Si fa presto a dire “misericordia”.
Sicuramente devono dirlo tutti, almeno per ora. Ma è una parola. Appunto: che
vuol dire? Sono andato a parlarne con Aldo Maria Valli, il cui ultimo libro – 266.
Jorge Mario Bergoglio, Franciscus P.P. – mi ha inquietato come neanche It
di Stephen King.
Il suo saggio mi pare, tra altri, segnale d’allarme di
un punto critico nel pontificato di Papa Francesco: salvo sorprese, sta forse
cominciando il declino in cui il Papa va a trovarsi tra il fuoco incrociato dei
critici di sempre e di chi fino a ieri cantava “hosanna” per la rottura
degli schemi e oggi grida “crucifige” per l’inconcludenza sostanziale
sulle partite radicali. Per ora al Papa resta una truppa di Zuavi, ma –
trattandosi di mercenari – non sarei sorpreso se ad accompagnare Francesco
nella parabola discendente restassero quelli che prima gli avevano reso il
leale e difficile servizio della parrhesÃa.
Cos’è dunque la misericordia? E in che
rapporto sta con la giustizia? È possibile rimaneggiare oggi l’equilibrio
eterno di queste due prerogative divine? Il vaticanista Rai ci fa rotolare tra
le labbra, in esergo al suo 266., una massima di Sant’Alfonso (principe
e patrono dei moralisti) tratta dal suo Apparecchio alla morte: «Dio usa
misericordia con chi lo teme, non con chi si serve di essa per non temerlo». Ed
è questa l’antifona più autorevole e suggestiva per un testo che cerca di
riflettere senza giri di parole su alcune perplessità vieppiù diffuse tra i
cattolici, che vogliono amare cordialmente il Santo Padre per il suo ministero
e che, ultimamente, fanno sempre più fatica a riconoscere la voce del Pastore
in quella del suo Vicario.
Quando mi son trovato con questo libro
davanti me lo son portato anche a letto dicendomi: non può essere che questo
sia Aldo Maria Valli! Quell’Aldo Maria Valli di “Rivoluzione Francesco”? Da
parte mia, nel mio piccolo lavoro quotidiano, ho cercato e cerco di essere un
mediatore tra Francesco e i predecessori, così come abbiamo cercato di fare in
tantissimi; però non posso negare che alcune cose – prima meno, poi un po’ di
più – hanno cominciato a stridermi, e siccome non sono un “normalista” né
voglio passare per tale, ma mi hanno insegnato a leggere la continuità nella
Tradizione in un senso e nell’altro, arrivo a un punto in cui preferisco
tacere e non prendere la parola sull’argomento, visto che mi ritrovo
nell’impossibilità di dare un giudizio pacificato e coerente. Che cosa è
successo, invece, ad Aldo Maria Valli?
Vorrei saperlo anch’io. Io ho nutrito
molte speranze in Francesco, perché – ce lo siamo dimenticato in fretta –
provenivamo da una situazione con una Chiesa Cattolica finita in un angolo come
un pugile suonato, nell’ultima parte del pontificato di Benedetto XVI (non per
colpa di Benedetto ma per una serie di operazioni contro di lui e contro la
Chiesa), per cui la situazione era quasi disperata. E Benedetto, con la sua
decisione di rinunciare al pontificato, ha sparigliato le carte e ha trovato
una via d’uscita che, impersonata da Francesco, a me era sembrata un’ottima via
d’uscita: ecco – mi dissi – il Papa di cui abbiamo bisogno in questo momento.
