16/02/11

Nostra Signora, pure l’islam ti prega

È un fatto che molti musulmani, soprattutto donne, si soffermano davanti alle grotte innalzate nel mondo per onorare Maria oppure, passandovi accanto, volgono a lei il pensiero e la invocano. È questo un fatto comune ad esempio in Pakistan, dove la statua della Vergine Maria è completamente velata secondo la cultura locale, mentre il grande pellegrinaggio nazionale di settembre a Maryamabad («villaggio di Maria»), riunisce centomila e talvolta oltre duecentomila pellegrini, tra cui moltissimi sono musulmani.

La devozione islamica verso la Madonna si riscontra in modo evidente a chi visiti il Santuario di Nostra Signora del Libano sopra Beirut, ma essa è un fatto presente nel mondo intero e corrisponde all’eccezionalità della figura di Maryam secondo lo stesso Corano. Recentemente, cristiani e musulmani del Libano hanno proposto di proclamare il 25 marzo, festa dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria, festa nazionale. L’idea è stata ufficialmente accolta dal primo ministro Saad Hariri, sunnita musulmano, e dichiarata, a partire dal 2010, ricorrenza festiva «nazionale islamo-cristiana».

La nazione che più riscontra una tale realtà è la Siria. A 30 km a sud di Damasco esiste il santuario di Sednaya e si afferma che di tutto il Medio Oriente sia la località più visitata da pellegrini, dopo Gerusalemme. Essa è considerata anzitutto il posto dove Noè piantò la prima vigna e spremette il primo vino dopo il diluvio universale.

Ma soprattutto vi si venera un’immagine della Madonna, dipinta – si afferma – dallo stesso evangelista san Luca, attorno alla quale nel 594 fu costruito un santuario per volere dell’imperatore Giustiniano, dopo che ebbe una visione della Vergine mentre egli era a caccia. Il monastero è retto da ortodossi ed è frequentatissimo; molte sono le donne che ci vengono, anche perché è fede condivisa che chi passa una notte in preghiera in quel santuario otterrà di sicuro il dono della maternità. Non distante vi sono poi il santuario di Santa Tecla (Mar Taqla) e il monastero di San Sergio (Mar Sarkis) che ha inglobato nella chiesa anche un altare pagano.

Siamo nel villaggio di Maaloula, dove la gente parla ancora aramaico e tra le rocce di Kalamum sgorga un’acqua che si dice taumaturgica, luogo di pellegrinaggio di cristiani e musulmani. Anche al monastero di Deir-Mar-Musa (un gesuita italiano con il nome originario di Paolo Dell’Oglio) giungono molti musulmani, soprattutto donne, che si rivolgono all’icona della Santa Vergine con profonda devozione. Tra i luoghi più celebri si è aggiunto da oltre 25 anni il nome di Saoufanieh, che ha un particolare significato poiché unisce arabi, russi, ortodossi, cattolici e musulmani.

Si tratta di un modesto quartiere, detto «dei cristiani», nella zona nord di Damasco, fuori dalle mura della città, presso la porta detta «di Tommaso». Dal 27 novembre 1982 in una vecchia casa araba, abitata da Nicola e Myrna Nassour, lui ortodosso e lei cattolica, sposati da poco, si sono manifestate da un’immagine di «Nostra Signora del Kazan» (per sé russa... ma a Damasco si trovano molte autentiche icone russe anche sul mercato!) sudorazioni di olio che guarirono immediatamente la cognata e la madre di lei.

