12/10/26

In memoriam. Jean Borella (1930–2026)

 


Con profonda tristezza ho appreso dall’amico Bruno Bérard la notizia della scomparsa di Jean Borella, avvenuta nella serata del 12 ottobre 2026. Con lui se ne va una delle figure più alte e originali del pensiero metafisico e religioso contemporaneo, un intellettuale di rara profondità, capace di coniugare il rigore della speculazione filosofica con una fedeltà mai venuta meno al mistero della Rivelazione cristiana.

Filosofo, metafisico e studioso del simbolismo, Borella ha rappresentato, nel panorama intellettuale francese del secondo Novecento, una voce tanto autorevole quanto appartata. La sua opera si colloca in quel difficile territorio di confine nel quale la filosofia incontra la teologia, il simbolo dischiude la propria dimensione ontologica e l'intelligenza, riconoscendo i propri limiti, si apre alla contemplazione del Mistero. La sua riflessione ha avuto il merito, oggi tutt'altro che comune, di mostrare come la fedeltà alla Tradizione cristiana non implichi affatto una rinuncia all'intelligenza metafisica, ma possa anzi costituirne il compimento più alto.

Formatosi anche attraverso il confronto con il pensiero di René Guénon e di Frithjof Schuon, Borella seppe progressivamente elaborare una posizione autonoma, sottraendosi tanto alle rigidità del tradizionalismo quanto alle tentazioni di un esoterismo separato dalla Rivelazione. Il suo itinerario intellettuale testimonia una convinzione fondamentale, che attraversa l'intera sua opera. Il cristianesimo non è una forma religiosa tra le altre, né una semplice traduzione essoterica di verità metafisiche universali, ma l'evento singolare nel quale il Logos eterno si manifesta nella storia e rende possibile all'uomo una partecipazione reale alla vita divina.

In questa prospettiva, la sua critica al guénonismo non fu mai il risultato di un rifiuto sommario o di un'incomprensione delle sue istanze più profonde. Fu, al contrario, il frutto di un confronto paziente, condotto dall'interno di una problematica condivisa e animato dalla necessità di restituire al mistero cristiano la sua irriducibile specificità. Borella aveva compreso che il simbolismo, per quanto universale nelle sue strutture, non può essere separato dalla realtà spirituale e sacramentale che lo fonda e lo vivifica. Da qui la sua insistenza sulla natura propriamente ontologica del simbolo, inteso non come semplice rappresentazione convenzionale, ma come luogo di una presenza e di una partecipazione.

Opere come Le Symbolisme ou la clef de la connaissance, La Charité profanée, Ésotérisme guénonien et mystère chrétien e Histoire et théorie du symbole rimangono testimonianze di un pensiero che ha saputo resistere alle semplificazioni della modernità senza cedere alla nostalgia sterile di un passato idealizzato. La sua fu, nel senso più nobile del termine, un'intelligenza della Tradizione, capace di distinguere ciò che appartiene all'ordine dei princìpi da ciò che ne costituisce soltanto una formulazione storica e contingente.

Per quanto mi riguarda, la scomparsa di Jean Borella assume anche un significato personale. Proprio quest'anno ho avuto il privilegio di tradurre, curare e prefare per le edizioni Ursae Coeli il volume René Guénon e il guénonismo, che raccoglie alcuni suoi importanti contributi dedicati all'opera e all'eredità intellettuale del pensatore francese. È stato un lavoro che mi ha consentito di tornare a confrontarmi, con rinnovata attenzione, con una riflessione della quale ho sempre apprezzato l'indipendenza di giudizio, la sottigliezza delle distinzioni e, soprattutto, la capacità di non sacrificare mai la verità cristiana alle esigenze di un sistema.

In un'epoca nella quale il pensiero religioso sembra spesso oscillare tra un fideismo incapace di rendere ragione di sé e un razionalismo che pretende di esaurire il mistero nelle categorie del concetto, Borella ha indicato una terza via, quella di un'intelligenza illuminata dalla fede e di una fede che non teme l'esercizio dell'intelligenza. È questa, forse, una delle lezioni più preziose che ci lascia.

La sua morte rappresenta una perdita considerevole per quanti, anche al di fuori degli ambienti strettamente accademici, continuano a interrogarsi sul destino spirituale dell'Occidente e sulla possibilità di una restaurazione dell'intelligenza metafisica nel cuore stesso del cristianesimo. Ma il suo insegnamento rimane, affidato a pagine che continueranno a parlare a coloro che sapranno accostarle con la necessaria disposizione interiore.

Mi piace pensare che per un uomo il quale ha dedicato tanta parte della propria esistenza a meditare il rapporto tra il visibile e l'invisibile, tra il simbolo e la realtà, tra il tempo e l'eternità, la morte non rappresenti semplicemente la conclusione di un itinerario, ma il passaggio verso quella Realtà della quale la sua intelligenza aveva cercato instancabilmente le tracce.

Nell'annunciarmi la sua scomparsa, Bruno Bérard ha scritto che Jean Borella «è nato al Cielo». Non saprei trovare parole più appropriate per congedarmi da un pensatore che ha consacrato la propria vita alla ricerca della Verità e alla contemplazione del Mistero cristiano.

Requiescat in pace.

      Aldo La Fata

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