile 2021, Anno V – Numero 13

 Editoriale di Aldo La Fata, p. 5

 ·         Studi:

Bruno Bérard, La guarigione in due tempi secondo tutte le tradizioni, p. 7

Marco Maculotti, Enigmi del Mediterraneo: i Guanci e l’inabissamento di Atlantide, p. 23

Amadio Maria Pontoni, Le ghematrie messianiche della profezia di Balaam un’armonia prestabilita di lettere, numeri ed astri, p. 39

·         Intermezzi:

Dario Chioli, La Resurrezione di Cristo come porta aperta tra il tempo e l’eternità, p. 66

 

·         Testimoni dell’Assoluto:

Rodolfo Gordini, Da Bayreuth ad Auroville. Giulio Cogni: frammenti di memoria, p. 70

·         Echi e Commenti:

Giuseppe Gorlani, Navigare, p. 78

·         Recensioni:

Roberto Murgia, Come il figlio genera il padre: il nuovo libro teologico di Emanuele Franz, p. 84


Corriere metapolitico n. 12

 

Corriere metapolitico                                              Rivista trimestrale

21 dicembre 2020, Anno IV – Numero 12

Editoriale di Aldo La Fata, p. 7

 ·         Ripescaggi editoriali:

Attilio Mordini, Premessa agli incontri con le tradizioni d’Oriente, p. 9

 ·         Studi:

Francesco Comandini, Cristianesimo e “sophia perennis”, p. 15

 Dario Chioli, Sempre uguale sempre diverso. Analogie tra buddhismo e cristianesimo nei loro rapporti con le tradizioni madri, p. 26

 

Amadeo Maria Pontoni, Zarathustra, enigma e profezia, p. 44

 ·         Intermezzi:

a cura della Redazione: Stralci di lettere di René Guénon a Vasile Lovinescu, p. 67

·         Testimoni dell’Assoluto:

Alberto Pingitore, La conversione di Han Xingyuan, p. 70

Fabrizio Novara, Il cammino di Gustavo Adolfo Rol (II parte), p. 74


30/12/20

La biografia di Silvano Panunzio

 




 

Dalla Quarta di copertina:

Silvano Panunzio è stato in Italia uno dei più illustri e qualificati rappresentati cattolici di quella corrente di pensiero esoterico inaugurata nel secolo scorso da René Guénon e convenzionalmente denominata “tradizionalismo integrale”. Figlio del famoso giurista e politologo Sergio Panunzio (1886-1944), laureato in Scienze Politiche, studioso eclettico ed enciclopedico, Silvano ha esordito giovanissimo come poeta e narratore, orientandosi poi verso gli studi filosofico-giuridici e mistico-religiosi. È autore di centinaia di articoli e di una dozzina di libri che ora vengono riscoperti e ristampati. Considerata la complessità e la vastità dei suoi orizzonti, si sentiva l’esigenza di una biografia che ne delineasse percorsi di vita e idee.

Recensioni:

http://www.superzeko.net/doc_dariochioli_saggistica/DarioChioliRecensioneAlNuovoLibroDiAldoLaFataSuSilvanoPanunzio.pdf?fbclid=IwAR2EozDWSq7xJl7Za0ts033XKuMuqS7WZtkwjfyvIIXDpGIYnAd7RvFLPrw

https://www.culturelite.com/categorie/scritture/aldo-la-fata-silvano-panunzio-vita-e-pensiero-ed-solfanelli-di-tommaso-romano.html

https://cargambesciametapolitics.altervista.org/silvano-panunzio-pellegrino-dellessere/?fbclid=IwAR3aBXocbkeaWrg138gfNt5J1sGqOodQHnnGcKiU91dtbjHSlWomhUQ0Lss

27/10/20

Il Corriere Metapolitico n. 11

Corriere metapolitico                                              Rivista trimestrale

29 settembre 2020, Anno IV – Numero 11

 Editoriale di Aldo La Fata, p. 7 

·         Ripescaggi editoriali:

Giuseppe Palomba, L’ingresso di un economista alla sua terza età, p. 9

·         Studi:

Giuseppe Maddalena, La “parabola dei tre anelli” di Boccaccio (relativismo, tolleranza e sapienza cristiana), p. 25