Da allora le «emissioni continuano»; il Patriarcato ortodosso ne ha constatato la veridicità dopo aver fatto esaminare la natura dell’olio (d’oliva) e vi è un’affluenza di fedeli di ogni appartenenza religiosa, molti dei quali anche musulmani. Le motivazioni dei visitatori sono molteplici, ma lo scopo comune a tutti è lo stesso: pregare. La preghiera a Soufanieh è rimasta fino a oggi sempre intensa, semplice e senza ricavo di offerte. Myrna che per prima raccolse quell’olio taumaturgico è stata autorizzata ad avere anche un sito web per informare i fedeli del mondo su quanto avviene a Soufanieh (o Suffaniyya). Dal 18 al 25 maggio di ogni anno musulmani e cristiani celebrano in Egitto la nascita di Maria e si recano a centinaia di migliaia (raggiungendo anche i due milioni) al santuario mariano sul monte Al-Tir (Samallut, provincia di Minya).

Qui la «Sacra Famiglia» avrebbe soggiornato per tre notti durante l’esodo in Egitto che, secondo la tradizione musulmana, sarebbe durato 12 anni. Altri motivi di incontro sono le «apparizioni» di Maria nelle periferie del Cairo: la prima sarebbe stata «fotografata» presso la chiesa copta nel quartiere di Zaytun, il 2 aprile 1968; la seconda sarebbe stata vista, anzitutto, da due meccanici musulmani il 25 marzo 1986 e quindi da molti altri a Shoubra, sempre al Cairo. Altro importante luogo di pellegrinaggio di ortodossi, cattolici e musulmani è, in Turchia, la casetta dove, secondo la tradizione, avrebbe passato gli ultimi anni di vita terrena la Madonna: nella montagna sopra Efeso, chiamata Meriem Ana.

Là si recano continuamente anche musulmani (dicono che siano anche un milione in un anno), non tutti forse per pregare, ma certamente in ricordo e in omaggio a Maria, madre di Gesù. Un altro luogo dove si trovano donne in preghiera davanti alla statua di Maria è l’«altare sabaudo» a Nostra Signora del Rosario nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Istanbul (retta dai domenicani). Per quanto riguarda il Maghreb va notato che a Casablanca (Marocco) si incontrano molte donne musulmane davanti alla grotta di Nostra Signora di Lourdes al Rond-Point-d’Europe (parrocchia cattolica della città).

Migliaia e migliaia di pellegrini musulmani si recano al santuario di Nôtre Dame d’Afrique ad Algeri, noto tra loro spesso come «Madame l’Afrique». In Europa avviene altrettanto al santuario di Nostra Signora de la Garde sopra Marsiglia dove, soprattutto al mattino presto, si vedono molti musulmani, per non dimenticare Fatima, centro mondiale di pellegrinaggi, che ai musulmani ricorda anche il nome della figlia di Maometto. Certe comunità di immigrati albanesi in Italia (cristiani e musulmani) si riuniscano attorno alla Madonna del Buon Consiglio, la cui icona, come è noto, si trova a Genazzano (Roma), ma proviene dall’Albania.

Luigi Bressan, Avvenire, 16 febbraio 2011

15/02/11

L'amore fonte originaria dell'universo


L'amore fonte originaria dell'universo, di R. Panikkar e Hans-Peter Durr. Edizioni La parola

RAIMON PANIKKAR è morto nell'agosto 2010.

E' stato l'uomo del dialogo interreligioso. Di più, è stato un uomo che ha incarnato in sé le grandi religioni. Amava dire «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano». Il grande filosofo e uomo del dialogo è deceduto il 26 agosto in Spagna all'eta di 91 anni. Panikkar era nato il 3 novembre 1918 a Barcellona da padre indiano e induista e da madre catalana e cattolica. Panikkar non era un pensatore convenzionale e ha infranto molti schemi, convenzioni e pregiudizi.
Secondo Panikkar il pellegrinaggio dev'essere considerato un simbolo della vita e non la vita stessa, perché il pellegrinaggio deve essere non solo esteriore, ma anche interiore. Il suo pensiero propone una visione dell’armonia, della concordia, che vuole scoprire «l’invariante umano» senza distruggere le diversità culturali che mirano tutte alla realizzazione della persona in un continuo processo di una sempre nuova creazione.
Il filosofo considerava il dialogo essenziale, ma non quello puramente meccanico e informativo, bensì quello che lui chiamava «dialogo dialogico», ovvero il dialogo che porta a riconoscere le differenze ma anche quanto si ha in comune, che spinge, infine, ad una mutua fecondazione. In particolare il dialogo interreligioso, nel quale si cerca la collaborazione dell’altro per una mutua realizzazione, dal momento che la saggezza consiste innanzitutto nel sapere ascoltare.