Le perplessità si sono manifestate strada facendo: all’inizio ho notato una
certa superficialità , l’uso di alcune parole generiche, di espressioni
ambivalenti; ma sono sfociate essenzialmente in Amoris lætitia,
documento che ho letto e riletto e meditato più volte, e nei confronti del
quale alla fine non ho potuto nascondere tutte le mie riserve. Si tratta di un
documento lungo, complesso: ci si può trovare un po’ tutto e il contrario di
tutto, a seconda di dove lo si prende. Per esempio, per quanto riguarda il
matrimonio cristiano c’è sicuramente l’elogio dell’indissolubilità ,
dell’apertura alla vita; però d’altro canto ci sono anche parole che sembrano
giustificare condotte che vanno in senso contrario. Adesso, senza fare
l’esegesi capitolo per capitolo e andando al fondo della questione: ho avuto
proprio l’impressione che legittimi, alla fin fine, il soggettivismo più
spinto, cioè quell’etica della situazione in base alla quale non esiste tanto
un bene oggettivo ma meramente un bene soggettivo, e tutto dipende
dall’interpretazione personale circa la qualità della situazione che si vive in
un dato momento. E mi dico: se questo non è soggettivismo io non so cosa sia.
Da quel momento in poi le perplessità si sono addensate, e mi sembra proprio
che il relativismo sia entrato nel Magistero della Chiesa. Quel relativismo
contro il quale ci aveva messi in guardia con tanta attenzione, con tanta
passione, Ratzinger… credo che adesso sia entrato. Non so con quanta
consapevolezza da parte di Francesco, perché mi rendo conto che lui non è un
pensatore sistematico. Mi rendo anche conto delle sue difficoltà di esprimersi
in italiano… complice anche questo suo argomentare un po’ immaginifico. Però è
difficile non rendersi conto che qualcosa non quadra, rispetto alla dottrina ma
anche al senso comune dei fedeli cattolici.
Lei ha detto “relativismo” e ha richiamato la
lezione di Benedetto XVI che comincia dall’omelia nella Missa pro eligendo
Pontifice che suonava a un tempo come la diffida ai cardinali per la
propria elezione e il discorso programmatico del futuribile pontificato
ratzingeriano. Eppure mi ricorda anche un altro pastore che le è tanto caro,
che è Carlo Maria Martini: ricordo che in più di una circostanza – tra cui
spicca l’omelia per il XXV di episcopato – il Cardinale aveva parlato di “un
relativismo cristiano”, che consisterebbe in soldoni nel riportare ogni realtÃ
come “relativa a Gesù”. Era una citazione che stavo aspettando, nelle ultime
pagine del suo libro, dove lei parla di “due relativismi”, di cui “uno buono” e
“un altro cattivo”: invece la citazione non è arrivata. Tuttavia vorrei
chiederle: il Cardinale cosa avrebbe detto di 266.?
Sinceramente non lo so. So solo che lui
amava distinguere le persone tra pensanti e non pensanti, quindi credo che lo
apprezzerebbe come apprezzava tutto ciò che può costituire un contributo al
dibattito e all’inquietarsi a vicenda – “inquietare” era un verbo che gli stava
molto a cuore. D’altra parte credo che quanti fanno un parallelo tra Francesco
e Martini siano fuori strada. Incontro spesso persone che mi dicono: «Francesco
sta forse portando a concretezza ciò che Martini aveva chiesto per la Chiesa».
Io non penso che le cose stiano così. Intanto in Martini c’era un aggancio alla
Scrittura, molto rigoroso, che non ritrovo in Francesco. E poi ci sono in
Francesco accenti di “populismo” religioso – quando non in senso politico e
sociale – che non ritrovo per nulla in Martini, il quale invece era sempre
molto attento alle distinzioni e all’uso accorto delle parole. La nostra
generazione, soprattutto di noi ambrosiani, è cresciuta con Martini nella
dedizione a ogni parola nel suo significato preciso. Niente a che fare con
certe superficialità che riscontro oggi con Papa Bergoglio.
Beh, c’è anche un differente pedigree
accademico: entrambi sono stati docenti universitarî, ma Martini – che viene
spesso riduttivamente passato per “biblista” – era più precisamente un editore,
uno che conosceva a menadito non solo le Scritture, ma tutti i loro singoli
testi in papiri e codici antichi, con le relative differenze. Quest’acribia era
chiaramente diventata per lui metodo di vita.