·         Testimoni dell’Assoluto:

Fabrizio Novara, Il cammino di Gustavo Adolfo Rol (I parte), p. 46

·         Intermezzi:

Dario Chioli, Guénon e i guénoniani, p. 57

·         Letture metapolitiche:

Marco Maculotti, “Al muro del tempo”: Ernst Jünger e il ritorno dei Titani, p. 60

Dario Chioli, Centralità metastorica di Cristo. Storia cristiana versus storia anticristica, p. 72

Giuseppe Maddalena, Il Canto di Partenope di Alberto Pingitore, p. 80

·         Librerie amiche:

Paolo Ciccioli, Una visita alla Casa editrice e libreria Giometti&Antonello, p. 82

·         Pagine scelte:

Giovanni Papini, In ricordo di Arturo Reghini, p. 85



03/05/20

Il Corriere metapolitico n. 10

Editoriale di Aldo La Fata, p. 7

·         Studi:
Nuccio D’Anna, Simboli del giudeo-cristianesimo, p. 9
Bruno Bérard, Crono-Sophia. Riflessioni sulla fine dei tempi, p. 15
Marco Maculotti, Quando il Mito plasma la Storia: i transiti di Venere, il ritorno degli dèi e la caduta dei grandi imperi precolombiani, p. 26
Michael McClain, Affinità tra cattolicesimo e sciismo, p. 41
Fabrizio Novara, Arti marziali storiche europee, p. 60
·         Profili metapolitici:
Rodolfo Gordini, Carlo Lapucci, compie ottanta anni, p. 66
·         Intermezzi:
Dario Chioli, Tempo ed Eternità, p.70
Alberto Pingitore, Pandemia e configurazioni planetarie, p. 73
·         Letture metapolitiche:
Roberto Russano, Metapolitica. La Roma Eterna e la Nuova Gerusalemme, p. 75
Giovanni Flamma, La Confederazione italiana di Geminello Alvi, p. 81
·         Retroscena:
Lionel, Tra biopolitica e criptopolitica, p. 85
·         Riviste:
Atrium, n. 1: il Sommario, p. 88

18/01/20

Il Corriere metapolitico n. 9

Corriere metapolitico                                                                                            Rivista trimestrale
21 dicembre 2019, Anno III – Numero 9


Editoriale di Aldo La Fata, p. 7


·   Studi:

Bruno Bérard, “La metafisica come anti-dogmatismo e
come non-sistema”, p. 9

Dario Chioli, De magistro, p. 23

Alberto Pingitore, La Madre Universale, p. 29

Federico Cavallaro, Appunti per uno studio sull’Anima (I parte), p. 37

·  Pagine di contro-storia:

Alain Santacreu, Spagna: la memoria censurata. La Vergine Maria imbavagliata (III parte), p. 49

·    Intermezzi:

Paolo Mosso, Memoria e Presenza (Il tempo impiegato per leggere Proust), p. 64

·    Letture:

Roberto Murgia, La Storia come organismo vivente. L’opera di un giovane filosofo-eremita: Emanuele Franz, p. 72

Marco Maculotti, La “fisica degli angeli”: dialogo tra un biologo visionario e un teologo ribelle, p. 80

·      Riviste:

Contrelittérature n° 2: il Sommario, p. 88



03/01/20

Bruno Bérard e la “metafisica del paradosso”

 