Per ricordare e rendere omaggio a Raimon Panikkar, abbiamo pubblicato il libro in oggetto, un libro in cui Raimon Panikkar e il famoso fisico quantistico Hans-Peter Dürr si interrogano su ciò che le scienze della natura e la religione hanno in comune e ciò che le divide. Ne è scaturito un testo profondo e spumeggiante, un libro che non lascia riposare né la mente né il cuore e conduce per mano il lettore ad assaporare le altezze e le profondità del Mistero in cui siamo immersi.

Ma chi sono i due Autori?

Raimon Panikkar è stato un grande filosofo e teologo, ma pochi sanno che era anche laureato in chimica. Ha insegnato come professore di filosofia della religione in varie università ed è tra i rappresentanti più importanti del dialogo interreligioso.

Hans-Peter Dürr, Professore e Dottore in filosofia, è fisico rinomato a livello internazionale e pluriennale direttore dell’Istituto Max Planck per la Fisica, nonché vincitore del Premio Nobel Alternativo.

Buona lettura.

Pasquale Chiaro
Appunti di Viaggio - La parola

11/02/11

Il Manifesto Controletterario

IL MANIFESTO CONTROLETTERARIO

di Alain Santacreu

La Controletteratura fu sempre risolutamente moderna – nel senso rimbaudiano del termine, vale a dire in anticipo non solo sul suo tempo, ma sul tempo stesso. Perciò, più che racconto della scomparsa della letteratura, il racconto controletterario è il luogo di questa scomparsa, il suo centro di gravità, l’epicentro trascendentale della fascinazione del racconto da parte di se stesso.

L’opera controletteraria fu ognora ricerca infinita della propria sorgente, la quale compariva via via che la letteratura scompariva.

Essa è una resistenza al pensiero lineare, una certa idea di scrittura. Per la controletteratura, il romanzo è una sfera.

Partire, lanciarsi all’avventura, rendere vive le parole; essere, rimembrare qualcosa non ancora avvenuta; scrivere, ricordare ciò che deve necessariamente sopraggiungere – in quanto la scrittura è conversione, capovolgimento, rovesciamento: trasmutazione della linearità in sfericità.

Quel desiderio di scrivere anteriore al desiderio

Questa scrittura trasfiguratrice è opera dell’uomo su se stesso intanto ch’egli supera il suo stato presente, lo intaglia – ch’egli entra in veggenza iniziandosi alle sublimi piaghe di un eterno ricominciamento.

La controletteratura proviene da quel desiderio di scrivere che anticipa il desiderio. E’ una gnosi lirica, altro dire non posso – poiché non si deve dire tutto.

Ogni lingua possiede il profumo particolare di quella nostalgia nella quale si origina la scrittura – Hӧldering, in tedesco così puro che ne diviene per sempre irrespirabile; e l’aroma così provenzale dell’italiano di Dante, l’inglese focoso di William Butler Yeats.

Tutte queste parole, che provengono dall’effusione nostalgica dell’animo, sono gl’invisibili ancoraggi delle scritture controletterarie, le cui orifiamme non si lasciano leggere che in certo stato di quiete della mente.

Perché la controletteratura è la reazione del linguaggio contro l’entropia letteraria, una resistenza intima delle parole per preservare la lingua, impedire che trasgredisca i confini nihilisti al di là dei quali il ricordo dell’essere si smarrisce.