E di analisi della realtà , con una
precisione e un’accuratezza difficilmente riscontrabili in generale, ma
soprattutto, direi, relativamente all’attuale pontefice.
Ma perché l’uno e l’altro, secondo lei, sono
passati per “quelli delle aperture”?
Credo, per quanto riguarda Martini, perché
c’era da parte sua lo sforzo di mettersi nei panni degli altri. Da buon
gesuita, ci diceva: «A me piace la montagna perché, quando vado in cima, ho la
possibilità di vedere i due versanti, e a noi gesuiti piace fare questo,
osservare la realtà nella sua complessità ». E anzi, cercava questo confronto:
ricordiamo la Cattedra dei non credenti. Questo però non l’ha mai portato ad
aperture incondizionate o ad annacquare il messaggio evangelico. È stato
accusato anche di questo, ma secondo me ingiustamente: era invece una sua
ricerca intellettuale e umana che lo conduceva a porre molte domande,
consapevole della complessità dell’esistenza e della varietà delle situazioni.
E per quanto riguarda Francesco, alcuni amici mi dicono: «Ma tu non lo capisci,
quando chiede il discernimento, in Amoris lætitia, va incontro alle
persone». Ecco, io trovo che ci sia una genericità , in questi messaggi, che non
fa bene a noi, uomini e donne del nostro tempo. Non credo che oggi abbiamo
bisogno di messaggi imprecisi, superficiali, ambivalenti… “Discernimento” per
cosa, per chi, per arrivare dove? Nel libro mi spingo a dire: «Ãˆ per la
salvezza dell’anima o per un generico benessere psico-fisico?». Ecco, tutto
questo non viene mai precisato. La stessa espressione “periferie esistenziali”
è molto bella, come è bella “ospedale da campo”, ma chi dobbiamo guarire? Chi
vuole lasciarsi guarire nell’ospedale da campo? Quale medicina diamo? Ecco,
questa indeterminatezza la trovo perniciosa: noi viviamo già in questa
postmodernità in cui non sappiamo più a che cosa agganciarci, soprattutto sotto
il profilo morale. Io faccio il giornalista e quindi non vorrei sconfinare in
campi squisitamente filosofici o teologici, che non sono i miei, però da uomo,
da fedele, da persona che si guarda attorno, da marito, da padre, da nonno, mi
accorgo che non ho bisogno di questa impalpabile consolazione generica, ho
bisogno di verità a cui agganciarmi, e vorrei che qualcuno me le mostrasse, me
le comunicasse.
Infatti nel libro c’è un passaggio in cui si
legge: «Il ministero petrino è quello di confermare i fratelli nella fede, non
quello di confonderli».
In
un articolo, nel mio blog, ho scritto tempo fa che «il papa è forse fuori
sincrono», un altro articolo che ha fatto scalpore e suscitato sconcerto in
tanti miei amici. Forse sta applicando una ricetta, quella conciliare, che
poteva andar bene cinquanta o sessant’anni fa, quando venivamo da una Chiesa
magari troppo sganciata dalla realtà e troppo isolata, che rifiutava di fare i
conti con ciò che le stava accanto; oggi il problema è probabilmente l’opposto
– una Chiesa fin troppo immersa nel secolo, orizzontale, che non è più in grado
di alzare lo sguardo a ciò che conta davvero e incapace di mostrarci una
trascendenza. Quello che Benedetto ha cercato di fare, con grande fatica ed
essendo sempre largamente incompreso. Pregiudizialmente, fra l’altro.