di Aldo La Fata

Il termine “metafisica”, secondo l’opinione più comune (sostenuta ancora dalla maggior parte dei dizionari filosofici) avrebbe avuto un origine bibliotecaria designando il gruppo dei libri che, nell’ordinamento dato alle opere di Aristotele intorno al I secolo a.C., venivano “dopo” (metá) quelli costituenti la Fisica. Naturalmente i più avveduti e informati sanno che si tratta solo di un’ipotesi, quantunque un filosofo di solito contro corrente come Martin Heidegger l’avesse approvata. Eppure, esistono buoni argomenti per ritenere, anche sulla base di una ricostruzione storico-genetica e logico-sistematica, che la Fisica, “scienza delle cause prime”, fosse per Aristotele la più alta forma concepibile di sapere. Dunque ad essa il termine metafisica si attaglierebbe perfettamente. Come “metafisiche” anche se in un senso naturalistico – da non dimenticare che per i greci, come osservava Goethe, “la natura è la veste vivente della divinità” - possono definirsi le concezioni dei Presocratici, dai quale non a caso Aristotele faceva iniziare la “storia della filosofia”[1].
Ma la parola “metafisica” ha una storia troppo lunga e complessa e ha subito nel corso dei secoli troppe trasformazioni e articolazioni per avere noi qui la pretesa di dirne qualcosa anche per sommi capi. Rimandiamo pertanto agli studi competenti e illuminanti di Giovanni Reale ed Enrico Berti.
È stato detto che a partire da Nietzsche una rifondazione razionale della metafisica sia improponibile. Siamo d’accordo, perché la vera metafisica in realtà può sgorgare solo dal Mito e dal Simbolo e quindi solo da forme di ideazione intuitive, immaginifiche e spirituali, non razionali. In questo senso riteniamo che si possa parlare legittimamente di una vera e propria “rinascita” della Metafisica esclusivamente nel recinto del Sacro. In ambito cattolico ciò è avvenuto nel Novecento con quei movimenti che si sono ispirati al pensiero di San Tommaso d’Aquino, come il neotomismo e la neoscolastica e nell’ambito dell’esoterismo tradizionale, con quelle correnti che hanno preso l’abbrivio dal magistero e dall’opera di René Guénon. 
Nel primo caso, tale rinascita ha trovato la sua incarnazione emblematica in studiosi di vaglia come É. Gilson, J. Maritain, R. Garrigou-Lagrange, T. Tyn, F. Olgiati, C. Fabro, M. F. Sciacca, S. Vanni-Rovighi, A. Mosnovo, M. Gentile, R. Spiazzi, G. Reale, V. Melchiorre, V. Possenti, V. Mathieu (solo per citarne alcuni); nel secondo, in autori di nicchia, ma anche di culto, come A.K. Coomaraswamy, F. Schuon, T. Burckhardt e, relativamente al mondo cattolico, come L. Charbonneau-Lassay, H. Stephane, A. Mordini, S. Panunzio, N. Dallaporta Xydias, M. Vereno, J. Borella, F. Chénique e più di recente, A. Santacreu e B. Bérard.
Se è vero che il tomismo si è imposto al magistero ecclesiastico almeno fino a Giovanni Paolo II, è altrettanto vero che oggi esso sia finito in un vicolo cieco e che la sua voce si sia fatta talmente flebile e inascoltata, proprio in ambito cattolico, da risultare insignificante. Al contrario, riteniamo che l’esoterismo tradizionale di René Guénon abbia dimostrato nel tempo una maggiore vitalità e una presa ancora considerevole, soprattutto sui giovani. E ciò non solo per il suo fascino esotico o per la sua eccellenza teorica, ma anche e soprattutto, per quel concordismo spirituale e simbolico che si è dimostrato, paradossalmente, più cattolico (universale) e conforme allo spirito del Vangelo di quanto non lo fosse mai stato il formalismo teologico di matrice tomista. Diciamolo senza ambagi: in assenza del contributo fondamentale di Guénon e della sua “scuola” l’ecumenismo cattolico e il dialogo interreligioso, probabilmente si troverebbero ancora su posizioni assai arretrate (sappiamo per certo, ad esempio, che autori come Thomas Merton e Raimon Panikkar se ne sono segretamente nutriti e che non furono i soli).