L’unico sentiero amoroso

Scrivere è limare le parole. E Nerval l’ha scritto nel suo Angélique, “esistono diversi tipi di reazioni: alcune vanno per scorciatoie, altre reazioni consistono nel fermarsi”.

La reazione controletteraria s’avanza per sentieri traversi, obliquità ultime del ritorno alla vita – ritorni sconsolati, sviamenti ultimi, iniziatici, verso l’unico sentiero amoroso, deliziosamente imporporato, del vivente semiologico.

Perché la controletteratura annunzia l’avvento estremo di ciò che Nietzsche chiamava la “grande storia”, vale a dire: l’irruzione dell’eternità nella storia, il tempo della “iero-storia”, - secondo lo straordinario neologismo di Henry Corbin.

Di fronte alla letteratura alienata dall’oblio ontologico, la controletteratura rimane l’ultima libertà della scrittura.

Essa risulta dall’interazione paziente, nel trascorso di tutte le età, del biografico e dell’apparente: è la messa in dialogo della vita – l’alchimia del verbo, la semplice teurgia.

Gérard de Nerval fu, in Francia, una della grandi risorgenze della controletteratura fondata sull’assunzione assoluta della lingua francese.

Ogni assunzione assoluta di una lingua umana provoca subitamente la discesa paracletica del Verbo, sorgente dal cuore stesso di questa lingua.

La scrittura non può essere altro che letteratura o controletteratura, questa scelta originaria conferendole il suo senso apocalittico. La controletteratura della fine sarà celebrazione della fine della scrittura, ultimo combattimento dell’essere e del nulla.

Tra il dio nascosto del mondo e il mondo dell’uomo

Scrivere è fantasticare, ma non è sognare – perché nel fantasticare lo spirito è presente, e il fantasticare è lo stile del sogno. Si tratta di fare in modo che la parola si commuova della sua propria immagine interiore: così concepita, la scrittura si avvicina alla preghiera.

La funzione delle parole è femminile, ambivalente – le parole sono simboli; e la catena dei significanti può alienare l’uomo o liberarlo. Esiste una logica fantomatica della lingua capace di riflettersi ora nelle tenebre automatiche dell’incoscienza, ora nella luce spirituale della sovracoscienza.

Le parole posseggono una loro propria dinamica che si dispiega e si sviluppa in virtù dell’energia ad esse inerente. Di fronte a questa trascendenza della lingua, l’eroismo della scrittura consiste nello scoprire il luogo stesso dell’apprensione della lingua – luogo unico e verginale dove si lascia catturare il liocorno leggendario.

Perché tra l’intellegibile e il sensibile, vale a dire tra il dio nascosto del mondo e il mondo dell’uomo, risiede la realtà utopica della scrittura, la dimensione sacra dell’inter-detto, la corporeità dello spirito che è la dimora della presenza divina nel nostro mondo: la “Sophia” della gnosi cristiana, la “Shekhina” dei cabalisti ebraici, la “Fitra” dell’Islam interiore.

Questo luogo della meditazione, ai margini del silenzio, è quello delle rivelazioni e delle trasfigurazioni, lo spazio vuoto in cui avviene la scrittura eternamente femminea il cui atto archetipico è la rimembranza del corpo di Osiride da parte di Iside. Qui lo scrittore vede attraverso lo sguardo dell’anima del mondo.

Nella letteratura, il centro della persona dello scrittore è rilegato nell’incoscienza. Al contrario, dalla controletteratura lo scrittore viene proiettato in una sovracoscienza scritturale, traduttrice dell’invisibile nel visibile.

Questa medianità controletteraria è una mistica dell’uomo vero. Lo stile è l’impensato della letteratura. E’ una capacità spirituale donata allo scrittore: il carisma della propria solitudine.

Ma allora, quale solitudine per il lettore e quale stile di lettura? E questo semplice quesito: come potrebbero due solitudini incontrarsi, amarsi?