Verso la fine del libro lei dice: «Non
rimpiango i papi che usavano il “noi”». Io invece, benché non rimpianga affatto
il plurale majestatis, ho nostalgia di quella chirurgica precisione con
cui Benedetto XVI alternava la prima persona singolare, che usava
esclusivamente quando raccontava cose personali in senso stretto, la prima
plurale, che suonava sempre come un plurale modestiæ in cui si ritrovava
tutta la Chiesa, la terza singolare, con la quale esprimeva l’oggettivitÃ
dell’ufficio petrino. Ci troviamo oggi al paradosso di diversi critici che
accusano Francesco – il Papa umile, che non mette le scarpe rosse, compra gli
occhiali da solo e telefona alla gente – di essere un autoritario e di
“metterci troppo ego”, sia nella comunicazione sia nel governo in senso
stretto.
Sì, questo mettersi molto in primo piano
lo avverto anche io con una certa inquietudine: non riesco a capire fino a che
punto sia una falsa modestia, da parte di Francesco. Per questo il famoso “chi
sono io per giudicare?” – frase che intanto andrebbe sempre citata per intero –
mi ha interrogato così tanto che alla fine mi sono deciso a scrivere questo
libro: se pure il Papa, se perfino il capo della Chiesa cattolica, arriva a
dire “chi sono io per giudicare?”, vuol dire che l’ultimo baluardo di chi aveva
le carte in regola per proporci un bene oggettivo, una Verità con la v
maiuscola, viene a cadere, e – lo ripeto, lo dico nuovamente da umile credente,
uomo di questo mondo e di questa fase storica – che cosa ci resta, se anche il
Papa dice “chi sono io per giudicare?”. Qualcuno dice: «Ma lui così si mette
alla sequela di Gesù, che non ha giudicato». Però è anche vero che Gesù ha
detto: «Va’ e non peccare più», non si limitava solo all’accoglienza. E poi è
vero che il pastore dovrebbe avere questo fiuto – lui parla tanto di portare
addosso l’odore delle pecore – e l’odore delle nostre pecore oggi qual è? È
quello di un gregge sperduto in balia del soggettivismo e del relativismo più
sfrenato, di mancanza totale di certezze a cui agganciarsi, di diseducazione
morale: noi ci preoccupiamo tanto di accumulare esperienze, pare che tutto ciò
che possiamo dare ai nostri figli –parlo adesso come padre – sia una serie di
occasioni, di esperienze, e diciamo sempre “poi faranno le loro scelte”. Senza
renderci conto che “poi” sarà troppo tardi, se non diamo loro oggettive ragioni
per giudicare in base a criterî validi. Allora in questa situazione di
liquidità – per usare un’espressione ormai famosa – abbiamo proprio bisogno di
questo tipo di insegnamento, di Magistero, che introduce altre massicce dosi di
liquidità ? Non credo, ecco perché ho scritto “fuori sincrono”. Senza contare
anche le modalità di espressione: siamo sicuri che l’intervista – e
l’intervista a personaggi come Scalfari – sia la modalità comunicativa più
appropriata, per il Papa? Io non lo credo. Ci sarà stato un motivo per cui un
tempo i Papi si guardavano bene dallo scendere su questo livello, perché è un
livello sdrucciolevole, soprattutto poi se non ti esprimi nella tua lingua
madre. Occorrono attenzione e prudenza, se sei il Papa, e non puoi svendere
questa autorità – che ti è stata data – e scioglierla a tua volta in un
panorama già ampiamente imbevuto di superficialità .
Devo confessare che, nel corso della lettura
del libro, mi è venuto un dubbio: non è che Valli sta diventando nostalgico?
Perché vedo che si citano Burke e Sarah con una certa enfasi – soprattutto
Sarah –: due “fondamentalisti”, lei scrive, riportando l’aneddoto con cui il
primo si mise al petto il distintivo di “fondamentalista” e quello con cui il
secondo, interrogato in merito, accettò con un sorriso di portarlo. Quindi
abbiamo bisogno di fondamentalisti?
Ehm… sì. Ecco. Dobbiamo intenderci sulla
parola “fondamentalista”: se fondamentalista è chi mi propone una dottrina
chiara, certa, senza ambiguità , io penso di sì.
Come ha giudicato la vicenda dei Dubia?