Per parte nostra riteniamo che il “punto di vista tradizionale” che solo in seguito si è convenuto chiamare “perennialista” (ma a ben vedere il perennialismo non coincide sempre con l’esoterismo tradizionale), filosoficamente capace di armonizzare e ridurre ad unità tutto il sapere metafisico e religioso dell’umanità, alla fine abbia dato il meglio di sé quando chi ne ha compreso e assunto i principii e i caratteri generali è rimasto poi ben ancorato alla propria religione. E questo senza dubbio è stato il caso di Bruno Bérard (1958), oggi protagonista in terra di Francia di una nuova rinascita intellettuale della metafisica. Quattro finora i titoli licenziati da questo autore sull’argomento:  Introduction à une métaphysique des mystères chrétiens: en regard des traditions bouddhique, hindoue, islamique, judaïque et taoïste (2005), Jean Borella, La révolution métaphysique: après Galilée, Kant, Marx, Freud, Deridda (2006);  Initiation à la métaphysique: Les trois songes (2009), Métaphysique du paradoxe (2019)[2]; di tutti, quest’ultimo, è anche il più voluminoso: due tomi per un totale di oltre seicento pagine di cui si è fatta carico la prestigiosa casa editrice cattolica L’Harmattan.
Ora, non si può nascondere che il testo nel suo insieme presenti delle complessità e che il suo imponente apparato di note richieda quasi una lettura a parte. Ma alla fine il tutto si lascia leggere abbastanza agevolmente, anche per la capacità dell’autore di esporre i vari temi con estrema semplicità e chiarezza.
Il primo volume è diviso in due parti. Nella prima si parla diffusamente dei paradossi che l’Autore suddivide per aree tematiche in cosmologici, antropologici, teologici e sociologici; nella seconda, dei “limiti del sapere e della conoscenza”, del fatto ad esempio che le prove siano credenze, e della distinzione tra verità e realtà. Infine, in appendice, si trova un “petit lexique” dei paradossi più celebri.
Il secondo volume mette a tema “la metafisica del paradosso”, precisando cosa si debba intendere per ragione, intelligenza e conoscenza e quali rapporti intercorrano tra credere, sapere e conoscere; in seguito, si entra nel merito di quella che l’autore definisce “conoscenza paradossale” che sconfina nell’intuizione sovrarazionale e nell’esperienza mistica.
Bérard dimostra che in tutti i campi del sapere, nessuno escluso, non abbiamo altro che una lunga serie di conoscenze e conclusioni paradossali; sofismi, paralogismi, idiosincrasie, contraddizioni, petizioni di principio, ragionamenti imperfetti, dimostrano, da una parte, l’impossibilità umana di pervenire a una conoscenza certa, e dall’altra, l’inanità del pensiero sistematico autoreferenziale. Il punto di partenza di questa visione parziale e distorta della realtà e della verità filosoficamente intesa, è la famigerata coppia epistemologica oggettivo-soggettivo, postulante l’esistenza di due dimensioni irriducibili l’una all’altra, o anche di due modalità conoscitive diverse e contrapposte. Qui viene in mente Coleridge secondo il quale gli uomini nascono platonici o aristotelici, idealisti o realisti senza che i due orientamenti nella storia della filosofia e del pensiero siano mai riusciti a trovare un vero punto di sintesi. Analogamente sono da respingersi le distinzioni nette tra ragione e intelletto, come se si trattasse di due facoltà mentali separate, o quelle altrettanto capziose tra razionale e irrazionale. La “metafisica del paradosso” di Bérard persegue pertanto i seguenti scopi: superare tutte le idee e le concezioni dicotomiche della realtà; riconoscere attraverso il “metodo paradossale” i limiti del razionalismo pretenzioso, esorbitante e ultracogitante e del deliquio sofistico dei cosiddetti philosophes a là Kant e a là Hegel; rinunciare ad avere idee chiare e distinte in senso formale e concettuale; liberarsi dall’incantesimo intellettualistico inconcludente e inconclusivo; sforzarsi di comprendere che esiste una conformità dell’intelligenza alle cose e una conformabilità delle cose all’intelligenza che è poi, essenzialmente, la conformità delle cose all’intelligenza assoluta da cui esse dipendono; ammettere che la verità che chiamiamo “Dio” non è e non può essere un prodotto dello spirito umano, ma che esiste indipendentemente da esso. Se risolutamente e con onestà intellettuale si segue questo percorso a tappe nella comprensione e nella conoscenza, si può aspirare realmente a fare l’esperienza di Dio. Solo così allora, la metafisica si fa ancilla theologiae, nel senso che attraverso di essa l’intelligenza, in un atto supremo di umiltà, si predispone a ricevere la verità (la tommasiana adaequatio rei et intellectus). Una metafisica dunque che, come abbiamo già detto, ha le sue più profonde radici nel Simbolo che, partecipando ontologicamente del modello archetipico che l’ha generato, rende appunto partecipe il contemplante del suo “contenuto” spirituale (sul rapporto tra simbolo, teologia e metafisica, come ci suggerisce Bérard, fanno scuola i libri di Jean Borella). Ma attenzione: questo essere partecipi della verità, questo entrare in comunione con essa, non avviene mai in un processo dialettico lineare con un punto di arrivo nell’hic et nunc, poiché tra Dio e l’uomo ci sarà sempre uno scarto, sempre una distanza incolmabile (i metaforici e simbolici “due tiri di arco” di cui parla il Corano). Riconoscere questa inaccessibilità di Dio, come hanno praticato e teorizzato i mistici cristiani di tutte le epoche, significa ammettere la propria insufficienza e inadeguatezza (come può il finito contenere l’Infinito?). Quindi non solo riconoscimento dei limiti della ragione umana di fronte all’insondabile Abisso divino, ma anche rinuncia radicale alla conoscenza suprema, “sacrificium intellectus” (Silvano Panunzio parlava analogamente di “crocifissione intellettuale”). Non rinuncia alla ratio e tantomeno all’intelligenza, ma rinuncia alla sua idolatria; non diffamazione dell’intelletto o dell’ordine logico del discorso, ma riconoscimento dell’esistenza di una facoltà superiore.  È questa per Bérard la premessa gnoseologica e ontologica alla vera gnosis, “conoscenza”, che più profondamente è, come direbbe S. Paolo, “epignosis”, ovvero “sovraconoscenza”; detto in altri termini: trascendenza attraverso la santificazione.
 Da quanto fin qui esposto in pillole e che si trova trattato nelle molte e dense pagine del formidabile libro di Bérard, possiamo così misurare tutta la considerevole distanza che corre tra una genuina metafisica religiosa e cristiana che ha le sue radici nell’essere più profondo che siamo e le tante parodie immanentistiche, ateistiche e profane che nel Novecento ne sono state fatte. Compresa quella pseudo-esoterica di un certo perennialismo ultrareligioso e ultrametafisico che ha avuto l’ardire di correggere e giudicare dall’alto, ovvero da un presunto punto di vista omniangolare e totalitario, persino la Rivelazione. Ma quale che sia la validità relativa di queste posizioni dalle quali, come abbiamo già detto, lo stesso Bérard ha attinto e si è maturato, è certo che dopo la lettura del suo libro, non si potrà far altro che ridimensionarne il significato e soprattutto la portata.