La letteratura ha annientato se stessa nella negazione dello stile, mentre la controletteratura rimaneva sempre nell’interstizio delle solitudini, in quel luogo d’amore ove s’eterna il desiderio degli amanti – perché l’intimità non può nascere che nella distanza.

Il principio della controletteratura desiderante non è il piacere: lo stile è per lei un fine in sé, la porta del regno. La certezza dello stile rende vane le esitazioni romantiche tra prosa e poesia che infiorano il discorso della critica letteraria.

Il campo di trasformazione infinita

Lo stile, l’atto controletterario stesso, è il solo trasformatore del testo considerato come il campo di trasformazione infinita di una frase unica. La modernità si è edificata sul rifiuto di pensare ciò che la eccede. La funzione della letteratura sarà stata quella di annullare ogni via amorosa della lingua, inafferrabile e insensata ai suoi occhi.

Eppure, è ad una lettura anagrammatica che chiama il testo controletterario; lettura inaudita, che provoca l’insorgenza del Nome nuovo. Solo un lettore zelante saprà leggere la scrittura eretica, eccezionale, questa lingua solitaria, sgorgata dal cuore del Verbo, questo contro-canto trovadorico.

Tanto quanto insurrezionale, la controletteratura sarà quindi resurrezionale, facendo opera di vita di ciò che, per la letteratura, altro non è che lettera morta.

Ciò che non rientra in campo letterario, l’alterità controletteraria, giammai sarà la lingua del padrone e dello schiavo.

Essa è scrittura della risurrezione della parte respinta, alienata e quasi abolita del nostro essere: un’ultima eleganza d’essere, una certa bellezza dopotutto.

Traduzione dal francese di Letizia Fabbro (Alain Santacreu, Le Manifeste contrelittéraire, 1999 )

09/02/11

Un nuovo numero di "Eurasia"


Ecco il SOMMARIO del nuovo numero:

Editoriale
Gli USA, la Turchia e la crisi del sistema occidentale (Tiberio Graziani)

Eurasiatismo
Lo specchio della sapienza. Giorgio Colli e l’eurasiatismo (Fabio Falchi)

Dossario: USA. Egemonia e declino
Geopolitica degli Stati Uniti d’America (Phil Kelly)
Come nacque un “impero” (e come finirà presto) (Daniele Scalea)
L’odierna posizione geopolitica degli USA (F. William Engdahl)
Progetti e debiti (Fabio Mini)
L’evoluzione dei rapporti USA-Russia dopo il crollo del bipolarismo (Eleonora Peruccacci)
La Cina, il mare e gli Stati Uniti: l’antagonismo navale sino-americano (Alfredo Spartaco Puttini)
Un miracolo per il “nuovo inizio” di Obama (Chiara Felli)
Neoconservatorismo americano e neoconservatorismo israeliano (Francesco Brunello Zanitti)
La lotta alla droga in Afghanistan: un’interpretazione critica (Julien Mercille)
Geopolitica degli Stati Uniti nel cono sudamericano (Matías Magnasco)
La crisi dell’euro e il mercato transatlantico (Jean-Claude Paye)
“Nabucco” contra “South-Stream” (Ivan Marino)
Le basi USA e NATO in Europa (Fabrizio Di Ernesto)
La strana storia degli International Money Orders (Stefano Vernole)
In Yahweh we trust: la politica estera “divina” degli USA (Tomislav Sunic)
Ideologia transatlantica e capitalismo neoliberale (Kees Van der Pijl)
Is international law really law? Una critica al negazionismo di John Bolton (Paolo Bargiacchi)
Le forze nucleari degli USA (Alessandro Lattanzio)
Pietro Nenni contro il Patto Atlantico (Claudio Mutti)
1991-2003: prove generali di una superpotenza (Erika Morucci)

Interviste
Intervista a Roberto Pelo, ICE (Antonio Grego)
Intervista a Filippo Colasanto, Rusenergosbyt-Enel (Antonio Grego)