Io trovo che sia legittimo, da parte di
questi cardinali – che poi non sono quattro ma sei, due non hanno voluto
apparire con il loro nome – anzi mi è parso l’esercizio del loro compito
peculiare di aiuto al Papa, quindi hanno esercitato non solo un loro diritto ma
un loro dovere. E credo che abbiano esercitato anche quella libertà cristiana
che è fondamentale per tutti noi credenti.
Non dovevano limitarsi a spedire privatamente
la lettera e rassegnarsi a non ricevere risposta, senza montare poi il caso
nell’agorà mediatica?
No, io non sono di questo avviso, perché
ciò significherebbe aver paura del confronto tra di noi, e anche questo non
rientra nella libertà del cristiano. Io cerco sempre di esercitare il massimo
di ossequio per la figura papale, ma questo non mi impedisce di interrogarmi
come uomo, come credente, su ciò che lui propone, e credo che il confronto
debba essere aperto. Nostro Signore ci ha regalato e comandato la parrhesÃa.
È accaduta un’altra cosa, in questo dicembre:
oltre al suo libro è uscito – si parva licet… – anche un film con
Claudio Bisio e Angela Finocchiaro. Si chiama “Non c’è più religione” e il dato
più interessante, in un film non imperdibile, è lo sfottò continuato al “nuovo
corso ecclesiale”: ecclesiastici di varie risme che alludono, senza fare mai il
nome dell’attuale pontefice, a regole che non valgono più o che presto non
varranno. E il tono è quello di una rassegnata stanchezza, come si farebbe coi
capricci di un sovrano dalle volontà insondabili.
Ho visto il trailer ma non vado mai al
cinema perché purtroppo non ho tempo. Certo che se i comici dell’establishment
deridono la “Chiesa progressista”… [ride, N.d.R.] siamo già all’interpretazione
ridicola? Il tempo passa in fretta, effettivamente. Non so che dire. Quello che
posso vedere è che c’è grande confusione, nella Chiesa attuale. Io per forza di
cose conosco tanti preti, tanti religiosi, e constato che sono in stato di
confusione: non sanno, a loro volta, a che cosa agganciarsi. Ecco un altro
sintomo preoccupante della liquidità di cui parlavamo prima: Amoris lætitia
la si può interpretare in un modo o nell’altro, da destra o da sinistra, da
sopra o da sotto, è difficile trovare una via univoca. Il concetto stesso di
discernimento non si capisce dove debba portare e a che cosa.
In effetti lo stesso Ignazio, principe del
discernimento, specifica con esattezza che il discernimento serve «per vincere
sé stessi e per mettere ordine nella propria vita».
C’è grande sconcerto. Un parroco
incontrato pochi giorni fa, ma anche un altro che mi ha scritto proprio ieri,
mi chiede: «Che cosa devo fare? Il vescovo mi dice “Io me ne vado in pensione,
saranno fatti vostri”». È una situazione abbastanza tragica, se mi si passa la
parola. Se i pastori, quelli che sono col gregge tutti i giorni, non sanno dove
condurlo, a che cosa agganciarsi?
Da una parte abbiamo i Dubia,
dall’altra però abbiamo – più diffuso e costituzionalmente meno rumoroso – un
atteggiamento curiale e di corte, per cui vuoi compiacere quelli sopra di te, e
non sapendo esattamente come fare cerchi di non dare nell’occhio.
…Oppure ripeti alcune parole d’ordine che
suonano bene, anche se non si capisce bene che cosa significhino. Io noto
questo grande disagio. Sull’altro piatto della bilancia, poi, c’è la parola di
Francesco che arriva alla gente – fra l’altro tagliuzzata e manipolata da noi
dei massmedia –, la quale gente se ne impossessa e la utilizza pro domo sua
in modi inconcepibili. Ho assistito a scene in parrocchia laddove arrivano
persone dicendo: «Ormai tutto libero, divorziati risposati alla comunione, non
ci sono più problemi, l’ha detto Francesco». Oppure persone che vogliono
fare i testimoni a battesimi e cresime, pur non avendo le carte in regola, e
dicono: «Signor parroco, lei non è aggiornato: se ci fosse Francesco, qui,
lo farebbe subito». Perché poi bisogna fare i conti con la realtà che è questa:
non tutti sono filosofi o teologi, sì da potersi porre grandi problemi. Alla
fine, in spiccioli, quello che arriva è questo.