[1] Che il pensiero dei presocratici non fosse un ingenuo pensiero scientifico o semplicemente naturalistico, ma un sapere metafisico espresso in linguaggio poetico-sapienziale, prima di Giorgio Colli lo aveva già ben capito il filosofo padovano Marino Gentile.
[2] In preparazione una Métaphysique du sexe che riprende aggiornandoli e integrandoli alla prospettiva cristiana i temi dell’opera omonima di Julius Evola uscita nell’ormai lontano 1958.

02/12/19

Il grattacielo e il formichiere di Carlo Gambescia. Sociologia del realismo politico


di Aldo La Fata

Carlo Gambescia ha scelto come titolo del suo ultimo libro una suggestiva ed efficace metafora sapientemente espunta dall’opera poetica di Eugenio Montale, quella del grattacielo e del formichiere, figure che ci ricordano la duplicità di registri in cui si muove l’umano proteiforme, costantemente diviso tra altezze vertiginose e avvilenti bassezze. Il “realismo politico” che è l’opzione teorica dell’Autore, parte da questa evidenza antropologica, per approdare infine a quella “retorica della transigenza” dominata dal principio gnoseologico della comprensione su base etica. Gambescia, frequentatore assiduo del pensiero liberale alla cui scuola multiforme e multiversa si è lungamente e solidamente formato, abituato al pensiero rigoroso e all’approccio sine ira et studio, parte da un tentativo filosofico di definizione della “realtà” in rapporto al soggetto percipiente, condividendo l’opinione dello psicologo sociale Leon Festinger secondo il quale la realtà, non in sé ma come significato, è soggetta ad un fenomeno di “dissonanza cognitiva”, ovvero di incapacità dell’individuo di accordare desiderio e rappresentazione della realtà, esattamente come accade nella celebre favola attribuita ad Esopo La volpe e l’uva: la volpe affamata, incapace, perché per lei troppo in alto, di afferrare l’uva che pende dal pergolato, elabora allora la conclusione che si tratta di frutti acerbi che non è il caso di raccogliere.
Giacché la realtà con la sua complessità eccede sovente la nostra capacità di comprensione, piuttosto che pervenire a conclusioni azzardate o fallaci, è preferibile e forse anche conveniente, relativizzare le proprie convinzioni. In questo modo ci si immunizza anche da quei funesti e pericolosi radicalismi ideologici che, com’è noto, hanno sempre prodotto conflitti e guerre.
Niente faziose partigianerie dunque, né pro né contro questa o quella idea, ma distaccata e lucida analisi della realtà “a guardia dei fatti”. È questa in brevissima sintesi la posizione filosofica di Gambescia ascrivibile in certo modo al relativismo gnoseologico di un Socrate, ma applicato alle scienze sociali e solo come “metodo” di studio e non alle personali verità acquisite o alla verità  tout court. L’etica ad esempio, pure se alla fine il bene viene fatto coincidere con il male minore o con l’utile, vale sempre come principio regolatore generale. Su questo Gambescia non transige neanche come sociologo.
Resta la difficoltà di armonizzare e rendere coerenti le dissonanze interpretative con le quali lo studioso si imbatte costantemente e che ne mettono costantemente a rischio le analisi. Il metodo induttivo seguito da Gambescia che, com’è noto, procede dal particolare all’universale, lascia la porta aperta a ulteriori approfondimenti e indagini, a domande a cui seguiranno sempre nuove domande perché mai in una realtà mutevole e cangiante le risposte possono essere definitive. È allora buona norma confrontarsi con i risultati conseguiti dai colleghi. In questo senso Gambescia si serve di un’ampia messe di autori di vasta erudizione: dai classici M. Weber, V. Pereto, G. Mosca, R. Michels, P.A. Sorokin, J. Freund, B. Croce, Ortega y Gasset, W. Röpke ai più attuali J. Molina, E. Shils, R. Aron, I. Berlin, T.J. Geiger, R. Niebuhr. M. Wight, D. Negro, G. Miglio, A. Del Noce.
C’è infine un ulteriore strumento richiamato da Gambescia che può aiutare il sociologo e il realista politico nel discernimento, e questo è l’ironia.  Il ricorso dialettico e socratico all’ironia garantisce il realista dall’irrigidirsi nei confronti di chi non la pensa come lui e gli consente di analizzare i fatti con il dovuto distacco, senza farsi coinvolgere troppo né dall’emotività, né dalla passione politica. Insomma, un sottile contrappeso antidogmatico alla hybris interpretativa di una certa razionalità moderna a volte propensa alle domande a risposta chiusa.
Quando si parla di “realismo politico” di solito si pensa subito alle posizioni di un Machiavelli o di un Thomas Hobbes, ma nel caso di Gambescia la questione è più sottile e meno scontata. Gambescia per se stesso ha scelto la divisa del “liberalismo triste”, archico-conservatore, “né soddisfatto, né insoddisfatto, né conservatore, né progressista, né devoto allo Stato, né al Mercato, bensì, più semplicemente a guardia dei fatti” (traggo la citazione dal libro di Gambescia che tratta specificamente questo soggetto Liberalismo triste. Un percorso: da Burke e Berlin, Ed. Il Foglio, Piombino 2012).