Ecco una cosa che io ho forse sottovalutato,
almeno fino a questo punto: il mio tentativo di mediazione è stato sempre
soprattutto sul piano dei documenti. Mi è suonato un campanello d’allarme
durante il veglione di Capodanno, a casa di un amico, quando quest’ultimo – un
uomo con anni di CLU [la sezione universitaria di Comunione e Liberazione,
N.d.R.] alle spalle – mi diceva: «Ma sai, questa cosa del valutare caso per
caso è proprio buona, alla fine viene incontro agli uomini del nostro tempo, e
che vuoi fare?». E io pensavo: «Tu quoque!». Mi illudevo che quelle cose
le avrei sentite solo al bar o chissà dove. Invece vuol dire che il problema
della ricezione è più complesso e meno scontato di quanto si possa ritenere.
Personalmente, davanti ad Amoris lætitia, ero arrivato a pensare che il
Papa intendesse lasciare un vasto spettro di possibilità , tra cui anche
qualcuna illecita, per vedere dove si sarebbe diretto il sensus fidei
ecclesiæ, riservandosi al limite un ruolo arbitrale. Se però arrivano le
richieste di chiarificazione dalla base, e dall’alto non corrispondono delle
direttive ermeneutiche che accompagnino questa ricezione… che “sinodalità ” ne
può venir fuori? Quella, radicale, di “Noi siamo chiesa”? In realtà questo
atteggiamento sta snervando anche loro, come lei riporta nel libro. Invece che
mi dice della flessione degli ascolti durante la Messa di Natale? Quest’anno ci
siamo attestati sui 2.900.000 telespettatori circa; solo l’anno scorso eravamo
a 3.500.000.
Sì, è vero, è costantemente in flessione:
cala continuamente tutti gli anni, ed è un trend specifico del pontificato di
Francesco. Non saprei neanche dire se e come questo dato venga analizzato in
Vaticano, ma avevo notato anch’io la flessione: lascio che la interpreti chi di
dovere. Io, da parte mia, posso dire solo una cosa: quando il Papa attacca i
preti, i vescovi, i curiali, e li accusa di tutte le nefandezze, le malattie e
i peccati di questo mondo, non ci si deve poi stupire troppo se c’è un certo
distacco da parte delle persone. Alla fin fine, a proposito di messaggi che
arrivano, questi sono quelli che colpiscono di più: tu sei il Papa bravo,
povero, simpatico, che esce da solo per comprarsi gli occhiali… due persone son
venute qui ieri, a fare dei lavori nella stanza – due persone che potremmo
prendere per campioni dell’uomo comune – e mi dicevano: «Oh, lei fa il
vaticanista: com’è fortunato a stare in contatto con questo Papa tanto bravo
perché esce e va al negozio da solo. Lui… ti telefona… è vero che le ha
telefonato?». E no, non mi ha telefonato [ride, N.d.R.]. Capisce che, se sono
queste le categorie di valutazione… non ci siamo. E alla fin fine che cosa
resta? A che cosa ci agganciamo? Non si va oltre lo slogan.
A proposito di messaggi contraddittorî tra
l’azione e la parola del Papa, c’è un argomento su cui il Pontefice regnante è
stato duro come nessuno dei suoi predecessori, e penso al gender. Mai Benedetto
XVI avrebbe osato paragonare quell’ideologia nefasta alla Hitlerische Jugend:
Francesco lo ha fatto, e in più di un’occasione. Viceversa, in occasione dei
Family Day del 2015 e del 2016… silenzio. E un silenzio non compiaciuto. Tra
gli organizzatori era corsa voce che il Papa temesse un flop, ma perché allora
non ha parlato neanche dopo? Neanche una parola… alla Marcia per la Vita, che
era un’altra cosa e a cui partecipavano tra gli altri un cardinale e un paio di
vescovi, appena un fugace cenno dal Palazzo Apostolico. C’era veramente un
accordo col governo italiano per le unioni civili? Che partita s’è giocata?
Non lo so, purtroppo non ho elementi e
riscontri per poter dare una risposta. L’unica cosa che mi viene in mente è
quella frase che Francesco ha usato spesso parlando di sé stesso: «Sono un po’
ingenuo e un po’ furbo». Io credo che giochi anche con la politica, non volendo
seguire strade che lo possano legare dal punto di vista politico, esporlo,
costringerlo a percorsi… Bergoglio è molto furbo, da questo punto di vista. E
lo è anche a prezzo di non appoggiare il popolo. Vedo una forte contraddizione,
in lui che parla tanto di popolo, quasi fosse santo e infallibile in sé –
quante volte ne ha parlato in questi termini, anche a partire dal proprio
retaggio sudamericano e peronista – e poi quando ha avuto una così forte
manifestazione di popolo non l’ha presa in considerazione? Allora c’è
dell’opportunismo politico. Chiaramente. Adesso io non so analizzare in quale
direzione vada questo interesse, non ho elementi, però in questo fatto c’è una
contraddizione evidente rispetto a ciò che il Papa dice abitualmente.
Veniamo alla conclusione: dopo Francesco.
Anzitutto: quando?
Come diceva Martini, nessuno è profeta. Io
non lo so. Qualcuno dice che si dimetterà anche lui. Io non credo, vedo che gli
piace molto fare il Papa. Sembra un’altra persona, rispetto al cardinale
Bergoglio che abbiamo conosciuto in Argentina, che era un tipo abbastanza cupo,
che rideva raramente; una persona quasi macerata nel proprio ruolo di comando.
Qui invece vediamo un Papa felice, popolare, sorridente: il ruolo lo ha
cambiato, ama molto quello che sta facendo. Credo che le difficoltà per chi
verrà dopo di lui – non so quando – saranno enormi. Terribili. Perché questo
Papa sta lasciando margini di incertezza talmente grandi per cui ricostruire
sarà molto difficile.
Ne parlavo con una collega, l’altra sera, che
mi diceva: «Col conclave che si annuncia, tutto “bergoglizzato” com’è, ci si
deve aspettare un pontificato conforme». A me sembra che questo non si possa
dire, e che l’unico modo che un Papa ha per essere sicuro del proprio
successore sia il nominarlo direttamente (cosa già accaduta e sempre in potere
del Santo Padre), ma è cosa che non credo che Francesco vorrà fare. Temo invece
che ci sarà una reazione, verosimilmente anche molto dura.
Questo è storicamente dimostrato: i
conclavi sono imprevedibili. Quanto alla restaurazione, è una possibilitÃ
concreta, un rischio attuale: a giudicare dallo sconcerto diffuso – anche fra
gli stessi che hanno appoggiato Bergoglio e che si sono resi conto della
situazione cui si è arrivati – credo sia una possibilità sulla quale occorra
riflettere. Sembra che ora come ora non si sappia più bene che cosa sia il
deposito della fede. Quando
il 15 dicembre il Papa ha ricevuto in udienza la comunità del Bambin Gesù, e
poi l’ha ripetuto nell’udienza generale del 4 gennaio, ha detto: «Di fronte al
problema del dolore innocente io non ho risposte»… ha detto proprio così! E poi
ha soggiunto: «Nel crocifisso c’è forse qualche strada di consolazione».
Questi sono elementi sconcertanti, di fronte ai quali si resta basiti. Certe
contorsioni sono sconcertanti, da parte di Pietro: «Tu sei Pietro», non puoi
buttar via così la tua funzione.