Gambescia ha adottato anche un’altra espressione per definire la sua posizione: metapolitica, da lui definita “scienza dei mezzi e dei fini” che si avvale delle costanti sociologiche e politiche storicamente riscontrabili per interpretare la storia. Punto di vista indubbiamente troppo elevato per piacere e compiacere i miserabili dilettanti della politica allo sbaraglio della nostra povera Italia da non potersi paragonare neanche alla lontana ai Lincoln, Bismarck, Lioyd George, Roosevelt il cui realismo politico l’autore porta ad esempio per caratterizzare storicamente la sua posizione teorica e pratica.
Nella seconda parte del libro, Gambescia affronta la dottrina criminogena della politica il cui registro è l’indifferenza verso il male (Silvano Panunzio qui avrebbe parlato di criptopolitica), l’affievolirsi e quasi lo spegnersi della sensibilità etica e cognitiva con il conseguente e inevitabile pervertimento dello Stato e anche dell’idea di Stato con i nazionalismi totalitari del Novecento che ben conosciamo. È storia di ieri. Storia di oggi potrebbe essere il cosiddetto “sovranismo populista” se non ci fosse il sospetto, come insinua forse con lungimiranza l’autore, che si tratti di un semplice “bluff politico” (p. 48).
E qui Gambescia fa entrare in gioco le riflessioni sui meccanismi di interdipendenza sociale di Theodor Julius Geiger che ci ricorda la pericolosità degli atteggiamenti divisori e tribali e l’importanza della cooperazione collettiva per evitare di finire in rovina. Su questo punto, in una nota, Gambescia cita il dimenticato Giuseppe Ferrari (1811-1876): “Siamo sul nostro pianeta, come l’equipaggio sulla nave; giungerà essa in porto? potrà attraversare l’oceano del vuoto? Havvi un porto? I venti possono sommergere la nave, gli scogli possono infrangerla; le malattie, la fame, il freddo possono mietere l’equipaggio; nel fatto, i marinai muoiono, le vele sono squarciate, sovente le braccia mancano al lavoro, qualche volta eccedono; non si conosce la nave, non fu bene esplorata: per lungo tempo operavasi come se il porto fosse a qualche lega di distanza, disprezzavansi gli istrumenti, il sartiame, i viveri ammassati nella stiva. Ma conviene avanzare, il cielo vuole che si passi, uccide chi si ferma; vieta il retrocedere. Bisogna operare come se vi fosse un porto, come se i venti fossero destinati a condurci, come se le rupi, le sabbie, le correnti fossero create a bella posta per tener desta l’attenzione dell’equipaggio. La vita vuol che si viva” (Filosofia della rivoluzione, 1851).
Ora, “l’unica forma politica finora escogitata dall’uomo che rende”, scrive Geiger, “relativamente sopportabile a tutti l’inevitabile coercizione esercitata dalla collettività sull’individuo è la democrazia” (p. 59). Una democrazia pragmatica però fondata sulla funzionalità degli interessi economici (il tanto vituperato e criticato da destra e da sinistra “governo dei tecnici”, ma in Gambescia con un supplemento di senso politico) e non sulle emozioni o peggio sulle passioni individuali e collettive.
Realismo politico quello di Geiger, come quello del grande politologo spagnolo Dalmacio Negro Pavón, che ha parlato con inventiva di “política farmacológica” per distinguerla sia dalla “politica utópica” (un assetto ideale che non troverà mai riscontro nella realtà) che dalla “politica cratològica” (basata sull’uso della forza), entrambe foriere di conseguenze negative per tutta la società e che spesso sfociano, come ci ricorda Gambescia, in una politica criminogena e criminale. Bisognerà allora riesumare il vecchio detto di Voltaire e che Don Bosco soleva ripetere continuamente: “l’ottimo e il meglio sono spesso nemici del bene”. Quindi, realisticamente, in politica è sempre bene rimanere con i piedi piantati per terra e non disperdere sforzi ed energie in progetti impossibili.
Emerge da tutto questo discorso, che qualche lettore potrebbe anche disapprovare, ma che onestamente non fa una grinza, l’urgenza di un rinnovato senso di responsabilità che faccia evitare alla società italiana e al mondo politico a cui è rivolto quasi come un accorato appello, le pericolose derive demagogiche del qualunquismo e dell’anti-democrazia. I richiami di Gambescia al metodo socratico maieutico che invita a non smettere mai di interrogarsi e all’impegno civile dell’intellettuale, ci sembrano, in ultima analisi, le cifre etiche e, se l’autore ce lo consente cristiane, di questo libro. Un punto prospettico che pur restando tutto interno al perimetro accademico e scientifico delle scienze sociali, non è per niente irrilevante, perché, come dicevano i medievali, il “recte vidère” è sempre alla base del “recte fàcere”.